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Posts Tagged ‘vita’

…se mai qualcuno capirà
sarà senz’altro un altro come me

Ad esempio a me piace il sud, Rino Gaetano, Ingresso libero (1974)
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Caramelle di bresaola con erba cipollina, menta silvestris e rucola selvatica
Coppa nostrana con germogli di tamaro (tanòni) all’agro
Crostini con crema di lardo e aglio orsino sott’olio

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Gnocchetti di patate ai bruscandoli
Lasagnette con gamberi, fiori di zucca e silene selvatico (carletti/s-ciopèti)

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Guancette di maiale alla salsa di ortiche e fiori di sambuco con crostone al finocchio selvatico

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Semifreddo agli asparagi ed amaretti
Torta rustica al cerfoglio (erba mare§ìna)

Vini abbinati

Gambellara Classico
Palladiano (da uve Tai Rosso)
Vin Santo di Gambellara

…morir, ora, paura più non mi fa…

(Ringrazio www.ristorantealpestello.it)

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Stanze

Arnold Kastenbaum

La prima stanza è culla greca, l’intonaco fresco emana un senso di pace e riposo. Smeraldino, il Mediterraneo ondeggia fuori dalla finestra, e la luce… che luce! Entra prepotente dalla finestra e afferra, scopre, accende ogni cosa. Isola ellenica, germe d’Europa, null’altro si dovrebbe desiderare che restare sempre affacciati alla tua finestra, e contemplare la perfezione di quanto già esiste.

La seconda stanza è disordine vitale, confusione giocosa. Vestiti ogni giorno più corti e giochi di bambini a inciampare. Campi verdi e fertili, campi vastissimi, a cercare pianura da ogni parte, e perdersi lontano. Così lontano da non sapere che orizzonte scegliere, non trovare il tempo e non provare il bisogno d’alzare gli occhi al cielo. Troppi campi, per pensare al cielo.

La terza stanza è corridoio ripido e stretto, spoglio e disadorno, annoia e veloce spinge alla

quarta stanza. Arredata con cura e serenità posticcia, né grossa né piccola, né scarna né sovraccarica. Un salotto confortevole e confortante, lindo e ordinato. Un tappeto che attutisce i passi, una musica che copre il silenzio di fondo, un abat-jour che non dà fastidio alla vista e non opprime lo spirito. Qualche rivista, un paio di libri, in realtà poco altro che non si sappia ripetere sotto forme diverse; cambiando posizione di tanto in tanto, ma affezionandosi all’ambiente.

La quinta stanza arriva nell’ordine delle cose, in diretta successione. Eppure non la si cerca, non la si desidera. Ci si è spinto per decenni ogni scatolone scomodo, ogni oggetto non più usato, come vuoti a perdere. Eppure la si trova disadorna, prima ancora d’arrivarci tutto è già stato spogliato, tutto è già stato venduto, affittato, liquidato, portato via. Scarna, la quinta stanza appare grottescamente ampia, la si varca coi piedi in avanti, senza sporcare in terra. Essa sola eguaglia il candore della prima, ma è un candore clinico, asettico, artificialmente puro.

Allora d’improvviso si odia questo appartamento che appare troppo stretto, e si impreca, e ci si pente. Ingiuste appaiono le stanze, ingiusta la loro disposizione, ingiusta la metratura. Perché? Perché a questo piano? Perché questa palazzina? Perché proprio in questa strada? E perché a noi? Perché, se altri (pochi, in realtà) hanno intere magioni su più livelli?

Chi ancora a questo tempo impreca, chi maledice geometri e architetti, agenti immobiliari e notai, e si dispera, si lacera, piange, “è un’ingiustizia!”, grida… non ha capito nulla. Non merita niente. Soltanto sua è la colpa, sue le chiavi, suo il fabbricato. Sputa su mattoni che lui ha voluto, che lui ha innalzato, dietro ai quali si è nascosto. Sino a quando la sua mente non ha preso medesima natura d’argilla cotta, ed allora ha pensato bene di disegnarci l’intelligenza di due occhi aperti, corre in cerchio e “son troppo belli adesso per chiuderli!”, starnazza, ma nessuno gli presta più ascolto.

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Chi sei? Chi sono. Me lo chiedo sempre più spesso. Non mi conosco, e se non mi conosco io, chi può? E se non mi conosce nessuno, esisto? Continuo a scrivere, per la mia malaugurata inclinazione a ritenere più convincente, più concreto, quello che cedo alla carta che al corpo. Così poi, un giorno, quando passerò davanti a uno specchio scoprendo improvvisamente di non lasciare nessuna immagine riflessa, potrò correre qui, a scorrere queste pagine, e confortarmi che sono, che esisto, o che almeno in passato c’ero stato.

Che immagine ci potremo mai fare di noi stessi se ci troviamo perennemente in nostra compagnia, come un carcerato col suo piantone? Come potremo mai misurare i mutamenti del nostro carattere se li viviamo costantemente, in tempo reale, nel loro parsimonioso scorrere di sabbia fine? Ogni tanto vorrei uscire di casa, sedermi in un bar, e poi tornare dimenticando me stesso lì, al tavolino. Poi un giorno, con calma, attraverso qualche vecchio amico in comune, ci potremmo presentare a vicenda.

Ciao!

Ciao, piacere! Sono Filip.

Anch’io. Piacere mio.

Chissà che impressione mi farei. Simpatico? Bah. Bello? Certo non da girarsi a guardare. Un cesso? Può darsi, anche se non mi piango troppo addosso. Intelligente? Pretenzioso. Di compagnia? Il primo quarto d’ora. Forse non ci scambierei neanche il numero, con me stesso. Ce ne torneremmo a casa, e da quel giorno ogni volta che si organizzasse un’uscita dove ci sono anch’io, me ne starei a casa, per non incontrarmi. O starei sempre circondato da altri, per non farmi agganciare.

Magari tutti dovrebbero, un giorno o l’altro, conoscersi come estranei. Potrebbe rivelarsi un ottimo esercizio di igiene sociale. Certo, ci sarebbero sempre gli eccessi, quelli così pieni di sé da innamorarsi e metter su casa assieme, che hanno vagonate di amor proprio da farci su famiglia, altri talmente disperati da suicidarsi piuttosto che vedersi una volta di più allo specchio, o per strada. Poi ci sarebbe la maggioranza, che rimarrebbe delusa di sapere quanto è piccola, insignificante e meschina. Se tutti quanti scoprissimo dall’oggi al domani che gli aggettivi più miseri non si applicano agli altri, a loro, a quelli fuori, forse si sdoganerebbe una salutare dose di modestia. L’imbarazzo per la nostra nullità ci renderebbe più credibili, fors’anche più simpatici.

Forse. Un giorno. Intanto se mi incontrate da qualche parte fatemi il favore di non darmi il mio numero, ora come ora mi eviterei alla grande.

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Oggi ha soffiato un vento fortissimo che ha spazzato ogni cosa, così poco fa sono uscito fuori, e alzando la testa ho visto le stelle. Me le ero dimenticate, le stelle. Non erano molte, ma neanche poche, di più non si può pretendere dall’illuminatissima notte lombarda. Tanto è bastato perché mi tornassero in mente, e ricordare è un po’ scoprire, si apre una nuova porta nell’anima e dietro ci siamo ancora noi, con volti differenti. Tutto poi crolla, spinto in un domino di sentimenti pacifici, terribile il senso di colpa che scaturisce quando ci si aliena dai problemi del mondo, si sminuiscono le proprie colpe e le ingiustizie altrui. Non serve che spieghi nulla, chi sa già comprende, chi non vede non può accettare per differita, se ha cuore lo vivrà sulla propria pelle, come ha vissuto nei millenni passati.

Niente ha con voi da spartire la dolcezza di questa mia solitudine, che mi parla più nitida delle vostre voci vive. Mai come ora vi sento vicini, ed è solo nella vostra completa assenza che riesco ad amarvi, e darvi un senso che non v’appartiene. Triste è il prezzo da pagare per essere felici, pericoloso il senso di precarietà nel momento in cui lo si sente. In che tempo viviamo lo spocchioso cammino? Nel rimpianto del passato o nell’oppiacea speranza del futuro? Solo dell’ora non ci fidiamo, pericolosamente concreto per trovare il coraggio di respirare. Malleabile vita di cera scaldata, si spezza o si appiccica, prende forma di cose a lei estranee, che fanno sì che assuma una forma piuttosto che l’altra. La colpa è solo mia: non bisognerebbe mai sottovalutarle, le stelle.

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A vent’anni occorrerebbero altre dieci vite, perlomeno per i dieci errori più gravi già commessi.

Per ognuna di queste, dieci vite ulteriori. E ancora, altre dieci, perché ci sarà sempre la voglia ingiustificabile di ripetere gli stessi sbagli.

Per ogni rinuncia, dieci notti di ripensamenti. Per ogni momento di commozione, dieci abbracci.

Per ogni illusione, per ogni sogno, per ogni attimo inatteso, la voglia di rimanere nuovamente imbrogliati.

Dieci volte ventiquattro ore in un giorno, che il tempo per tutti pare non esserci mai. E guardare sempre negli occhi, a lungo, abbracciare l’imbarazzo, afferrare la distanza. Dieci sorrisi per ogni momento in cui la sintonia ci vorrebbe portare al pianto.

Di dieci mesi prolungare la vita per ogni volta che si rimanda un progetto, che si calpesta un desiderio. Morire tra otto secoli con la nostalgia per una vita corsa troppo veloce.

Dieci orizzonti avanti a noi, per quando ci si volta indietro, a commiserare la propria miopia.

Dieci amici, per ogni volta che s’è detto “domani”. Dieci donne, e per ognuna una vita sola, ed intera.

Dieci viaggi senza mappa, dieci modi diversi di fallire completamente per dover ricostruire tutto a partire solo da noi stessi, dieci passi per volta.

Cento tentativi di carpire la vita, scanditi da mille altri per descriverne l’essenza. Urlare, anche una volta sola, in mezzo a una folla di perfetti estranei tutti i dieci che non avremo mai, e le decine di volte che avremmo potuto cambiare strada e siamo rimasti in corsia, senza muoverci.

Dieci pianti di quelli senza imbarazzo, senza bisogno di chiedere perché si piange. Per la bellezza del mondo, per la grandezza dell’uomo, per la poesia dei suoi limiti, dei suoi sprechi, dei suoi errori. Dieci volte più grandi dei nostri personali, dieci volte meno sentiti.

Dieci volte dominare la cima, e volerne condividere l’infinita solitudine con qualcuno, senza al contempo rinunciare all’incanto del proprio esistere, nella sua fiera ragione del perché sì.

Dieci volte realizzare la concretezza di ogni istante, che prima che fotografia, per un minuto, per un secondo, per un millesimo è roccia, è granito tremendo.

Dieci volte riscrivere questa pagina, per catturare qualcosa che non vuole uscire, o almeno strapparlo a voi, per sentirmi dieci volte meno solo.

E se vivere fosse solo un istante, perdonatemi, ma non lo voglio sapere.

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Dedicato a G.

Vite, Francesco Guccini, Ritratti (2004)

Tu sei quelli che son venuti prima
che in parte hai conosciuto, e quelli dopo
che non conoscerai, come una rima
vibrante e bella, però senza scopo.
È inutile cercare una risposta,
sai che non ce ne sono e allora tenti
un bussare distratto a quella porta
che si schiude soltanto ai sentimenti.
Non saprai e non sai, questo dolore
che vagli fra le maglie di un tuo cribro
vanisce un po’ nel contemplare un fiore
si scorda fra le pagine di un libro…

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