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Posts Tagged ‘vita quotidiana’

Che caldo. Checaldochecaldochecaldochecaldo. Caldo.

Che caldo.

Caldo.

Caldocaldochecaldo. Sto tornando a casa che sono le tre del pomeriggio, istupidito dalla peggiore afa di quest’estate. Voglio solo entrare all’ombra di casa mia, con le persiane accostate, il letto in penombra, fermo immobile a braccia spalancate. Morire, se mi va proprio di lusso… Ma non ho fatto i conti con l’oste. O meglio, l’ostessa (osta? ostica?). Anzi, la vicina del piano di sopra. Quella vecchia e bassa e coi capelli neri tinti male in casa, che potrebbe benissimo fare la gattara pazza in un libro di Federico Moccia, ma no, non tiene gatti (forse li ha mangiati tutti).

Quella che leggende metropolitane di condominio la vedono dormire da trent’anni in una stanza separata dal marito (che mi saluta sempre all’ultimo, causa cataratta galoppante), chiusa a chiave, per paura che il vecchio di notte entri e l’ammazzi. Che bussa ai vicini del piano di sotto e maledice, elargisce visioni e profezie che nemmeno i cestoni 3×2 della Coop abbondano tanto. Proprio quella che fino a oggi sono riuscito a evitare per anni. Proprio lei. Proprio alle tre di un orrendo lombardo pomeriggio afoso di metà agosto.

<‘giorno.>

<‘giorno!>

<Mi scusi, lei, sa, ma sono passata di qui un attimo fa, e c’era il portone aperto spalancato.> Voce sofferente: <Ma perché dobbiamo lasciarlo sempre aperto? Ma lo sa che proprio due settimane fa sono entrati da [non ho capito il nome]?! E poi ci lamentiamo, ma è colpa nostra se gli lasciamo la porta aperta!>

<Eh, lo so, ha proprio ragione.> Penso al povero vecchio, e lei che chiude la porta di notte. Il mio linguaggio del corpo parla, no anzi urla: girato educatamente verso di lei cammino all’indietro in direzione delle scale, la faccia una maschera di noia impaziente e stanchezza profonda.

<Sa, ci sono questi bambini che giocano sempre qui sotto le finestre, ma io dico, andate a giocare lì dall’altra parte che è bello, c’è il prato, c’è spazio! Per carità, io amo i bambini, sono la cosa più preziosa, un dono, non mi sono mai lamentata, ma mi sono appena operata, ho bisogno di calma, io glie l’ho detto, ma loro niente. È che ho avuto 8 operazioni quest’anno, non so come faccio a non essere morta, sono viva per miracolo, sono viva solo grazie a Gesù Cristo!> Mentre parla suda come una dannata, sembra sia lì lì per sciogliersi sul posto, deve avere la pressione a duecento, goccioloni grossi così che le scendono sulla collanina d’oro, un’immagine di Padre Pio. Vedo che la cosa andrà per le lunghe: rassegnato, mi metto comodo.

<Eh, ha ragione, ma non sono i figli, sono i genitori…> Vattenevattenevattenevattenevattenevattene. Perché io non sono capace di rispondere male, o andarmene se non vengo congedato, ma concentro tutte le mie forze in sguardi di puro odio e per niente celata intolleranza. Futilmente.

<Ecco, esatto! Ma io dico, non mi sono mai lamentata, è che davvero, quest’anno non ce la faccio, sto così! Sa, ma non operazioni facili, tutta roba da tre, cinque ore di sala operatoria, eh! Qui ho operato un’ernia iatale che non le sto a spiegare. Ma perché vede, io ho sofferto tanto nella vita, ma solo chi ha sofferto tanto ha tanto amore per il prossimo. Sa, lei dovrebbe andare a Soncino, il 4 maggio, c’è la processione di San Gregorio [guglando non ho trovato nessun Gregorio il 4 maggio, ndr]. È veramente miracoloso, mi creda. Ci vada, davvero, tornerà sereno.>

<4 maggio, eh? Sì, sì, senz’altro.> Uccidetela.

<Ma davvero, mi creda! Io vengo da lì, sono la dodicesima. Mia madre povera donna è morta a 76 anni, mio padre in fondo non era nessuno, ma mia madre stava davvero bene: aveva 90  pecore, poi una notte con un temporale le sono morte tutte. Io da giovane ero molto portata, dovevo fare dell’arte, ero molto dotata a recitare, fino a 20 anni ho recitato dalle suore, sa? E ho una voce bellissima, se avessi continuato a cantare sarei diventata davvero famosa, bellissima! Perché io ho tanto amore, e misericordia per il prossimo, sarei stata davvero una grande artista!>

<…>

<Ma cosa stavo dicendo? Ah sì, San Gregorio… Ci vada, vada a vedere, davvero, le farà bene! Lì mi conoscono tutti, mi vogliono tutti bene, sa, qualche anno fa volevano farmi una festa. Della mia vita si potrebbe fare proprio una storia, che io quando mi sono sposata non sapevo nemmeno che mio marito fosse alcolizzato, credevo fosse astemio. Ci pensa? Non sapevo che fosse alcolizzato. Ed eccomi qua.>

Come sputtanare un poveraccio in due minuti. Non so più neanche di cosa stia parlando.

<Comunque grazie, grazie per avermi ascoltata, sa io di solito non parlo così tanto, ma grazie.>

<Ma scherza? Si figuri, è stato un piacere!> Che fortuna, non parla mai e proprio quando decide di rompere il muro del silenzio capito a tiro io. La storia della mia vita.

<Grazie, davvero. Sa, chi ha il dono di sapere ascoltare chi più ha sofferto, la pazienza di seguirlo, sarà redento!> Spalanca le braccia come Nostro signore Gesù Cristo in croce, sembra uno di quei predicatori assatanati in America, sulla TV via cavo. Gran finale: <Giochi al lotto, il 5, il 17 e il 30!>

Ecco, ci mancavano i numeri vincenti. Aveva ragione lei, è sprecata: su TeleLombardia avrebbe fatto i soldi, seduta a una scrivania, con in sovraimpressione i numeri di telefono, e per sfondo una foto non meglio definita di qualche tarocco o piramide egizia. <5, 17 e 30, eh? La ringrazio molto.>

<Sì, li giochi!>

<Senz’altro! ARRIVEDERCI!>

Il prossimo che becco a non chiudere bene il portone, gli strappo le palle.

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Pulizie

Sono silente da diversi giorni, la Pasqua è stata abbastanza indaffarata. Non so perché mi ha preso la pazza voglia di mettere a posto, e così ho passato due giorni interi in box a spostare, muovere, selezionare, buttare, spolverare, risistemare, portare in discarica, ricollocare. Degni di nota:

  1. Macchina per il pane. Stato: funzionante. Anno di produzione: metà anni ’90. Ultimo utilizzo: metà anni ’90.
  2. Due aspirapolveri. Non funzionanti.
  3. Friggitrice. Funzionante e incrostata. Produzione: primi anni ’90. Ultimo utilizzo: fine anni ’90. Contesa da più parti per le sue valorose doti di frittura con olio di mais, è erroneamente finita alla piazzola comunale, con gran rammarico di amici e fans del macrobiotico.
  4. Scanner. Funzionante? Metà anni ’90. Era abbinato al mio vecchio Pentium I 133Mhz, regalato alla Caritas secoli addietro.
  5. Fax e fotocopiatrice. Tecnologia giapponese degli anni ’80. Degna di qualche museo dell’elettronica. Funzionante? Peso complessivo: all’incirca come una Smart.
  6. Macinacaffè elettrico, con uno di quei bottoni grossi in plasticona rossa anni ’70. Non credo di aver comprato caffè in chicchi in vita mia.
  7. Parcheggio in plastica a 3 piani, con pompa della benzina, meccanico e ascensore. Un must dei pomeriggi sul tappeto tra decine di macchinine sparse ai tempi dell’asilo. L’avrei tenuto (potevo riappassionarmici), ma si è rotto.
  8. Le fioriere di mia madre: l’unica cosa che è riuscita a far durare più di una stagione sono le erbacce. Involontariamente. Se si fosse impuntata di crescere erbacce, sarebbero morte.

Terminata la titanica impresa avrei voluto buttare giù un materasso in box e dormirci, per apprezzare al meglio il frutto di tanta fatica. Perciò oggi ho deciso anche di lavare la macchina, non poteva mica stare sporca in un garage tanto pulito e amorevolmente curato. Altre 3 ore: interno ed esterni. Ora, se c’è una cosa che non faccio MAI è pulire la macchina. Me ne sbatto. Me ne sbatto delle macchine. Sono uno di quegli uomini che non concepisce due cose: il calcio e le macchine. Il termine tecnico credo sia omosessuale. Solo che non sono omosessuale. Non ancora, almeno.

Insomma, oggi mi decido al grande passo, l’ultima volta che ho fatto questa pazzia risale a prima di capodanno, ed erano solo gli esterni, niente interni. Prendo l’aspirapolvere e inizio: bagagliaio, sedili dietro, sedili davanti, tappetini… Poi rifiniture, cruscotto… insomma, due palle. Perché sono una persona nella norma (credo), ovvero una di quelle che l’operazione “lavare la macchina” la posiziona nella lista delle scocciature, di quelle cose che ci tocca ma che sì, si può fare domani… e domani domani, e così via. Tanto che m’importa, da quando ho scoperto l’eterno ritorno di Nietzsche ho capito che qualsiasi pulizia è fondamentalmente inutile.

Orbene, terminata la tappezzeria prendo e mi dirigo all’autolavaggio fai-da-te. Qui scopro una piacevole novità: l’autolavaggio fai-da-te è divenuto punto di ritrovo per tutti i truzzi di Pandino, roba che nemmeno Bar Nazionale e oratorio maschile sanno più fare. Mi vedo questo branco di ragazzini con magliette a strisce, gilettino bombato nero, cappellino in testa, occhiali da sole a mascherina, in gruppi di quattro o cinque, intorno alle loro Alfa (156 o Mito, non importa). I più scarsi con pochi cash si accontentano di una Fiat Brava pimpata di brutto. La cosa che mi risulta poco chiara è perché arrivino in cinque con una macchina sola, voglio dire, se la devi lavare non solo non serve l’A-Team al completo, ma può essere anche d’intralcio mentre strofini gli interni. O forse no, forse il loro ruolo è quello di porta-occhiali da sole. Stanno dentro ipnotizzati dall’ultimo remix del Diabolika mentre il capetto passa il vetril sul parabrezza.

All’autolavaggio ci sono cinque posti per pulire la macchina, e sono un po’ confuso, perché tra questo proliferare di vetture non so se sono in coda e quindi mi devo mettere in fila anch’io, o cosa… Ma per fortuna ci pensano i porta-occhiali da sole: uno mi vede e inzia a sbracciarsi in panico, che non mi vuole mica togliere il piacere di lucidare il mio bolide. “Vai, vai!”. Come per dire, “Stai tranq fratello che qua stiamo finendo, ma che invidia mi laverei anche la tua”. E quasi mi viene da proporglielo, se vuole divertirsi un po’ con la mia, ma forse la Yaris non ha abbastanza attrattiva per lui, dovrei prima attaccarci l’adesivo di Fast and Furious dietro.

Lavo la macchina e mi dirigo verso casa. Il sole è basso, la giornata volge già verso la fine. Bestemmio, mentre in controluce compaiono i primi aloni del vetril.

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