Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘storia’

Ljubljana, 1947. Gruppo di emigrati isontini durante una pausa del lavoro volontario.

Oggi vorrei raccontare di una parentesi minore ma molto significativa del dopoguerra italiano, scivolata via – chissà perché – dai canali della storia ufficiale, eppur così interessata in questi ultimi anni a studiare e riscoprire le vicende degli italiani in Jugoslavia alla fine della Seconda guerra mondiale. Io stesso mi ci sono imbattuto del tutto casualmente, attraverso uno splendido radiodocumentario realizzato da Andrea Giuseppini nel 2006, prodotto da Amis e Radioparole, gentilmente inviatomi dall’autore stesso.

Il sogno di una cosa prende il titolo da un’opera pasoliniana e, come il lavoro narrativo di Pasolini, nasce nel mondo rurale di un Friuli immiserito. Tra il 1946 e il 1947 alcune migliaia di lavoratori, contadini, disoccupati lasciano l’Italia e passano illegalmente la frontiera jugoslava. Sono anni confusi, di inquietudine e speranza. Anni in cui lo stesso destino di Trieste pare oscillare fra Est e Ovest, dove alcuni, forse più di quanti si voglia far credere oggi, aspirano alla “settima federativa”, a quella porzione di territorio comprendente Trieste e provincia che si vorrebbe far passare sotto lo stato jugoslavo. Manca il lavoro, mancano le case, il cibo. Eppure non è solo la fame a spingere a questo controesodo, è anche qualcos’altro, qualcosa di più: è l’ideale di un mondo diverso, perché “di là era il comunismo, a cercare la fortuna”.

È un paese che deve rinascere, venire ricostruito dalle fondamenta. Mancano le infrastrutture, i servizi, e soprattutto le maestranze e le conoscenze per dare vita a tale processo. Così se da un lato sarà la competenza dei lavoratori di Monfalcone a dar vita alle industrie cantieristiche di Pola e Fiume, dall’altro molti zappaterra verranno formati proprio lì, sul posto, a diventare costruttori edili, carpentieri, falegnami. Attraverso le vecchie, calde voci di alcuni testimoni, uomini e donne ormai ottuagenari, riaffiora in un linguaggio semplice, a tratti desueto, il sogno, la speranza di una società nuova, nuda ma per questo intesa come ricca di opportunità, a cui volgersi e dedicarsi con l’idea di “andare a costruire il socialismo”.  Lo stupore maggiore è scoprire che davvero, nonostante tutte le difficoltà del dopoguerra, le prospettive sono effettivamente superiori a quelle di un’Italia stagnante, ancora lontanissima dal boom economico che solo dagli anni ’60 le permetterà di risollevarsi da una miseria cronica e diffusa. La partecipazione entusiastica alle brigate di lavoro volontario per la costruzione di grandi opere, strade e ferrovie, alla vita locale, agli spettacoli, alle manifestazioni sportive, crea un senso d’appartenenza e fiducia tra popolazione locale e immigrati italiani stupefacente, considerato anche il recentissimo passato di occupazione nazista e fascista. Sono anni in cui davvero l’impossibile sembra possibile, dove i diritti fondamentali, l’uguaglianza e la giustizia paiono mete raggiungibili e pilastri realizzabili.

Tutto ciò però giunge a una fine brusca e inattesa, quando nell’estate del 1948 la Jugoslavia di Tito viene espulsa dal Cominform, la lega dei partiti comunisti voluta da Stalin dopo la fine della guerra, e che univa i PC dei diversi paesi europei, tra cui anche l’Italia.  Si entra in un fase di terrore, sospetto, nella quale il partito jugoslavo usa il pugno di ferro contro gli stalinisti veri e presunti, nella pericolosa (e poi riuscita) lotta di mantenimento del controllo e dell’indipendenza rispetto alla sfera d’influenza sovietica, alle sue porte. Gli italiani, in maggioranza legati ad un PCI che attraverso Togliatti aveva manifestato il proprio appoggio alla scomunica di Tito per la sua politica “deviazionista”, si trovano spiazzati. Non comprendono più il corso degli eventi, legati ancora al mito della Russia socialista, non accettano il nuovo corso jugoslavo, e come tali, di fatto, si trovano costretti, con le buone ma spesso con le cattive, a lasciare il paese. La maggioranza dei friulani e monfalconesi rientrano in Italia, ma alcune centinaia solo dopo aver trascorso anni nelle dure prigioni del regime titino, come l’isola di Goli Otok, per la rieducazione dei cominformisti.

Ritengo che questa vicenda possa rivelarsi un’efficace chiave di lettura per quanto riguarda la precedente e forse anche contemporanea vicenda dell’esodo italiano dall’Istria e dalla Dalmazia, che si tende spesso a far passare, per ragioni discutibili, un mero fatto etnico e di odio razziale, quando ha avuto alla base ben più gravi e implicanti motivazioni politiche e storiche, poi certo degenerate, ma non credo pregiudizievoli verso gli italiani semplicemente in quanto tali.

Per chi fosse interessato lascio l’indirizzo di Radioparole, con la speranza che progetti di ricerca come questo riescano a trovare più spazio e voce in un mondo che sempre più spesso e sempre più forte grida senza cognizione di causa né interesse alla (ri)scoperta.

Annunci

Read Full Post »

Abbattimento

(AP Photo/John Gaps III)

Giornale Il Caffé, 09/11/2009

Si dice che per ammirare davvero la montagna il segreto non stia nel conquistarne la cima, ma allontanarsene per inquadrare l’intero colosso: un’immagine che ben si presta alla storia, dove l’oggettiva lucidità e la capacità di districare e seguire i suoi innumerevoli fili sono sempre più lente da carpire dei fatti in sé.

Così ci troviamo oggi, 9 novembre 2009, a guardare con ammirazione e stupore a questo stesso giorno di vent’anni fa, quando una notte bastò a cancellare quella cortina di ferro, battezzata per la prima volta dalle parole di Churchill nel lontano 1946 [*]. Ma cos’è stato, cosa ha rappresentato davvero quel ’89, capace forse solo come il suo omologo di due secoli prima, quello della Rivoluzione francese, di sconvolgere tanto gli assetti europei e poi mondiali? Perché il fatto curioso è che più ci allontaniamo dal nostro monte, più ci sembra che qualcosa non torni, e le impressioni avute a quota ora ci paiono se non erronee, come minimo parziali. La riunificazione delle due Germanie è stata davvero questo, un riavvicinamento, o forse è meglio parlare di Anschluss, di annessione da parte della Germania vincitrice sulla sorella sconfitta? Le immagini che spesso in questi giorni vediamo sui nostri schermi, di quella notte in festa e berlinesi d’ogni sponda che ridono e si abbracciano, non fanno forse il paio con quelle meno famose della primavera 1991, dove le stesse folle di tedeschi dell’est esultanti per l’avvenuta unificazione, di sei mesi precedente, protestavano ora furibonde? Gli operai, perché il libero mercato aveva prodotto 3 milioni di disoccupati, vista l’incapacità concorrenziale dei beni prodotti nella DDR; gli inquilini, perché la privatizzazione delle case aveva portato ad affitti astronomici per le loro economie; le massaie, perché i prezzi liberalizzati erano rincarati in maniera più che esponenziale… Il devasto sociale seguito alla caduta della Repubblica Democratica Tedesca è stato non solo repentino, ma quasi totale. L’istruzione gratuita e d’alto livello, il lavoro sicuro, la pensione certa, la casa, erano elementi dati per scontati, ed anche se il livello retributivo piuttosto basso e la ricchezza delle famiglie assolutamente inavvicinabile ai livelli occidentali, si era certi che non si sarebbe mai sofferta la fame. È molto difficile tracciare un quadro monocromo della realtà tedesco orientale, e il più delle volte si cade in trappole stereotipate, dalle Trabant alla Stasi. E per quanto sia Trabant che Stasi possano essere rappresentative e caratteristiche del socialismo reale, è altrettanto scorretto dimenticare che nella Germania Est hanno vissuto 17 milioni di persone, spesso anche in maniera più che soddisfacente. Bisogna infatti porre molta attenzione nel giudicare la realtà oggettiva e quella soggettiva nella nostra analisi, perché l’errore che più spesso si commette, è quello di traslare la condanna di un regime monopartitico e illiberale allo stile di vita di chi in quel regime è cresciuto ed ha vissuto. La più evidente prova di questo malinteso è sbocciata nell’ultimo decennio, con l’avvento della cosiddetta Ostalgie, termine che identifica la nostalgia per tutto ciò che era a Est, e per la vita dietro al Muro. L’alienazione e il senso di smarrimento che in molti, soprattutto tra i meno giovani, hanno vissuto dal 1989 in poi ha infatti subìto un ulteriore duro colpo per l’incapacità dei tedeschi dell’Ovest (e più in generale di tutto l’Occidente) di separare la condanna di un sistema da quella di un popolo, e della vita di questo stesso popolo: tutto ciò che era ad Ovest si rivelava giusto, tutto quello che proveniva da Est sbagliato, perciò chi aveva vissuto da un lato aveva solo da insegnare, chi veniva dall’altro poteva unicamente, come il figliol prodigo, redimersi, e convertirsi quanto prima al benessere, felice figlio del capitalismo.

Se poniamo però il caso che anche il capitalismo entri in crisi? Quando la disuguaglianza sociale cresce nel tempo, quando i poveri diventano sempre più poveri e la loro stessa condizione una colpa, oltre che la condanna a non avere alcuna chance nella vita? Quando ciò avviene – e sta avvenendo – è normale che in molti si guardino alle spalle, ripensino al loro passato, a quando le differenze tra classi erano molto blande, quando ingegneri e operai andavano in vacanza assieme e la professione non era un ostacolo sociale, i soldi nemmeno, ed il senso comunitario e d’aiuto reciproco più spiccato. Era la DDR, in fondo, il fiore all’occhiello di questo esperimento sociale, economico e politico che va sotto l’appellativo di socialismo reale, l’esempio più riuscito di un sistema alternativo a quello statunitense, che senza un solo dollaro del Piano Marshall era riuscito già entro i primi anni ’60 a rientrare tra i dieci paesi più industrializzati al mondo, perdendo però verso la fine del decennio in questione il passo, soprattutto per quanto riguarda la produzione di beni di largo consumo. Rifugiandosi nei ricordi, risultano incredibilmente meno paradossali, o se non altro poco rilevanti, le incongruenze di allora, il fatto che per ottenere una macchina, l’unica disponibile, passassero in media 15 anni, che non si potesse sceglierne neppure il colore, quello che arrivava arrivava. Oggi invece le case produttrici sono decine, i modelli centinaia, le diverse combinazioni migliaia. Ma se si resta disoccupati, a che cosa si riduce la scelta? Una volta era non solo proibito manifestare, ma si rischiava di ritrovarsi con un fascicolo personale di polizia solo per aver raccontato una barzelletta. Oggi c’è libertà di espressione, ma a cosa serve protestare se nulla cambia? Non fraintendetemi, questo non è un discorso nostalgico, né è proponibile o sol’anche auspicabile il ritorno ad un sistema del genere. È però onesto ammettere che i problemi vissuti dai tedeschi dell’Est non si sono felicemente sciolti come neve al sole, crollato il Muro che ne oscurava i raggi, ma anzi, dopo anni, si sono incancreniti, e in molti a vent’anni da quel 9 novembre si sentono ancora alieni, stranieri di uno stato che non è il loro. Gli alti livelli di disoccupazione, la stagnazione economica, l’emigrazione molto più accentuata che nel resto del paese, intere città fantasma abbandonate dai giovani e trasformate in dormitori per anziani, sono il segno più evidente che qualcosa non ha funzionato, e che i rimpianti di un passato prossimo non sono forse frutto di romantiche nostalgie quanto di esigenze concrete rimaste inappagate.

Cos’ha portato, quindi, il 1989? Le scosse che ha prodotto, fino a dove sono penetrate? Si sono assestate del tutto? Basterebbe solo guardare ai territori dell’Ex-Jugoslavia per dare una risposta negativa. I sorrisi, i sospiri di sollievo, le lacrime di gioia e gli abbracci di quella fatidica notte hanno preceduto di meno di due anni altre immagini, di case martoriate, incendiate, colonne di profughi, corpi massacrati, gonfi, città rase al suolo (Vukovar), altre assediate (Sarajevo), come non se ne vedevano in terra europea dalla fine della Seconda guerra mondiale. Oggi perciò, quando ripensiamo a quel giorno di venti anni fa, oltre a celebrare la fine dell’incubo della Guerra fredda, teniamo bene a mente che non tutti i suoi nodi sono stati sciolti, che non tutte le domande nate tra quei blocchi di cemento frantumati a picconate hanno trovato risposta, e che pure tra le risposte date, non tutte si sono rivelate esatte. È da questa premessa che deve scaturire la presa di coscienza che c’è ancora molto da fare perché l’Europa sia una, libera e giusta, e che non solo vent’anni sono pochi, ma che forse non ne basteranno altrettanti prima di vedere realizzata quell’idea di casa comune che nel 1989 era parsa, per un momento, un miraggio tanto vicino.

[*] <<Da Stettino sul Baltico a Trieste sull’Adriatico, una cortina di ferro è calata sul Continente.>> Winston Churchill, Westminster College, Fulton,  Missouri, 5 marzo 1946

Read Full Post »

Ci sono alcune istantanee che hanno segnato il mondo, condensando in uno scatto interi capitoli della storia recente; chi non ricorda il miliziano caduto in Spagna, le fotografie del D-Day di Capa, oppure gli americani che issano la bandiera in cima al monte Suribachi?

L’immagine che più di ogni altra viene associata alla Guerra fredda è senz’altro quella di Conrad Schumann.

Schumann, nato il 28 marzo 1942, è stato il primo e forse più famoso evasore della Repubblica Democratica Tedesca: nato nell’odierna Sassonia, arruolato nella Bereitschaftspolizei, le squadre speciali e antisommossa della polizia, sorvegliava la costruzione del muro di Berlino. Era l’agosto del 1961, e sotto gli occhi increduli dei berlinesi i soldati dell’NVA (Nationale Volksarmee, Esercito Nazionalpopolare) piantavano i primi paletti e stendevano il filo spinato, tra le lacrime di chi si vedeva per sempre strappato ai propri cari, parenti, amici…

Forse non fu solo il desiderio di libertà, di una vita normale e serena fuori dal giogo della dittatura comunista, forse fu anche il coraggio dell’incoscienza, di quei 19 anni nascosti sotto l’uniforme e l’elmetto calato sugli occhi, a dare al giovane Conrad il coraggio di prendere la corsa e saltare, quel caldo 15 agosto 1961. Il fotografo Peter Leibing ebbe l’accortezza e la fortuna di riuscire ad immortalare il miracolo, gli stivali che schiacciano il filo spinato, il fucile in spalla, le braccia aperte a spiccare il volo, il volto teso, in apnea, quasi a vedere come andrà a finire, se riprenderà a respirare o se verrà invece colpito alle spalle dai propri compagni.

È una fotografia carica di significato non solo perché dipinge la realtà storica di un’epoca, il dramma interiore della città simbolo della Guerra fredda e dei suoi cittadini, ma perché travalica il momento politico, trasmettendo un messaggio universale e eterno: la ricerca della libertà, la lotta contro ogni forma di limitazione della vita umana, unica e preziosa, che troppe volte, in troppe parti del mondo è stata schiacciata dal volere e dalla forza di pochi. È una fotografia in cui non trionfa l’Ovest sull’Est, ma solo un uomo e la sua volontà di scelta, di decidere della propria vita e del proprio futuro, senza ostacoli o paletti imposti da un potere calato dall’alto.

Bernauer Straße, Berlin, 15.8.1961 (© Filip Stefanović)

Bernauer Straße, Berlin, 15.8.1961 (cartolina autografata © Filip Stefanović)

La fuga riuscì, ma non si può parlare di lieto fine: in esilio da casa, Conrad visse tutta la vita in Baviera, lontano dalla propria famiglia e senza fortuna, lavorando presso l’Audi di Ingolstadt. Per tutta la vita ricevette lettere dai familiari nelle quali lo pregavano di ritornare da loro, scoprendo solo dopo il tracollo della DDR essere state sempre scritte per imposizione della Stasi. Caduto il muro si ritornò a parlare di Conrad e della sua vicenda, ed egli ammise quanto ebbe da soffrire per la sua scelta, di essere stato anche alcolizzato per una decina d’anni: <<Solo dal 9 novembre 1989 [caduta del Muro, ndr] mi sono sentito realmente libero.>>

Nel 1990 poté finalmente tornare a far visita in Sassonia, per scoprire tristemente che in molti non avevano mai perdonato il suo gesto, sia tra gli amici che tra i parenti, e trent’anni dopo non gli rivolgevano nemmeno la parola.

Pose fine alle proprie sofferenze il 20 giugno 1998, con un cappio attorno al collo nel frutteto dietro casa, senza lasciare alcun messaggio. <<Sono ancora orgoglioso di quello che ho fatto, non c’era altra possibilità anche se ho corso un grande pericolo e ho tagliato ogni ponte col mio passato: ho perso la famiglia, gli amici, il lavoro, tutto>>, aveva detto una volta. Ma non sempre la certezza di aver fatto la scelta giusta basta per scacciare i fantasmi del passato.

E in fondo, cosa cambia? Conrad Schumann ha raggiunto l’immortalità molto tempo prima, a 19 anni, ad un metro dal suolo, sopra il filo spinato: ha spiccato il volo come un falco, e non è più atterrato.

Read Full Post »

Articolo tratto dal numero 02/2009 di Limes (Esiste l’Italia? Dipende da noi), a cura di Giulia Barone, docente di Storia medioevale, facoltà di Lettere e filosofia, Università La Sapienza di Roma.

Limes

Gli italiani non sanno quasi nulla del loro passato.
La responsabilità degli storici e quella della scuola.
Ma la ragione di fondo sta nell’atomizzazione della famiglia, ambito un tempo deputato alla condivisione della memoria.

1. Nell’estate 2007 Stefano Pivato, professore di Storia contemporanea all’Università di Urbino, ha pubblicato un agile volume di circa 140 pagine, Vuoti di memoria, che avrebbe meritato di riscuotere una maggiore attenzione non solo da parte di tutti coloro che si interessano, più o meno direttamente, del problema di <storia e memoria>>, ma anche di chi quotidianamente si interroga sullo scarso senso di identità di cui soffre il nostro paese.
Mi sono già occupata, in altra sede, di fornire una dettagliata analisi del volume, mettendo in evidenza anche le mie perplessità su molte delle conclusioni dell’autore, ma mi pare opportuno riportare i dati, veramente impressionanti, sui <<vuoti di memoria>> dei nostri concittadini. Il libro di Pivato si articola infatti in due parti, nella prima delle quali, <<venditori di vento>>, l’autore descrive, in modo rapido ed efficace, lo stato disastroso delle attuali conoscenze storiche degli italiani (e non solo), utilizzando materiali molto diversificati, a riprova delle gravità e
vastità del fenomeno.
A dimostrazione della <<perdita di memoria storica>>, Pivato cita in primo luogo dati raccolti nel 1997 dalle cattedre di Storia contemporanea dell’Università Cattolica di Milano, Urbino, Siena e Cagliari. Appena l’11% degli studenti universitari, che costituivano il campione, sapeva dire cosa era successo l’8 settembre 1943; il 13% sapeva identificare il 10 giugno 1940, il 76% non sapeva dire cosa fosse il Cln, e circa il 97,5% non mostrava di possedere alcuna informazione sul 18 aprile 1948. Dal 1997 le cose sono, se possibile, ancora peggiorate.
Attingendo a una <<fonte>> del tutto diversa, l’autore segnala poi che le giovani concorrenti della Pupa e il secchione, in onda su Italia 1 nell’autunno del 2006, non erano in grado di riconoscere i ritratti di personaggi celebri come Gandhi, Hitler, Stalin e Mussolini, fino ad arrivare all’esilarante (e disperante) risposta di una giovane che, di fronte a un notissimo ritratto di Carlo Marx, lo identificava come <<Babbo Natale!>>. Secondo Stefano Pivato – e non si può che convenire con lui – si potrebbe affermare con una certa sicurezza che <<mai, lungo il corso del Novecento, le generazioni scolarizzate abbiano sofferto di così vasti debiti nei confronti della storia>>. Questa totale mancanza di dimensione storica non si limita certo alla storia contemporanea. Chi, come l’autrice di queste pagine, insegna da molti anni all’università la storia medievale, può testimoniare che, ormai, nella gran maggioranza dei casi, gli studenti, al loro arrivo all’università, hanno difficoltà a datare anche solo con approssimazioni di un quarto di secolo, avvenimenti di notevolissimo rilievo, e noti un tempo dalla scuola media, se non dalle elementari. Nel generale naufragio della storia colpisce comunque la quasi totale scomparsa del Risorgimento, massicciamente ignorato dalle nuove generazioni, che non conoscono neanche i dati più banali quali le guerre di indipendenza, ma praticamente cancellato anche in ambito accademico, ove pochissimi continuano a praticare la storia di un periodo, cui – fino a un decennio fa – erano riservate cattedre ad hoc.
Ma che l’ignoranza storica non sia appannaggio della condizione giovanile e coinvolga, purtroppo, anche quelli che dovrebbero porsi come <<guida illuminata>> del paese – e cioè i nostri deputati e senatori – è documentato da un’altra <<fonte>> relativamente inconsueta utilizzata da Stefano Pivato, una trasmissione delle Iene dell’aprile del 2006, in cui erano state registrate le inverosimili risposte di alcuni nostri parlamentari, non certo giovanissimi (l’età media è intorno ai cinquant’anni), ai quesiti in materia storica loro proposti. C’è chi ha posto la scoperta dell’America nel 1640, chi ha collocato la caduta del Muro di Berlino, cui molti di loro debbono indirettamente il seggio in Parlamento, agli anni Settanta. E se la rivoluzione francese veniva in gran parte dei casi relegata in un generico <<ottocento>>, pare che quasi tutti abbiano dichiarato di non ricordare la data della rivoluzione russa. Tutti gli interrogati, infine, sia di destra che di sinistra, non sapevano dire quale fosse il numero della legislatura che veniva inaugurata quel giorno! Non per nulla Gian Maria Faria ha citato alcune di queste sconcertanti <<amnesie>> tra i motivi della scarsa fiducia che gli italiani non possono che nutrire nei confronti dell’attuale classe politica.
Certamente, alla relativa marginalità della storia nella nostra società hanno non poco contribuito gli storici stessi, accusati spesso – e non a torto – di non essere capaci a divulgare. E giustamente Pivato osserva che l’autoreferenzialità della storia è molto aumentata negli ultimi decenni, con la moltiplicazione di ricerche sempre più specialistiche ed erudite, per di più in buona parte illeggibili anche dal punto di vista stilistico, come spesso lamenta un editore certamente impegnato nella diffusione della cultura storica come Giuseppe Laterza, mentre le grandi sintesi interpretative sembra stiano scomparendo. Di questa degenerazione della produzione storiografica portano certamente la colpa gli accademici, disposti a cooptare all’interno del sistema solo chi, nel corso di un sempre più lungo apprendistato, si è dimostrato capace di confezionare indigeribili testi sulla <<scrofola nella Valtellina>> o <<l’antifascismo nella Sila>>, ma anche di un’editoria che, in cambio di finanziamenti in grado di coprire i costi di produzione del libro, ha accettato di pubblicare testi che non hanno mercato e finiscono, entro pochi anni, al macero. La seconda parte del libro di Stefano Pivato è invece dedicata ai <<venditori di fumo>>, a quegli abili comunicatori – soprattutto politici – che approfittando dei <<vuoti di memoria>> degli italiani possono impunemente riscrivere, o meglio raccontare a modo loro, gli ultimi decenni della storia del nostro paese. Caso esemplare è quella <<defascistizzazione del fascismo>>, ad opera soprattutto di Alleanza nazionale, cui fanno spesso da contralto i silenzi, imbarazzati ed imbarazzanti, degli ex comunisti. E la recente proposta di equiparare, sotto tutti gli aspetti, i combattenti della Repubblica Sociale Italiana a chi, dopo l’8 settembre, ha preferito il Lager tedesco all’arruolamento nell’esercito di Salò o ha scelto la lotta partigiana pare essere purtroppo solo l’ultimo capitolo di una storia aperta dalle dichiarazioni di Luciano Violante sul rispetto da riservare ai morti di tutte le parti.

2. La mia più forte perplessità nei confronti dell’analisi di Pivato, nel saggio già citato, riguardava comunque il suo ritenere la <<smemoratezza>> storica dei giovani una caratteristica italiana, e spiegabile in prevalenza in termini di <<politica interna>>. In realtà, come riconosciuto dallo stesso autore, che apre il suo libro con una citazione di Eric Hobsbawm, l’ignoranza della storia sembra fenomeno comune a gran parte dei paesi dell’Europa occidentale. Scriveva infatti il grande storico inglese: <<la distruzione del passato, o meglio la distruzione dei meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti, è uno dei fenomeni più tipici e insieme più strani degli ultimi anni del Novecento. La maggior parte dei giovani alla fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico dei tempi in cui vivono>>.
La spiegazione di un fenomeno che a Hobsbawn appariva <<strano>> potrebbe forse andare ricercata nell’attuale situazione della famiglia nei paesi occidentali. Quello cui abbiamo assistito, dalla fine della seconda guerra mondiale è stata la graduale scomparsa della famiglia come fondamentale luogo di prima educazione dei figli. Se i bambini non trascorrono più gli anni dell’infanzia coi nonni, come accadeva nella Francia contadina degli anni Venti analizzata da Marc Bloch, non per questo hanno un rapporto più stretto con i genitori. Condannati al nido prima, alla scuola dell’infanzia, poi, nei primi anni della loro vita i piccoli italiani – come quasi tutti i bambini dei paesi avanzati – non hanno il modo di <<appropriarsi>> della memoria dei genitori. E’ attraverso le emozioni comunicate dalle persone cui è più intimamente legato che l’uomo può uscire dal presente, dallo spazio limitato del proprio vissuto. Senza questo tipo di rapporto, nessuna scuola, università, trasmissione televisiva potrà mai dargli una dimensione storica. Le nuove generazioni europee (ed occidentali), sempre più costrette a vivere tra coetanei, sono psicologicamente condannate a non crescere mai.
In un certo senso, la loro assoluta mancanza di dimensione storica, che arriva al punto di non avere un rapporto neppure col proprio passato, è l’altra faccia degli atteggiamenti da bulli, degli atti di violenza spesso gratuita cui si abbandonano sempre più frequentemente. Nell’uno come nell’altro caso è venuto meno il rapporto stretto e quotidiano con adulti autorevoli quali sono nella prima infanzia i genitori, i soli capaci di educarli, trasmettendo loro non solo una memoria storica, ma anche comportamenti sociali. E non per nulla anche questo <<strano>> fenomeno ha una dimensione europeo-occidentale.
Se la crisi del ruolo della famiglia nella società contemporanea fornisce l’humus su cui può fiorire l’ignoranza storica, vi sono effettivamente anche fattori politici che hanno svolto un ruolo non indifferente.
La creazione dell’Unione Europea, ad esempio, nata dalla comune consapevolezza dei disastri provocati dagli eccessi del nazionalismo otto-novecentesco, ha avuto come non trascurabile effetto una più o meno inconscia cancellazione del passato nazionale. La storia che ha preceduto la catastrofe delle due guerre mondiali non si presta, in alcun modo, a diventare <<patrimonio comune>> dei popoli europei. Non per nulla l’unico tentativo finora realizzato di scrivere un testo scolastico che esca dall’impianto tradizionale di storia nazionale, quelli di un recente manuale franco-tedesco, si limita a una ricostruzione della comune storia a partire dal 1945.
Ma le giovani generazioni vengono così a perdere, necessariamente – nella <<vecchia Europa>> – il senso dell’urgenza della costruzione europea, che si riduce perciò, nel sentire collettivo, a un mercato comune, in cui è piacevole non dover più cambiare la propria moneta quando si entra in un altro paese dell’Eurozona. Il puro vantaggio economico rischia però di essere un collante troppo debole in un momento di crisi come l’attuale. La <<tempesta perfetta>> fa scricchiolare una costruzione europea che ha perso ormai il rapporto con le proprie radici storiche.

3. Un analogo fenomeno di cancellazione condivisa del proprio passato è quello realizzato dalla società italiana nei confronti della lunga fase di disordini sociali post-Sessantotto e del terrorismo. Gli anni dal 1969 al 1983 sono stati assai poco studiati e ripensati da storici e politici italiani; nel contempo sono stati largamente rimossi, in quanto dolorosi, dalla memoria collettiva.
Bastino qui un paio di accenni, tratti dall’attualità. La mancata estradizione dal Brasile di Cesare Battisti, a lungo latitante in Francia, ha giustamente scosso l’opinione pubblica nazionale e ha riportato alla ribalta il cosiddetto <<lodo Mitterrand>>, che ha consentito per più di vent’anni a molti italiani, condannati per terrorismo, di vivere tranquillamente in Francia. Giustamente Marc Lazar segnalava l’ignoranza e l’incomprensione che caratterizza molti dei suoi connazionali per quanto riguarda la conoscenza delle leggi e della storia italiane. Ma lo stesso rimprovero si potrebbe rivolgere a storici e politi italiani. Se Mitterrand arrivò ad assumere un atteggiamento che ora gli viene contestato, sicuramente hanno giocato fattori di politica interna francese, ma non possiamo nemmeno ignorare la legislazione emergenziale – nota come leggi Reale, dal nome dell’allora guardasigilli – che, sottoposta a referendum, fu giudicata degna di abrogazione, a causa della cancellazione di essenziali garanzie giuridiche che conteneva, da più del 20% dei votanti.
Ancor più desolante è la situazione per quanto riguarda il sequestro e la morte di Aldo Moro (1978). Praticamente ignorato dalla ricerca storica, a parte alcune eccezioni, nel ventennio successivo, il caso Moro ha prodotto una prima ondata di pubblicazioni in occasione della celebrazione del ventennale di via Fani (1998) e soprattutto del trentennale, caduto l’anno scorso. Ma non si può certo dire che esista oggi una ricostruzione univoca, e perciò unificante, di quanto avvenne allora. Mentre uno storico come Vittorio Vidotto, in occasione di una <<lezione di storia>>, organizzata dall’editore Laterza, ha affermato che tutto è stato chiarito e non ci sono misteri nel caso Moro, un magistrato come Rosario Priore, che delle indagini sul terrorismo si è occupato per anni, chiede a storici e politici di dare il loro contributo per chiarire una vicenda che, ai suoi occhi, presenta ancora molti punti oscuri.
Non può non colpire il fatto che, mentre i magistrati esprimono i loro dubbi, fondati, oltre che sull’esperienza personale dei fatti, sull’analisi di fonti da tempo accessibili a tutti, gli storici – come i politici – nelle tante celebrazioni del trentennale, sembrano procedere a una mitizzazione di Moro, accentuando l’esaltazione delle qualità dell’uomo e del politico, spesso con scarso riguardo al dibattito dell’epoca, mentre trascurano quasi totalmente il fatto che sul caso Moro, come sulla stagione terroristica nel suo complesso, manca fino ad oggi un’analisi complessiva, che tenga conto di tutti gli aspetti della storia di quel quindicennio. Ma senza un’adeguata comprensione degli anni Settanta, gli anni Ottanta divengono un’incomprensibile manifestazione di irresponsabilità collettiva da parte della nostra classe politica. E quale paese può fare a meno di 25 anni della sua storia?

Read Full Post »

Beograd 1999

Se verrà la guerra, Marcondirondero
se verrà la guerra, Marcondirondà
sul mare e sulla terra, Marcondirondera
sul mare e sulla terra chi ci salverà?

Ci salverà il soldato che non la vorrà
ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà.

Il 24 marzo 1999 la NATO, senza il consenso delle Nazioni Unite, iniziava a bombardare la Serbia e Belgrado. Oggi, dieci anni dopo, alle 12 in punto in tutto il paese si è osservato un minuto di silenzio, in memoria dei 3500 morti, di cui 2500 civili e 89 bambini.

La guerra è già scoppiata, Marcondirondero
la guerra è già scoppiata, chi ci aiuterà?

Ci aiuterà il buon Dio, Marcondirondera
ci aiuterà il buon Dio, lui ci salverà.

Buon Dio è già scappato, dove non si sa
buon Dio se n’è andato, chissà quando ritornerà.

Che cosa ricordo, io, di quei giorni? Ricordo le immagini dei telegiornali, e mia mamma che ogni sera scoppiava in lacrime vedendo la sua bellissima città così martoriata. Ricordo l’abbattimento dell’antenna TV alta 200 metri sul monte Avala, uno dei simboli più cari ai cittadini belgradesi, tutto fuorché un obiettivo militare strategico. Ricordo il bombardamento della raffineria sul Danubio, e la nera nube che coprì tutta la città. Ricordo anche quando colpirono la sede della televisione nazionale RTS, e i giornalisti e tecnici di 20-30 anni dell’edizione notturna che vi restarono sotto. Ricordo mia nonna, e quanto era difficile stabilire un collegamento telefonico, le linee sempre occupate, o a vuoto. Ricordo poi quando riuscimmo finalmente a farla venire da noi, era maggio credo (i bombardamenti continuarono incessanti fino all’11 giugno). Era stanca e provata, non dormiva da settimane per le continue sirene, le bombe, gli aerei. Ricordo che anche qui, quando capitava di scorgere un aereo di linea venire od andare da Linate, iniziava ad agitarsi, si voltava dall’altra parte, quasi non riuscisse a scaricare più l’immagine e il trauma di altri aerei in altri cieli…  quasi che a sorvolarci non fossero vacanzieri e bagagli, ma missili intelligenti e bombe all’uranio impoverito. Ricordo quando qualche anno più tardi, vedendo un documentario in TV e sentendo quel suono familiare delle sirene antiaeree, le venne quasi un attacco di panico.

L’aeroplano vola, Marcondirondera
l’aeroplano vola, Marcondirondà.

Se getterà la bomba, Marcondirondero
se getterà la bomba chi ci salverà?

Ci salva l’aviatore che non lo farà
ci salva l’aviatore che la bomba non getterà.

Poi a Belgrado giunse l’estate, e io con lei. Cos’era rimasto? Ricordo i palazzi del governo, le sedi dell’esercito, il grattacielo del partito della moglie di Milošević sfregiati dalle bombe, i ponti del Danubio annegati nelle sue acque. Impressionanti voragini su edifici costruiti in cemento armato, piegati come carta. Porte che davano sul vuoto, brandelli di tende a penzolare dalle finestre, segni di schegge e vetri rotti su tutti i palazzi circostanti, a 100 metri almeno. Ricordo le scritte sui muri, i graffiti antiamericani e contro la guerra, quell’umorismo underground così tipico di Belgrado, che nessuna guerra è riuscita e riuscirà mai a sconfiggere: “Colombo, fottuta la tua curiosità!”, o “Portare la pace con le bombe è come preservare la verginità di una ragazza trombandola”. L’antiamericanismo era alquanto diffuso, e colpiva non solo gli Stati Uniti, ma tutti i suoi alleati nell’impresa: Italia, Inghilterra, Germania, Olanda… Ricordo un McDonald’s completamente distrutto dai dimostranti a marzo, lo stesso dicasi dei centri culturali tedesco e francese nella centralissima via Knez Mihajlova. Gli studenti di lingue fecero man bassa dei volumi, e poi se li scambiarono allegramente: “Hai Hugo? Io studio francese, dallo a me, prendi questo Goethe, tieni…”. Non era però un appoggio al regime, più semplicemente la disillusione e l’amarezza di un popolo orgoglioso che si vedeva ora abbandonato anche da quell’occidente in cui credeva e in cui si rispecchiava, facendone legittimamente parte. Dopo che venne colpita la residenza di Milošević si potè leggere anche “Slobo, proprio quando avevamo più bisogno di te, non eri in casa.”

La bomba è già caduta, Marcondirondero
la bomba è già caduta, chi la prenderà?

La prenderanno tutti, Marcondirondera
sian belli o siano brutti, Marcondirondà

Sian grandi o sian piccini li distruggerà
sian furbi o siano cretini li fulminerà.

Ricordo la preoccupazione di mio papà, che non ci vandalizzassero la macchina parcheggiata, visto che portava una targa italiana. Ricordo la difficoltà di trovare la benzina, nonostante la guerra fosse finita da diverse settimane, le pompe perennemente a secco, i venditori del mercato nero ai bordi delle strade con le loro taniche piene di chissà quali intrugli. La vita intanto correva come prima, le strade piene di gente, i negozi di grandi marchi, i chiassosi caffè all’aperto o sugli splav (grossi barconi) ormeggiati sul lungofiume. Ricordo i sacchi di sabbia, i bunker, le postazioni vuote dell’esercito, gli ostacoli anticarro in cemento sulla strada verso sud, andando in Grecia al mare. Ricordo di essere passato verso Grdelica, dove era stato colpito un treno civile proprio mentre attraversava un ponte ferroviaro sulla Morava. 14 morti e 16 feriti tra i passeggeri, la carcassa del treno era ancora lì, completamente carbonizzata. A 10 anni mi lasciò a bocca chiusa, ma mi fece meno effetto del suo stesso ricordo ora.

Ci sono troppe buche, Marcondirondera
ci sono troppe buche, chi le riempirà?

Non potremo più giocare al Marcondirondera
non potremo più giocare al Marcondirondà.

E voi a divertirvi andate un po’ più in là
andate a divertirvi dove la guerra non ci sarà.

La guerra è dappertutto, Marcondirondera
la terra è tutta un lutto, chi la consolerà?

Ci penseranno gli uomini, le bestie i fiori
i boschi e le stagioni con i mille colori.

Di gente, bestie e fiori no, non ce n’è più
viventi siam rimasti noi e nulla più.

La terra è tutta nostra, Marcondirondera
ne faremo una gran giostra, Marcondirondà.

Abbiam tutta la terra Marcondirondera
giocheremo a far la guerra, Marcondirondà…

Girotondo, Fabrizio De André, Tutti morimmo a stento (1968)


Read Full Post »