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Miss Informazione Libera Comunicativa nel corpo e nello spirito, curiosa e informata sui fatti del mondo, la miss prescelta crede nell’importanza di una corretta, trasparente e LIBERA informazione. Sceglie e premia il Direttore Emilio Fede che così la descrive: “Sguardo intelligente, romantica, poco trucco, non più della seconda misura di seno, non superiore al metro e settanta di altezza, con lineamenti leggermente androgini, insomma “non una bambola gonfiata”.” [da Wikipedia]

Questa fotografia è pazzesca. Giuro, me la sono trovata davanti e c’ho visto tutto. L’Italia.

Miss Informazione Libera 2010, fascia interna al concorso di Miss Padania, concorso indetto dalla Lega Nord, partito di quella maggioranza che sta approvando la Legge bavaglio. Miss Informazione Libera, premiata dalle mani del peggiore giornalista televisivo italiano, impudico, amorale, il meno obiettivo, sfacciatamente impegnato in prima linea nella ventennale opera di disinformazione e mistificazione della reale condizione del Paese a beneficio del signore padrone Silvio Berlusconi. Una bellezza acqua e sapone, come precisato dal Direttore, che non appena si concederà una pompatina al seno potrà entrare a Mediaset come carta da parati in uno degli innumerevoli programmi per famiglie che notte e giorno bombardano le fasce culturalmente meno attente, quindi più vulnerabili, con culi, cosce, tette, sorrisi ammiccanti, inviti subliminali al sesso più selvaggio. Gnocca, figa, sborra, scopare. Questa è tutta l’informazione che ci occorre, questi i nani e ballerine che ci allieteranno felici la vita, portandoci nel loro spensierato mondo di sorrisi, belle ragazze, soldi, amicizia, serenità. Senza alcun rispetto, senza il minimo pudore, dissacrando il cadavere della Libera informazione con gli stessi strumenti usati per affossarla.

Affanculo millenni di civiltà. Affanculo morale, istruzione, cultura, libri, sentimenti, emozioni, parole, senso civico e sociale, coscienza, pensiero, domande, etica, maturazione, individui, giovani, lavoro, diversità, futuro. Siamo pronti, ora siamo davvero maturi per buttare tutto al macero, in cambio del soddisfacimento di un paio di primitive pulsioni, dell’illusione del successo, sbandierata come panacea e carota di fronte alle nostre facce da muli.

Resistere, resistere a oltranza è l’unica cosa che possiamo fare. E che l’ultimo di noi vinca la fascia di Miss Nostalgica Utopia, dalle mani di un porco dagli occhietti viscidi.

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Tratto da peščanik.net (21.01.2010)
di Dubravka Ugrešić
traduzione di Filip Stefanović

Moj dečko je toliko bogat da ne mora da liže poklopac od euro-krema! [Il mio ragazzo è così ricco che non deve leccare il coperchio dell’Eurocrem.] – recita il graffito su un muro grigio di un grigio centro abitato da qualche parte in terra ex jugoslava. L’Eurocrem è rimasto nella coscienza gastronomica dei cittadini dell’Ex Jugoslavia come: a) un economico alimento per bambini; b) la merenda dei soldati dell’ex JNA (esercito jugoslavo, ndt.); c) colazione alberghiera per i poveri pensionati nazionali e stranieri che trascorrevano le vacanze negli alberghi adriatici, soprattutto in inverno.

Sembra che l’idea di povertà si sia finalmente conficcata nella testa del cittadino medio ex jugoslavo. Allettato dalla disintegrazione della Jugoslavia (“c’hanno derubato i comunisti”), dall’amor patrio, dalla guerra (“la guerra c’ha immiseriti”), dall’odio verso i serbi, o croati, o sloveni (“loro c’hanno distrutto economicamente”), il cittadino medio ha finora evitato il confronto con la propria condizione sociale. È sopravvissuto consolato da risorse parallele (“venderemo la terra”; “abbiamo ereditato da papà”; “abbiamo un grande orto, abbastanza da sfamarci”; “se bisogna stringere la cinghia, venderemo la casa delle vacanze”; “mio zio è direttore, per me si troverà sempre qualcosa”; “la nonna ci lascia la casa in eredità”; “a mio fratello in Germania le cose vanno bene, non ci lascerà, penso, morire di fame”; “affitteremo la casa per le vacanza a stranieri”; “se non altro, possiamo sempre vendere la tomba di famiglia”). Le risorse si sono spente, le opzioni sono state sfruttate, gli assi nella manica giocati, la casa della nonna è al vento, la terra venduta, la società s’è divisa tra pochi ricchi e tanti poveri, in veri campioni e perdenti. Ricchezze accumulate troppo in fretta si sciolgono, le imprese falliscono, le persone restano disoccupate in massa, lo zio-direttore è in prigione, la tomba di famiglia è stata da tempo consumata. Molti lavorano e già da mesi non ricevano lo stipendio. Lavoratori più fortunati ricevono metà paga, di questa metà in denaro, l’altra metà in buoni. I buoni tra l’altro li possono spendere solo nelle industrie in cui lavorano. Li spendono in salsicce a cui è scaduta la data o in Eurocrem a cui non scade mai. Molti lavorano anche al sabato, sebbene nessuno ci veda una ragione né un senso, se non, chiaramente, per il proprietario che con ogni mezzo lecito cerca di spingere i proprio dipendenti a dimettersi.

La coppia marito e moglie Pevec, proprietaria di una catena commerciale croata prosperosa fino a non molto tempo fa, oggi è in bancarotta. Dietro di sé hanno lasciato centinaia di lavoratori tartassati che all’inizio non hanno ricevuto lo stipendio per mesi, per poi essere finalmente licenziati. Alle recenti feste nell’hotel locale la coppia Pevec si divertiva parecchio ballando fino a notte inoltrata. Gli impiegati dell’albergo – che a sua volta è insolvente, e non li paga da mesi – osservavano l’inaccettabile divertimento dei magnati croati senza fiatare.

Solo questi “divertenti” dettagli passano per i media croati. All’amara quotidianità è rimasto di crepitare anonimamente. Le notizie in prima pagina – del tipo che l’attrice americana Jennifer Love Hewitt, a parte la costante rasatura e taglio, ha di recente adornato i suoi genitali con un piercing vaginale con cristallo Swarovski, e ora quella cosa, come lei stessa dice, splende come una palla da discoteca –  attirano le masse immiserite come irrigatori accesi notte giorno. La propria vita da schiavi sembra loro come una palla da discoteca.

Ma davvero da schiavi? L’unitario idillio europeo inizia lentamente a mostrare la sua faccia oscura: il nuovo mercato schiavista scorre per le vie sommerse d’Europa. Una “incensurata” azienda d’asparagi in Repubblica Ceca, che coltivava asparagi per un “incensurato” grossista nei Paesi Bassi, assumeva come raccoglitori degli adatti romeni. Perché adatti? Con i loro passaporti UE potevano attraversare senza problemi i confini, e la questione dei permessi di lavoro inesistenti in qualche modo veniva sottaciuta.

A reclutare i raccoglitori romeni era una banda ucraina. I romeni non hanno mai visto la paga promessa, e vitto e alloggio erano da schiavi. I brutali schiavisti ucraini li minacciavano di morte in caso di fuga.

Grazie ad alcuni fuggitivi ed al fatto che hanno trovato il coraggio di rivolgersi all’ambasciata romena in Repubblica Ceca, la catena schiavista è stata (temporaneamente) interrotta. In realtà, per tutto questo ci sono voluti due-tre anni, e ciò ha portato ai proprietari d’asparagi due-tre anni di lavoro gratuito. Di fattorie simili per l’Europa ce ne sono parecchie, di simili mercanti di schiavi molti, di simili disperati troppi, e di simili corrotti poliziotti e giudici ovunque quanto basta.

I media, al contempo marcatamente di transizione, dell’Europa dell’Est, per anni si sono sforzati di dimostrare che l’educazione, la professionalità e la competizione non sono garanzia di una vita stabile e prosperosa. Il Grande Fratello, vero divertimento di masse milionarie, ha dimostrato che chiunque può se vuole, e che può grazie a qualunque cosa. Lo show è stato in qualche modo anche una sorta d’anticipazione del futuro prossimo. L’istruzione è stata detronizzata dai media e dalla prassi quotidiana, e sul piedistallo del valore è stato piazzato il corpo. L’unica cosa che l’uomo comune ha a disposizione è il corpo, e tu pensa, s’è dimostrato che ha un suo valore sul mercato. Il corpo si può vendere. Il corpo si può abbellire, gonfiare di silicone, bucare di botox, diminuire, dimagrire, ingrossare, pompare, tatuare, vestire, denudare. Del corpo si può aumentare il valore commerciale, bisogna solo sapere come.

Prostitute, donne, ma anche uomini, vendono il corpo direttamente. Alcuni genitori vendono i proprio figli. Alcuni figli vendono se stessi, senza interlocutori. Alcuni mendicanti si impiccano da soli, per aumentare gli introiti con la pietà. Molti indiani vendono i propri organi. Alcuni uomini vendono il proprio sangue. Anche un corpo morto ha un suo valore. Secondo alcune indagini di Amnesty International, 6000 detenuti cinesi sono condannati annualmente alla pena di morte. Il 90% dei reni trapiantati provengono da detenuti cinesi giustiziati. I ricchi stranieri pagano tra i 10.000 e 40.000 dollari per un rene. La raccolta di organi non si limita solo ai reni, chiaramente. Nelle prigioni cinesi le esecuzioni vengono condotte con cura. Se il condannato è di salute cagionevole, gli si spara in petto, se è un candidato per la “raccolta di organi”, gli si spara in fronte.

I corpi comuni di gente qualunque si usano per scopi artistici. Nic Green ha messo in scena ad Edimburgo (nell’agosto 2009) un progetto, “Ricerca teatrale del femminismo contemporaneo”, chiedendo a comuni, anonime donne, volontarie, di salire sul palco nude. Alcune hanno vissuto l’esperienza di apparire senza veli sulla scena come l’affermazione della vita.

A differenza del regista inglese socialmente autistico, il regista teatrale croato Borut Šeparović dimostra una maggiore sensibilità sociale. Lui si è rivolto allo Sportello lavoro e ha chiamato le donne disoccupate ai provini. Da circa duecento candidate ne ha estratte undici. Le donne vestite con la maglia della nazionale di calcio terranno una rappresentazione in onore del calcio croato e al contempo racconteranno le loro storie personali di disoccupazione. Non sono donne volontarie, non sono interessate all’arte come affermazione di vita. Per la loro partecipazione riceveranno un modico compenso.

Chissà, forse anche il popolare show televisivo Ballando con le stelle è solo un’introduzione a una possibile prassi quotidiana, a quelle maratone del ballo che abbiamo visto quarant’anni fa nel film di Sidney Pollack Non si uccidono così anche i cavalli?. Maratone del ballo, in cui i concorrenti, coi loro danzanti, affamati corpi, lottavano per un premio in denaro, o forse solo per del cibo, erano popolari ai tempi della recessione americana.

L’artista Christian Boltanski, che ha compiuto 65 anni, ha recentemente venduto la propria vita al milionario e collezionista australiano David Walsh. Per i prossimi otto anni, a cominciare dal 1 gennaio 2010, quattro telecamere filmeranno senza interruzione l’atelier di Christian Boltanski e trasmetteranno tale inusitato Grande Fratello con un solo concorrente in qualche grotta della Tasmania. Se Boltanski sopravvive ai prossimi otto anni, riceverà l’intera somma per la vendita della propria vita. Se muore prima, non avrà nulla.

Erisitone, uomo di Tessaglia, tagliò un albero nel giardino di Demetra per costruirsi una casa. Demetra lo punì con la fame eterna. Erisitone morì mangiandosi da solo. Se rigettiamo le interpretazioni ecologiche di questo mito, allora la storia di Erisitone ci può servire come l’ennesimo esempio che per lo scopo della sopravvivenza temporanea possiamo sfruttare ciò che tutti abbiamo: il nostro corpo.

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…proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente…

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"La libertà che guida il popolo"

Giusto ieri due amici mi chiedevano se io mi sentissi più italiano o più serbo. Credo di aver dato una risposta se non confusa, perlomeno parziale, riassunta in qualcosa come “in Italia più serbo, in Serbia più italiano”. Forse è il caso di spiegarmi meglio.

Non saprei dire se certi sentimenti siano più frutto di esperienze passate o conformazioni mentali genetiche, ma in vita mia sono sempre rimasto alquanto indifferente a qualsivoglia manifestazione di nazionalità o amor patrio. Sono certamente convinto che, qualsiasi ne sia l’origine, questa disaffezione sia anche frutto della storia jugoslava più recente, e della concreta prova di che cosa possa scaturire da eccessivi ed incontrollati sentimenti di odio interetnico, pompato da forti dosi di sciovinismo. Ancora oggi i forti rancori che covano sotto le ceneri tra serbi, croati e bosniaci, mi fanno pensare che sia sempre più auspicabile, o se non altro meno pericolosa, una certa qual mancanza di patriottismo, che anche un suo solo sottile velo d’eccesso.

Allo stesso tempo non posso liquidare in maniera tanto approssimativa le differenze socioculturali che distinguono qualsiasi nazione dall’altra, a volte più accentuate ed evidenti, altre molto meno, ma certamente presenti. Da questo punto di vista ho sempre guardato alla mia doppia radice formativa come a una grossa fortuna: seppure serbo di sangue e origine al 100%, sono arrivato in Italia così piccolo da frequentarvi ogni grado d’istruzione, a partire dall’ultimo anno di scuola materna. La mia formazione culturale, linguistica e di vita, oltre alle mie conoscenze e frequentazioni quasi esclusivamente italiane, hanno quindi compensato se non facilmente superato qualsiasi forma di legame col paese d’origine, col quale mantengo legami diretti attraverso la famiglia, viaggi a cadenza annuale e l’uso della lingua madre. A tal proposito, ritengo che il plurilinguismo nativo abbia capacità formative intrinseche, in quanto abitua fin da tenera età l’individuo a ragionare costantemente per binari paralleli, mantenendo sempre vigile l’attenzione sull’esistenza del relativismo culturale, ossia sul fatto che punti di vista divergenti non implichino necessariamente la scorrettezza di uno dei due, quale che sia la parte interpellata, ma semplicemente la coesistenza di verità diverse, non per questo meno concrete.

La nostra vita è solo una particolarissima manifestazione di luoghi, incontri, esperienze in atto, mentre al mondo, contemporaneamente, esistono centinaia, migliaia di situazioni, città e volti in potenza da risultare intollerabile l’idea che noi si sia meglio, o più veri, o più corretti e importanti di questo caleidoscopio mutevole e perenne di realtà concrete, meno tangibili solo perché fuori dalla portata dei nostri cinque sensi (ma se così fosse, dovremmo ritenere che il mondo finisca non oltre qualche centinaio di metri dal nostro naso).

Se dovessi, costretto con le spalle al muro, rispondere alla domanda “Di che nazionalità sei?”, la mia risposta più sincera sarebbe senz’altro “Europea.” Anche qui sorge maliziosa la domanda se sia nato prima l’uovo o la gallina, se sia veramente un’inclinazione del cuore o la plasmazione della mia forma mentis, ma in cuor mio sono profondamente felice di essere capitato su questo mondo proprio in terra europea, che di Balcani o Italia si tratti. Che siano i paesi slavi dell’Est, il mondo latino e mediterraneo, quello anglosassone e settentrionale, dell’Europa, pur con le sue innumerevoli pecche, amo tutto: la cultura, i tempi storici e formativi, gli stili di vita, il modo e le condizioni del ragionare e del riflettere, la filosofia, l’attenzione rivolta (forse più lascito del passato, ma ancora tangibile) alle tematiche sociali e umane. Come una vecchia signora malinconica, ben pasciuta ed un poco spaesata, che oramai vive nel ricordo di una vita di grandi emozioni fuggita via, così io mi sento d’abbracciare questo continente, che non sembra più capace di offrire altro se non la memoria di tempi gloriosi. Ed è forse ironico che a dire ciò sia un cittadino extracomunitario, eppure non posso non pensare che vi sia una qualche correlazione tra i due eventi: il non essere rappresentato a livello comunitario, la tangibile impossibilità di muoversi liberamente e nei tempi che più aggradano per questo mondo, risaltano ancora più ai miei occhi la potenziale grandezza di una Unione Europea che permette ai suoi cittadini, soprattutto ai giovani, di viaggiare, scambiare e conoscere altre esperienze, volti e paesi. Ciò che più mi stupisce a tal proposito, e forse in fondo è meglio così, è la sostanziale naturalezza e noncuranza con cui questi miei coetanei e più vivono tale libertà estrema. Dico che è meglio perché forse è proprio metabolizzando fino a tal punto queste grandi conquiste, che esse verranno ritenute proprie “di diritto”, e quindi mai più negoziabili, ma sarebbe altrettanto importante tenere sempre a mente quanta fatica e quanti morti sia costata in passato la loro realizzazione, per non sminuirne l’enorme portata.

Infine, vorrei spezzare una lancia in favore del nazionalismo: non penso che l’orgoglio per le proprie origini, per il paese e la cultura di provenienza siano necessariamente sgradevoli, anzi! Non bisognerebbe mai rinnegare le proprie radici, e coltivarle fino in fondo, perché solo una più sicura e seria confidenza in ciò che siamo, in ciò che ci caratterizza può darci la forza e la sicurezza di perorare da un lato certe scelte, difendere dall’altro i nostri stili di vita con mente critica e capace, attraverso la chiara consapevolezza della grandezza di un paese (il proprio), sapendone quindi tracciare anche i limiti. Ritengo però che coltivare tale forma sana di nazionalismo, per metterla così, sia purtroppo alla portata di menti molto elastiche ed intelligenti, caratteristica che – e perdonatemi il cinismo da salotto – non ha mai contraddistinto le grandi masse elettrici di nessun paese, mentre è molto più facile sfociare in più concrete manifestazioni di paura, sospetto, timore verso l’estraneo e chiusura, per l’eterno malinteso che il diverso cerchi necessariamente di sopprimerci, come un’erbaccia assassina. Oramai alla fine del primo decennio del XXI secolo, mi sento, forse un po’ precocemente, fors’anche  un poco ingenuamente, di poter ritenere il razzismo, almeno nelle sue accezioni più violente e manifeste, un problema superato o comunque superabile entro orizzonti temporali umanamente comprensibili. Il problema più impellente, sbocciato negli ultimi vent’anni e che credo assumerà contorni sempre più urgenti e drammatici negli anni a venire, sarà lo scontro culturale e di valori che caratterizza le società della globalizzazione.

Sarebbe pertanto intelligente iniziare a interrogarci seriamente su cosa crediamo di essere, quale mondo pensiamo di rappresentare e quale futuro vorremmo vedere concretizzato, dato il presupposto che i contatti, quindi i confronti, con l’altro (inteso nel senso più lato possibile) saranno sempre più frequenti e diretti. Perciò, la prossima volta che vedete in me un simbolo di questo nuovo modo di concepire i rapporti di civiltà, abbiate in mente che a voi tutti toccherà presto di diventare un poco più serbi, o cinesi, arabi e indiani.

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Giornale Il Caffé, 20/11/2009

Chiunque si sia mai minimamente occupato di economia conosce la teoria dei giochi, e più precisamente un concetto di risoluzione definito equilibrio di Nash, dal famoso matematico John Nash, quello di Russell Crowe in A beautiful mind, per intenderci. Secondo questo modello, i vari giocatori sono perfettamente informati sulle diverse strategie che gli altri partecipanti possono adottare, ed il profilo risultante è tale che nessuno dei giocatori può trarre ulteriore vantaggio nel cambiare la strategia messa in atto, a patto che gli altri concorrenti non modifichino le loro.

Riflettevo così l’altro giorno, in maniera piuttosto disimpegnata, riguardo al sistema politico italiano, e pensavo a come fossero passati già quindici anni – per la precisione era il 10 maggio 1994 – dal primo insediamento a Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi. Per rendere forse meglio il concetto, vorrei ricordare che in quella data alla presidenza degli Stati Uniti sedeva Bill Clinton, in Francia François Mitterrand, in Germania Helmut Kohl, ancora in carica al primo governo sulla scia della riunificazione tedesca, in Russia Boris Eltsin… Insomma, nomi che nell’immaginario comune, per i tempi della politica, appartengono al passato remoto. In un articolo di pochi giorni fa, Gianmario Pisanu ricordava come solo nella Seconda repubblica si siano già succeduti dieci governi, mentre l’attuale scricchiola tanto da tenerne i ministri svegli la notte. Al contempo è però importante ricordare che a parte pochi noti, il riciclo di nomi, sia delle più alte cariche che non, è stato tale da causare ben poche sorprese e rinnovamenti, non dico da un governo all’altro (di sinistra o destra che fosse), ma anche da una Repubblica all’altra. Così, a parte la paralisi politica dettata dalla sua endemica fragilità, si nota ben poca discontinuità, segno sempre di radicati cambiamenti in atto, col passare di governi e legislature. Pare proprio che l’Italia, o meglio le forze sociali, politiche ed economiche al suo interno, abbiano trovato un punto d’equilibrio – più o meno riuscito – dal quale non hanno ragione di spostarsi. Più il tempo passa, più gli storici problemi della penisola appaiono quanto mai cronici, dalla corruzione, alla giustizia, alla collusione tra Stato e mafie, al parassitismo, nepotismo, all’autoreferenzialità della classe politica. Il punto morto nel quale si è incagliata l’Italia è come un tumore che vegeta, e pian piano colpisce anche le cellule sane che lo circondano. Il risultato è l’apatia, la sfiducia ed il totale scoraggiamento dei cittadini, che ben consci dell’aria che tira e col fiuto affinato da secoli di servaggio, non fanno nulla perché questa situazione migliori, ma tentano a loro volta, nel loro piccolo, di trarre qualche vantaggio dall’inefficienza generale, per non pagare tasse, imposte, od anche solo un biglietto dell’autobus. Poiché la classe dirigente è la prima a (non) farlo, non si comprende perché il singolo cittadino, che in una vita non guadagnerà forse quanto taluni evadono in un anno, debba prodigarsi tanto nel rispettare come un pollo qualsiasi balzello gli venga imposto, aumentando soltanto l’entropia ed il senso di inaffidabilità dell’insieme.

È certamente vero che dovrebbe essere l’uomo politico, per primo ed autonomamente, a dare l’esempio e puntare sulla trasparenza educativa, ma appurato oramai da anni che ciò non avviene, questa colpa perde valore di scusante per il singolo. Se ognuno di noi, nel suo piccolo e senza alcun tornaconto immediato, si prodigasse nel fare, se non bene, meglio, potrebbe cambiare qualcosa? Potrebbero, forse, gli altri giocatori capire che le scelte stanno cambiando, e che la propria strategia non è più quella vincente, ma un’altra, forse più vantaggiosa per la comunità tutta? Potrebbe addirittura rivelarsi il tramonto di una classe politica, palesemente inadatta a rispondere alle esigenze di una società più pretenziosa della nostra? Oggi più che mai si punta su parole quali libertà e democrazia, più a colmare il baratro della sfiducia nello strumento politico che per una reale coscienza di concetto. Il risultato è solo uno schietto individualismo, con la più grave conseguenza di nascondere qualsivoglia progetto futuro, una visione a lungo termine, una meta verso la quale tendere il sistema paese. Ma senza una rotta precisa, sino a quando la nave potrà restare in mare aperto? E, quando si troverà ad attraccare, siamo sicuri che sarà in prossimità di un porto nel quale riparare?

Così sfiduciato, mi trovo poi a leggere giornali serbi, la ben più grave stagnazione del mio paese natale, mi dico come in fondo l’Italia non stia messa tanto male, e, con una botta d’ottimismo, che anche le pretese che ognuno pone verso lo stato in cui vive siano proporzionali allo sviluppo conseguito; come ciò che a noi, qui, può apparire grave, sia in realtà meno peggio di quanto sembri. Eppure non credo che il benchmark italiano debba essere la Serbia, quanto piuttosto Germania, Francia o Regno Unito. Ecco, forse me le annoto, per la prossima volta che mi toccherà di emigrare.

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La prossima volta che il Tg1 parla di un rumeno che ha violentato una ragazza italiana, ricordatevi per favore che è vostro diritto pretendere, per par condicio, la notizia di qualche violentatore italiano che ha stuprato una ragazza rumena.

Se a Palermo un pitbull azzanna a morte un bambino, sarebbe il caso che la Rai citasse anche qualche signore di Trento che cucina cani alla griglia.

Per ogni morto stradale del sabato sera intervisteranno quattro baldi giovani sopravvissuti, per farsi raccontare come sono tornati a casa in macchina senza problemi.

E non fermatevi ai telegiornali, no, perché in nome del più democratico pluralismo, la Rai non permetterebbe certo a una pubblicità di assorbenti e copiose perdite sanguigne di passare impunita, se a seguire non ci fosse quella per un integratore da menopausa. O almeno questa è la concezione di servizio pubblico televisivo che pare andare per la maggiore nei corridoi dell’ufficio legale Rai, virtuoso nido di ginnasti del sesso passivo. Di cosa sto parlando? Di Videocracy naturalmente, l’ultimo documentario di Erik Gandini, regista italo-svedese di discreto successo. Da settimana prossima nei cinema (4 settembre) e alla Biennale di Venezia, il film è incentrato sulla figura di Silvio Berlusconi, delle sue televisioni e del ruolo fondamentale che hanno avuto per l’ascesa politica del medesimo e nel sostegno da parte delle masse (sostantivo che non evoca mai associazioni lusinghiere). La Rai avrebbe infatti risposto picche alla domanda della casa di distribuzione Fandango nel promuovere la pellicola (Mediaset, senza bisogno di dirlo, si è accodata), in quanto essendo evidente la critica verso una certa parte politica, si dovrebbe proporre anche un messaggio diametralmente opposto. Parliamo di una pubblicità, nemmeno di un film (che probabilmente sarebbe controbilanciato da una qualsiasi delle innumerevoli puntate di Porta a Porta).

Qualche buonanima dovrebbe spendere dieci minuti per spiegare alle menti illuminate della Rai il vero significato del termine pluralismo, che comporta rispetto e tolleranza reciproca tra posizioni di pensiero contrapposte, senza conflitti e prevaricazioni da nessuna delle parti. Non l’insensata idea che gli opposti debbano sempre e comunque camminare a braccetto ed in contemporanea, come pazienti affetti da grave schizofrenia.

Ecco comunque il teaser in questione:

Non mi va di prendere per oro colato i dati offerti così seriamente in questi pochi secondi, sebbene siano cifre già sentite da altre parti non ne conosco (probabilmente per disinformazione personale, mi scuserete) la fonte e quindi preferisco non mettere la mano sul fuoco. Reputo però estremamente interessante che un messaggio del genere (l’Italia al 73° posto al mondo per libertà di stampa, e l’80% degli italiani forma la propria opinione principalmente – o solo – attraverso la televisione), venga censurato proprio da quella stessa televisione messa sotto inchiesta. Eppure, nel paese dell’assurdo, tutto è permesso, perché nulla più stupisce: il giorno in cui gli italiani torneranno a stupirsi, sarà la fine della seconda repubblica.

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P.S. Ieri sera il derby milanese Milan – Inter si è concluso per 0 – 4. Consiglio alla Rai di non rendere la notizia di pubblico dominio fino a quando la squadra del Presidente non sarà in grado di bilanciare il fazioso risultato con un 4 – 0.

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Burkina Faso

Secondo le stime del Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite, il Burkina Faso è il terzo paese più povero al mondo, con un reddito pro capite annuo inferiore ai 250€. Il 62% della popolazione (13.200.000) vive cone meno di 1$ al giorno, e la maggior parte di questa fetta in condizioni di pura miseria – tecnicamente giudicata molto più grave della semplice povertà. Il tasso di alfabetizzazione si attesta attorno al 28,5% (2005), il 40% dei bambini non va a scuola (obbligatoria dai 7 ai 13 anni), e del restante 60% solo l’1-2% raggiunge l’università.

La speranza di vita è di 42 anni.

Cotone

La produzione di cotone è un pilastro portante dell’economia del Burkina, che pur attestandosi solo al 5-8% del PIL, rappresenta il 50-60% delle esportazioni, indispensabili per l’accumulo di valuta forte. Si stima che circa 700.000 persone (il 17% della popolazione) lavorino nel cotone, ma se si considera che mediamente in Africa, visti gli elevati tassi di disoccupazione, ogni individuo impiegato ne mantiene altri 15, è chiaro che questo lavoro rappresenti praticamente l’intera economia del paese.

Fluttuazioni del PIL e della produzione di cotone (Fonte: IMF)

Fluttuazioni del PIL e della produzione di cotone. (Fonte: IMF)

La qualità e la purezza del cotone sono le migliori al mondo, visto che tutto il lavoro viene svolto a mano con costi di produzione tra i più bassi, eppure sul mercato globale fatica ad attestarsi a prezzi competitivi, costringendo i produttori ad operare sottocosto.

Prezzi di produzione (rosso) e prezzi sul mercato globale (blu). (Fonte: IMF)

Prezzi di produzione (rosso) e prezzi sul mercato globale (blu). (Fonte: IMF)

Com’è possibile ciò, se il costo della manodopera è irrisorio (circa 50€/cent al giorno)?

Stati Uniti d’America: il governo degli USA elargisce sussidi annuali ai suoi coltivatori di cotone per un totale di 3 miliardi di $, applicando di fatto due pesi e due misure, imponendo forzosamente il liberismo economico ai paesi più deboli, e conducendo al contempo una politica protezionista  in difesa dei propri prodotti.

Se gli Stati Uniti abolissero i propri sussidi, il Burkina Faso otterrebbe profitti pari almeno a 122 milioni di €. I vari aiuti internazionali, i crediti elargiti da Stati Uniti, Unione Europea, Giappone, sommati raggiungono 30 milioni di €. È chiaro quindi che in un mercato equo il Burkina Faso non avrebbe bisogno d’indebitarsi per sviluppare il proprio paese (si stima che in Burkina siano già indebitati anche i neonati del 2035). Il solo lavoro dei contadini permetterebbe allo stato di costruire strade, scuole, ospedali e tutte le infrastrutture necessarie per garantire un futuro ai propri bambini.

PiantagioniIn ogni caso, la situazione attuale non è sostenibile nel lungo periodo: la monocoltura del cotone sta velocemente distruggendo i suoli, e vaste aree intensivamente coltivate a cotone sono oggi desertificate. Il cotone è stato venduto, il ricavo è stato speso, il suolo è oramai per sempre improduttivo. Il giorno in cui la produzione del cotone dovesse cessare, l’unico modo per sopravvivere sarebbe una migrazione di massa verso l’Europa, e non si parla più di centinaia di sbarchi, ma milioni di persone del Burkina Faso, del Niger, del Mali, del Benin e altri in transito verso il nostro continente. Spinti dalla miseria e dalla fame, non ci saranno bastioni, armi o muri in grado di difenderci dal loro assalto.

L’unica soluzione tollerabile è agire sin da subito, modificando le regole del gioco e della concorrenza sui mercati globali, permettendo ai paesi in via di sviluppo di partecipare in maniera realmente competitiva agli scambi internazionali, in modo da creare con le loro stesse forze valore, incrementare l’economia dei paesi africani e concedere il diritto e la possibilità di crescere ed immaginare un futuro migliore nel loro stesso paese. Questa strada comporterebbe ovviamente un serio ridimensionamento della ricchezza diffusa in Occidente, ma è l’unico modo per l’Occidente stesso di sopravvivere nel lungo periodo. L’alternativa è l’annientamento e l’inevitabile perdita dello scontro tra civiltà.

Non si tratta più di giustizia universale, ma di mera sopravvivenza, e di comprendere che tale sopravvivenza può passare solo attraverso quella dei popoli africani, e non il loro sfruttamento ad oltranza.

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