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Vorrei ricordare, con qualche giorno di ritardo, il 5 aprile del 1992. Diciotto anni fa le truppe serbe circondano Sarajevo, la capitale bosniaca, città multietnica, aperta e viva. L’assedio dura quasi quattro anni, fino al 29 febbraio 1996. Come raccontare oltre 10.000 morti rendendo loro giustizia, crani e petti di vecchi e bambini divelti da freddi cecchini? Non lo so. Lascio però una testimonianza diretta di quei giorni, che nella sua immediatezza mi è parsa il mezzo più genuino per ricordare quegli anni, e chi è stato assassinato.

Sarajevo, marzo 1996.

<<Una mattina siamo uscite, mia cognata ed io, per la serie non ci sono spari, c’era già stata una breve tregua del genere o simile, e in più era una giornata di sole, e allora speravamo che la tregua sarebbe durata almeno tutta la mattina. Verso di noi viene allora una donna, con un distinto cappotto bianco, scarpe bianche col tacco, vestita così, proprio curata, e sopra il cappotto aveva indossato una scatola in cartone, e andava in giro così, cantando, ci incontra e ci dice: “Care mie, vi dico qualcosa in confidenza, andate solo nella natura, solo nel verde, là dove sono farfalle e uccelli”, e capiamo che la donna è matta. E d’un tratto, la consapevolezza di questo, che è ammattita per la guerra, perché da come è vestita è chiaro che era una donna curata, che lavorava non so dove, in qualche banca, alla posta o che so, e che tutto funzionava fino alla guerra, e che è stata la guerra a rimbecillirla, suscita in te un tale brivido, la sensazione che non è una cosa che succede solo agli altri, che ci sei così vicino, per il continuo stress, la paura, il cibo cattivo, quella orrenda paura dell’inverno… mi sembra che già a settembre la paura dell’inverno a Sarajevo iniziasse ad essere peggiore della paura della morte. Lì si traffica con tutti e con tutto: prima si trafficava con ciò che era stato rubato dai negozi, probabilmente ancora la gente ha di questa roba nascosta da qualche parte, e aspetta il momento giusto in cui la potrà esporre, per esempio Oslobodjenje titolava che avevano trovato quattro tonnellate di formaggio che era arrivato con gli aiuti umanitari, quattro tonnellate di formaggio! Il tizio le aveva chiuse nel suo garage, o non so dove, le ha sistemate da qualche parte. Si traffica praticamente con qualsiasi cosa, al mercato durante l’estate l’unica cosa che si poteva trovare – penso che l’abbiate visto in tv, che sia giunto fino a Belgrado – erano mucchietti di ortica nera, o foglie di barbabietola, erano l’alternativa agli spinaci, o in generale a qualsiasi verdura. Noi raccoglievamo i denti di leone attorno a casa: quando si mettono i denti di leone nel riso, il riso assume un altro colore, e il pranzo cambia persino un po’ sapore.

La mia amica ed io siamo andate ad esempio un giorno alla croce rossa, io tentavo assiduamente di finire su quella lista per i convogli, e poiché erano distanze enormi, il trasporto pubblico non funzionava, tutti quei cavi per i quali passavano i filobus e i tram tagliati, e i tram divelti coi vetri rotti, erano sparsi un po’ per tutta la città, lungo i binari, a una distanza che so, di 200, 100 metri. E poi ci sono quei punti dove la strada si stende a tal punto che la visuale dai monti, da Vraca o Trebević è totale, e da quelle strade ci stanno tutti alla larga, perché lì stanno appostati i cecchini, e per quel motivo, perché comunque la gente possa da qualche parte passare, sono barricate con degli enormi container in ferro. Ora arriviamo la mia collega e io – non so più se sto raccontando una storia di senso compiuto e se questa storia si riesca a seguire – passiamo vicino a questi container di ferro, e perché ci eravamo perse in chiacchiere, avremmo proseguito ancora qualche metro scoperte da questa protezione, anche se vediamo che dietro questi container sta della gente, perlopiù anziana, e uno di questi ci dice: “Dove andate, donne?! Ferme, ferme! Non vedete che il cecchino batte?”, e allora sentiamo il colpo, vediamo proprio come il proiettile colpisca l’asfalto della strada, e ci ritiriamo. Allora dall’altra parte della strada verso di noi si dirige un signore anziano, un signore sulla settantina, probabilmente anche a lui hanno gridato “Ehi, non andare, vecchio, non andare!”, ma lui non ha sentito, e ora va. E allora il cecchino apre il fuoco, e proprio a fianco della sua scarpa strappa un pezzo d’asfalto il proiettile, e quel pezzo d’asfalto lo prende sotto al mento, e lui così vecchio comunque si mette a correre, supera quel punto critico tenuto sotto tiro dal cecchino, e arriva da noi, e l’unico problema, poveraccio, si tocca quel punto del mento e grida “Dov’è il sangue?! Dov’è il sangue?! Dov’è?!!”, perché pensa il proiettile gli abbia preso la mascella e cerca il sangue. Allora ovviamente si spendono diversi minuti prima che comprenda che è stato l’asfalto a colpirlo, e non il proiettile, ma mentre noi ci curiamo del vecchio dal nostro lato della strada, dall’altra parte arriva una donna giovane, forse sui trentacinque, con un vestitino nero, sembrava un’impiegata, di nuovo anche lei curata, si vede o che era stata a lavoro, o simile, e di nuovo lo stesso che aveva gridato a noi le dice “Ehi, dove sta andando? Il cecchino spara!”. Lei fa un gesto stanco con la mano, come per dire “Lo so, qui il cecchino spara sempre, ma io passo”, fa tre passi e il cecchino la prende al collo. Ora il sangue sprizza dalla ferita, noi ci troviamo al massimo a un metro e mezzo da lei, e nessuno osa avvicinarsi, per aiutarla, per tirarla fuori, e questa sensazione terribile, che tu non possa fare quei tre passi per tendere la mano a qualcuno a cui il sangue schizza dal collo e tirarlo fuori, è orribile a tale punto, sminuente per tutti i sentimenti di amore verso il prossimo, per quei sentimenti più basilari dell’uomo che si offrono non dico alle persone, anche solo a un cane, è così terribile che tremo tutta, ma tutta, con tutto il corpo, non come quando tremano le spalle, o le mani, ma tutto il corpo come se fosse staccato da terra, e la mia collega urla a squarciagola, per la stessa ragione, né per paura, né perché a quella donna scorre il sangue, ma per quella sensazione, di non poterla aiutare. E allora un altro di quegli uomini schiacciati lì con noi le dice: “Per prima cosa schiacci quel punto con la mano, lì dove sente che brucia, schiacci come sa e può per non perdere troppo sangue, e poi provi a puntellarsi, a spingersi coi piedi contro l’asfalto, per passare quel metro e mezzo da sola, perché noi non possiamo avvicinarci, perché allora anche per noi non ci sarà nessuno ad aiutarci”. E per tutto quel tempo il cecchino continua imperterrito a sparare, vicino a lei, o meglio sopra a lei, perché probabilmente non l’ha più nel suo campo visivo dettato dal mirino, ma sa di averla colpita, e continua a spaventare i restanti. E lei poverina, in quel tempo si spinge in qualche modo, non lo so, con le ultime forze, con la forza della disperazione, per istinto di sopravvivenza, e si avvicina sempre più, ma i vestiti le restano indietro, schiacciati, e non riusciamo ad afferrarla, allora gli uomini si tolgono le cinture, e le lanciano, cercano in qualche modo di prenderla, aiutarla, e alla fine in qualche modo la tiriamo fuori. Nel frattempo un altro individuo dall’altra parte della strada, un poliziotto credo col walkie-talkie ha già chiamato l’ambulanza, arriva l’ambulanza e la carica dentro, e noi per altre quattro ore piene restiamo lì, rannicchiati dietro quell’affare di ferro che continuano a chiamare container, non so perché ma anch’io l’ho assimilato, anche se non ha nulla a che fare coi container, e per di più è ormai talmente sforacchiato dai colpi dei cecchini che ci stiamo tutti rannicchiati in basso, e ci sono anche persone anziane, e non è facile, e non sai che fare, in più pioveva, c’era fango, e non potevi nemmeno sederti, ed è tutto nel complesso così orribile, così… tutti stanno zitti, stanno così pazientemente lì rannicchiati, e non sono spaventati, ed è questo a fare più paura, semplicemente stanno lì, aspettano che passi qualcosa senza speranza, orribilmente privi di speranza. Semplicemente è questo, è questa la cosa più tragica della situazione.

Infine il cecchino smette di sparare, e di nuovo lo stesso signore, che passa sempre di lì, perché di lì va a lavorare e torna a casa, ci avvisa che ormai probabilmente, visto che non spara da più di mezzora, non sparerà proprio oltre, ha finito il suo turno, ora possiamo passare. Allora di nuovo corriamo presto dall’altra parte, non si sa mai, nel frattempo è sceso il buio, di nuovo quel signore ci tranquillizza perché vede che noi due abbiamo avuto una reazione strana, lì mentre quella donna sanguinava, “Non abbiate paura”, dice vedendo che siamo due signore di una certa età, “Non abbiate paura, a Sarajevo il buio è la miglior sicurezza, in più c’è ancora tempo per il coprifuoco, arriverete alle vostre case”. Allora in quel buio, per quelle buche, per quell’asfalto divelto… Sapete ad esempio a cosa assomigliano i punti sull’asfalto dove cade una granata? Come un fiore. Così esplode la granata. Scava una fossa, un buco, e poi a raggiera tanti tanti buchi più piccoli, ma a raggiera, e lontano, così che sembra che qualcuno, bucando l’asfalto, ci abbia disegnato una rosa.>>

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