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Posts Tagged ‘riforme’

[Writing is] a bit like shitting… if it’s coming in dribs and drabs or not coming at all, or being forced out, or if you’re missing the rhythm, it’s no pleasure at all.

Germaine Greer, Advice to Writers

E nonostante il discutibile paragone, la verità è proprio questa, che insomma, se si battono i tasti per costrizione poi si leggerà il tutto con la stessa fatica, e senza piacere. Non ci si stupisca quindi se scrivo meno di frequente ultimamente, e fortuna vuole che a stupirsene non saranno poi in molti visto che di certo questo blog non rientra nell’olimpo dei più cercati su Google, che se così fosse non perderei tempo a vivere la vita che faccio, ma farei piuttosto populismo spiccio alla Grillo Beppe. E in realtà no, non è vero che non scrivo, anzi in questi giorni ho proprio un prurito alle mani, e riempio cartelle di word, di quelle che poi restano a metà perse nei meandri del disco fisso, e ritrovo dopo mesi, per sbaglio, e rileggo. E scopro che è tutto da rifare, e da cambiare, e che non va bene, è insulso. God have mercy on the man | Who doubts what he’s sure of, concludeva Bruce Springsteen in Brilliant Disguise, e di pietà ne merito a vagonate, che creditimi non è mica facile sentire questo spasimo matto a mettere per scritto ogni vaccata che mi passa in testa, e non averne le capacità. Perché in fondo la strada dalla testa alle mani la conosco bene, eppure testa e mani da me non hanno mai collaborato, nello sport sono sempre stato disarticolato e ora mi pare che con la carta sia uguale, che in fondo è sempre la stessa cosa, sudare dietro a una palla o a una penna a sfera… Forse la soluzione sta nel pennino d’oca. E’ sempre molto più facile correggere il mezzo, non il soggetto. Soprattutto se il soggetto è incorreggibile, e correggetemi se sbaglio.

Intanto la giornata è ricca di spunti, in questo caldo pomeriggio di pianura. Per cominciare ho scoperto sul Venerdì di Repubblica che Arisa riguardo al caso Englaro avrebbe “lasciato decidere Dio”. E con tale imprescindibile analisi etica della vicenda possiamo mettere la parola “fine” a tutta questa brutta storia. Poi c’è la Marcegaglia che ammonisce il governo: riforme e cantieri per uscire dalla crisi, se no non si riparte. Magari parlava dell’Arsenale a La Maddalena, che dopo essersi aggiudicata l’appalto per un bell’albergo a cinque stelle ora si vede spostare il G8. Forza Marcegaglia, siamo tutti con te… un terremoto in Sardegna e vedrai che il G8 lo riportano a casa. Intanto Berlusconi parla di “parlamento pletorico” e “numero di deputati da ridurre”. Ci pensa il Compagno Fini a rispondergli, ormai partito per la tangente e irriconoscibile ai camerati di una vita. Non sa in realtà che il Premier basa le sue esternazioni su validissime analisi sociopolitiche, pressapoco simili a questa:

[…]C’era poi il Parlamento, formato dalla Camera dei Deputati e dei Senatori, che era diverso da quello di oggi e rappresentava una piaga della Nazione, perché a forza di lunghi discorsi, di litigi e di chiacchiere, impediva al Governo di fare buone leggi. Adesso invece le leggi le fa in maniera sbrigativa direttamente il Governo, cioè il Consiglio dei Ministri e il Gran Consiglio del Fascismo, senza bisogno del Parlamento, che ne viene informato in ultimo a cose fatte.

Tratto dal manuale di Vincenzo Meletti, Libro fascista del Balilla, introdotto nelle scuole elementari d’Italia nel 1934. E uno comincia a domandarsi se per caso il Nostro non si sia formato su queste ottime letture, ma anagraficamente ciò è impossibile: il giovanissimo Premier difatti non era nemmeno nato nel lontanissimo 1934. Bisognerà aspettare ben altri due anni, 1936 (o per i nostalgici XIV anno dell’Era Fascista), per la sua Venuta in terra.

Io sono l’unto del Signore, c’è qualcosa di divino nell’essere scelto dalla gente. E sarebbe grave che qualcuno che è stato scelto dalla gente, l’unto del Signore, possa pensare di tradire il mandato dei cittadini. Silvio Berlusconi, 25/11/1994

Che fortunelli che siamo…

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Ho visto un paese fossilizzato. Ho visto un Presidente del Consiglio come un padre amorevole, caricarsi in spalla il cadavere di una figlia non sua e trascinarlo per vessillo della sua pietà, della sua umanità, della sua giustizia, carità, fede. Ho visto una subdola dittatura insinuarsi negli angoli più invisibili di una società intorpidita. Non una dittatura di ideali, non una dittatura di visioni e missioni, e nemmeno una dittatura di odio e di fatti. Per questo più pericolosa, per questo inarrestabile. La dittatura di chi tutto possiede e da nulla è opposto. La dittatura di chi governa ogni mezzo di comunicazione, visivo o stampato. Ho visto un paese assuefarsi lentamente, piano piano, per quindici anni, a una certa icona del potere. Ho visto il timore e la rabbia del tanto vituperato giustizialismo post-tangentopoliano trasformarsi in ammirazione per i truffatori: mi hai ingannato, mi hai raggirato, hai piegato i poteri ai tuoi fini personali e per questo sei stato più bravo di me, più capace di me; per questo io ora ti voto. Per premiare la tua astuzia, per mascherare la mia ignoranza sotto un falso, tardivo e cinico ideale d’arrivismo. Ho visto una Chiesa cieca e medievale difendere il proprio potere secolare con ogni mezzo. Ho visto la laicità di un paese umiliata e ferita a sangue, rosso come porpora cardinalizia. Ho visto i più grandi miscredenti mascherare le proprie mire sotto scudi crociati, piegare quella stessa Chiesa ai propri fini di conquista. Ho visti mezzuomini guidare le sorti di questa storia di fine impero, grigi burocrati e rozzi contadini cavalcare le paure della massa ignorante per nutrire il proprio potere. Ho visto una generazione lobotomizzata crescere dei propri fantasmi, della paura del diverso, dello straniero, del nuovo. Ronde padane e sans papiers ai quali vengono negati diritti di cura. Io pago. Tu crepa. Ho visto un’opposizione sfumare lentamente, senza colpo ferire, senza morire, amalgamarsi a quella grande onda nera senza nome. Lì ho capito che la debolezza di ogni movimento storico è sempre stata la bandiera: la bandiera identifica, ma pone anche dei limiti. Oggi siamo tutti vincitori. Oggi vince il re: relativismo, revisionismo, revanscismo… Ho visto i soldati per le strade delle nostre città, gente addestrata per i campi di battaglia e non per operazioni di polizia, scorrazzare sui Defender90 dell’esercito, ed è stato paradossalmente lì che ho iniziato a sentirmi meno sicuro. Scene da Sud America. Per fortuna non ne abbiamo uno per donna, uscire in strada sarebbe stato entrare in guerra. Dobbiamo difenderci, ma da noi stessi, dal vuoto mostro dell’insensatezza, della noia, del tutto e subito. Ho visto giovani picchiare e bruciare un senzatetto, per una serata diversa, in un incubo di fantarealtà kubrickiana. Ho vissuto la difficoltà di focalizzare l’attenzione sui fatti, la capacità di deviare l’attenzione da ciò che accade per offrire a tutti noi comode poltrone in salotti radical-chic per parlare di vita ed eutanasia, tra l’agriturismo di Al Bano in Puglia e il matrimonio di Scamarcio. Dal greco ευθανασία, dolce morte. Come quella che sta vivendo l’Italia, e con essa tutti noi. La morte di uno stato di diritto, la morte della democrazia. La fine della suddivisione dei poteri. L’ingerenza dittatoriale di un governo sulle decisioni di giudici e tribunali, il trasferimento forzato di PM da una procura all’altra, la corruzione propagarsi come un tumore di cellule, ultimo sforzo per tenere in piedi un corpo, quello d’Italia, incapace di sopravvivere alla malattia. Ho visto attentare alla Costituzione, e ho annusato la fine stanca di un’era. Dovuta, forse. Ma forse tanto vigliacco da non volerla vivere io questa fine. Ho rispolverato la mia visione ciclica della Storia, un Occidente che muore come duemila anni fa, il buio alle porte e nessun appiglio. Ho visto la gloria di secoli spegnersi così, in un orgasmo di culi e di tette. Di spettacoli da baraccone, reality-show, talk-show, grandi fratelli e piccole puttane, cosce al chilo e cocaina all’etto, luci di natale, consumismo sfrenato, crisi economica, ville abusive in Costa Smeralda, terrorismo di stato, guerre coloniali, barconi di disperati, mercedes di nuovi ricchi, biblioteche deserte, inquinamento globale. Ho visto le menti migliori scappare, ammutolire, morire. Leggi fascistissime alle porte. Non ci sarà baccano, non ci sarà rumore, non ci sarà differenza. Non ce ne accorgeremo neanche. Quei tempi sono lontani. Forse no, le leggi non ci saranno. Di certo, in ogni caso, non ci sarà nessuna secessione dell’Avventino. Su quello possiamo stare certi. Siamo barche spinte da un mare straniero, che per noi sceglie. Ho visto le nostre facce, riflesse in quello specchio d’acqua. Erano facce tranquille, serene, spensierate, giovani e vecchie. Sagge e riposate. Le facce di condannati a morte.

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