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Posts Tagged ‘poesia’

Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell’acqua della fonte
La bava degli impiccati.

Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull’erba secca del prato
I denti dei fucilati.

Mordere l’aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d’uomini
Mordere l’aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d’uomini.

Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.



Canto degli ultimi partigiani, Franco Fortini
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De André canta De André, Milano, 08 marzo 2010

Ieri sera ero al teatro Smeraldo di Milano, al primo di due concerti – il secondo questa sera – di Cristiano De André, che, come dice il nome del tour, ripercorre le canzoni del padre. Per me, per il quale uno dei maggiori rimpianti di sempre è stato non fare in tempo ad assistere dal vivo a un’apparizione di Fabrizio De André, è stata una grandissima emozione. Non cercherò nemmeno di raccontare a parole l’evento, la ricca scaletta (credo almeno una ventina di canzoni), Cristiano sul palco, i suoi figli e Dori Ghezzi con noi tra il pubblico, gli aneddoti e i ricordi personalissimi di un figlio del proprio padre. Sarebbe comunque riduttivo classificarlo come un concerto tributo, e gratuito dire che Cristiano campa semplicemente della figura di Fabrizio. È innegabile il tocco personale e innovativo dato agli arrangiamenti, una vena fortemente rock che parte e ricorda le versioni della PFM (magistrale l’interpretazione di Amico fragile!), ma sa spingersi perfino oltre. Tutto ciò a pari passo con una figura, un portamento, un tono di voce caldo e pastoso, un modo di porsi e di parlare, da quei pudici e lapidari “Grazie.” alla fine di una canzone, al modo di appoggiarsi alle vocali in un discorso, che ricordano in maniera vigorosa, a tratti impressionante, papà Fabrizio.

Inutile, tutte le emozioni, le sensazioni ancora fresche e brucianti, la musica nelle orecchie, i versi, la forza poetica e vitale di parole che sembravano più grandi dell’affollatissimo teatro che le conteneva. Ricordi veri e presunti che resteranno per sempre, di una serata in cui anch’io per un giorno, per un momento, corsi a vedere il colore del vento.

Filmati di zemo84.

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…proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente…

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I’ve got my indignation, but I’m pure in all my thoughts…
Guaranteed, Eddie Vedder, Into the Wild OST (2007)

Piegàti in ginocchio non c’è modo d’essere liberi
alzando un calice vuoto prego in silenzio
che tutte le mie mete accettino ciò che io sono
così che io possa respirare

I cerchi crescono e inghiottono persone intere
metà della loro vita augurano buonanotte a mogli che mai conosceranno
ho una mente piena di domande ed un insegnante nell’anima
va così

Non avvicinarti oltre o me ne dovrò andare
mi inchiodano come gravità luoghi che attraggono
se c’è mai stato qualcuno in grado di tenermi a casa
sei tu

Tutti quelli che ho incontrato in gabbie da loro comprate
riflettono di me e del mio vagabondare
ma io non sono mai ciò che  pensano
ho la mia indignazione ma sono puro in ogni mio pensiero
sono vivo

Vento tra i miei capelli, mi sento parte di ogni luogo
sotto il mio essere c’è una strada che è sparita
tardi la notte ascolto gli alberi
cantano coi morti
in alto

Lasciami fare perché ho trovato una maniera di essere
considerami un satellite per sempre in orbita
conoscevo tutte le regole ma le regole non conoscevano me
garantito

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Nel 1981 viene pubblicato il decimo album in studio di De André (se si escludono dal conteggio le prime registrazioni della Karim). Intitolato semplicemente Fabrizio De André, viene spesso chiamato L’indiano per via della copertina, sulla quale è riportata un’opera di Frederic Remington, The Outlier (1909):

L'indiano

È essenzialmente un album di rinascita, ed è in quest’ottica che viene intitolato col solo nome dell’artista, come di solito avviene per le opere prime.

Rinascita da quattro mesi di prigionia, trascorsi con Dori Ghezzi tra l’agosto e il dicembre 1979 sui monti della Sardegna, per mano dell’anonima sequestri. Un periodo che farà molto riflettere Fabrizio, passando dalla condizione microscopica di carcerato-carceriere a quella macroscopica di oppresso-oppressore, in un teatro sfumato nel quale è molto difficile definire con certezza i ruoli: intervistato a ventiquattr’ore dalla sua liberazione, il 23 dicembre, commenterà la vicenda dicendo che <<Noi [Fabrizio e Dori] ne siamo venuti fuori, mentre loro [i sequestratori] non potranno farlo mai>>. Perché se per De André gli aguzzini sono stati quattro briganti armati, per i briganti stessi gli aguzzini sono ben più temibili di un ceppo di persone reali, quanto la società tutta, il degrado collettivo, la privazione della libertà.

Da qui l’idea di accostare un popolo, quello dei Nativi Americani, ad un altro, quello sardo, entrambi costretti e schiacciati dalle maggioranze, protetti ed allo stesso tempo incarcerati nelle loro isole di pianura (riserve) o di mare, in lotta per la sopravvivenza. Sopravvivenza non tanto fisica, quanto morale, culturale, storica e dello spirito. Un discorso parallelo ed intrecciato a quello intrapreso quindici anni dopo nel suo ultimo lavoro, Anime salve, nel quale tratterà proprio le minoranze in senso lato, non puramente etnico, ma con sintomi e meccanismi affatto dissimili.

È una soluzione che si amalgama fin dai primi secondi, con l’apertura di Quello che non ho, voci e tiri di schioppo registrati dal vivo, che più che ad una caccia al cinghiale (come effettivamente è: “La caccia al cinghiale è stata registrata in Gallura nel mese di gennaio 1981 grazie alla Compagnia di caccia di Marco Lattuneddu. Grazie a Sandro Colombini che a rischio di fucilate e fratture multiple, sprezzando il pericolo di un’indigestione ci ha aiutati nella registrazione della caccia”), ricorda quella al bisonte nelle praterie d’America. È una denunzia orchestrata e divisa per argomenti e simbologie occidentali, che parte dalla proprietà di inutili orpelli del potere bianco (il treno, le pistole, la camicia…), passando dal monopolio dell’istruzione (Canto del servo pastore: Qual è la direzione? Nessuno me lo imparò / Qual è il mio vero nome? Ancora non lo so), non sempre sinonimo di cultura, a quello violento della guerra (Fiume Sand Creek: Le lacrime più piccole, le lacrime più grosse / Quando l’albero della neve fiorì di stelle rosse / Ora i bambini dormono nel letto del Sand Creek). E dove solo morte e ingiustizia regnano, l’unica speranza è in altri cieli ed altri mondi (Ave Maria).

Con Hotel Supramonte torniamo di peso in Sardegna, per toccare il punto più basso della dolorosa introspezione dell’autore: in una realtà di solitudine ed abbandono (E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo / Tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo), nemmeno i sentimenti umani sanno più attecchire, come l’arida macchia sulla roccia della montagna sarda (Ma dov’è? Dov’è il tuo amore? / Ma dove è finito il tuo amore?). Eppure c’è ancora speranza, c’è quella disperata ricerca della felicità che è sempre stato il fiore più leggero di De André, l’arma che non ha mai concesso al pessimismo delle sue canzoni di oscurare del tutto il sole, banalizzando ed uniformandone il dolore (Passerà anche questa stazione senza far male / Passerà questa pioggia sottile come passa il dolore). Franziska è una romantica raffigurazione del bandito marinaio di foresta, leggera e ironica, dov’egli è nascosto sui monti (Tu bandito senza luna / Senza stelle e senza fortuna / Questa notte dormirai col suo rosario / Stretto intorno al tuo fucile), e lei, di riflesso, stanca e incapace di concedersi ai tanti pretendenti che la circondano (Hanno detto che Franziska / È stanca di ballare / Con un uomo che non ride / E non la può baciare, o ancora, L’altro giorno un altro uomo / Le ha sorriso per la strada / Era certo un forestiero  / Che non sapeva quel che costava). Se ti tagliassero a pezzetti porta all’apice un altro discorso di fondo di De André, ossia il rapporto dell’uomo con la natura vista come rifugio dalla corruzione e dal dolore della società umana: è quando l’uomo perde il contatto dalle sue origini, dalla terra, lì dove fiorisce il rosmarino, dove mio padre è un falco, mia madre un pagliaio, è allora che si perde la propria libertà. Ed infatti la protagonista è una ragazza felice, pura e innamorata (Ti ho trovata lungo il fiume / Che suonavi una foglia di fiore / Che cantavi parole leggere, parole d’amore), ma che presto abbandona l’ingenuità dei primi anni per varcare le porte di quel mondo di toni spenti e obblighi imposti che è la società moderna (T’ho incrociata alla stazione / Che inseguivi il tuo profumo / Presa in trappola da un tailleur grigio fumo / I giornali in una mano e nell’altra il tuo destino / Camminavi fianco a fianco al tuo assassino). In fondo però, come ho già sottolineato, c’è sempre speranza, e a noi non resta che cercare Verdi pascoli, dove la radio suona sempre canzoni da ballare e non c’è niente da scommettere, tutto da giocare / lassù, lassù nei verdi pascoli.

E adesso, alla fine di tutto questo? Ora che la speranza nel futuro ha più il sapore del rimpianto per qualcosa che avevamo, e che per ingordigia e stupidità abbiamo perduto? E adesso aspetterò domani / per avere nostalgia / Signora Libertà, Signorina Anarchia Fantasia

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Mrtvi, Đorđe Balašević, Devedesete (2000)
Spinto via da pubblicità e cattive notizie
sono finito sul terzo canale
dove, per qualche strano motivo, scorreva una famosa burlesca…
Tutti quegli scherzi e le stesse facce
un album di fotografie da sfogliare
malinconicamente, come un quaderno d’appunti trovato sul fondo del cassetto
il sorriso si ghiaccia all’istante:
dove sono, ora, Stanlio & Ollio
e questo strabico arrabbiato ed il suo cane bianco?
Oh, sono tutti morti, portati via…
L’edera da tempo ha ricoperto i versi,
dal male e dalle fatiche si sono liberati
ma una brillante allegria, come un’aureola
ancora pioviggina loro attorno.

Erano tempi di vendemmia, è rimasta una foto di lei,
in un anno sconosciuto del Signore…
Beh, comunque, quelle botti sono state bevute da tempo!
Papà col cappello, risaputo, in tweed
scarica la cesta dalle spalle,
il nonno depone il fieno falciato davanti allo stallone,
all’ombra bruna dei peschi
riconosco mia madre solo per la camicetta
ed è come se sentissi implorazioni e risatine lungo la via,
ma sono tutti morti, e beati…
L’edera da tempo ha ricoperto i versi,
da tempi nefasti sono stati risparmiati
e una traccia d’onestà e di bontà, come un’aureola
ancora pioviggina loro attorno.

Nell’annuario scolastico
facce importanti di fighetti e sfigati
ma solo un motto: “Tienti forte, Pianeta!”
Sognatori, geni, campioni
sacrificati come pedine.
Sono cadute le bandiere nel quarantacinque,
ogni volta che li incontro, si lamentano
bisbigliano come cospiratori,
ma è un alito ubriaco il vento che non alza aquiloni.
Tanto, sono già morti, e camminano…
Io non sono nato per aspettare la rovina, no
la mia vita non è in vendita
e quando lavori a maglia la tua aureola
non c’è luogo più adatto dell’oscurità…

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[E’ un canto del giovedì che precede la Pasqua greco-ortodossa, e rappresenta il lamento della Vergine Maria alla vista di Gesù morto.]

O! Gliki mou ear, Vangelis Papathanassioy e Irene Papas, Rapsodies (1986)

O, mia dolce primavera!

Le donne che portavano profumi sparsero la tomba di fragranze, essendo arrivate molto presto la mattina. La tua purissima madre iniziò a piangere perché tu, Verbo, eri morto. E la giovane ragazza piangeva di calde lacrime, che la spezzavano di dentro:

“O, mia dolce primavera, mio dolcissimo figlio, dov’è tramontata la tua bellezza? Le generazioni a venire pregheranno con un inno il tuo funerale, mio Bellissimo.”

O! Gliki mou ear

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