Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘pensieri’

Stanze

Arnold Kastenbaum

La prima stanza è culla greca, l’intonaco fresco emana un senso di pace e riposo. Smeraldino, il Mediterraneo ondeggia fuori dalla finestra, e la luce… che luce! Entra prepotente dalla finestra e afferra, scopre, accende ogni cosa. Isola ellenica, germe d’Europa, null’altro si dovrebbe desiderare che restare sempre affacciati alla tua finestra, e contemplare la perfezione di quanto già esiste.

La seconda stanza è disordine vitale, confusione giocosa. Vestiti ogni giorno più corti e giochi di bambini a inciampare. Campi verdi e fertili, campi vastissimi, a cercare pianura da ogni parte, e perdersi lontano. Così lontano da non sapere che orizzonte scegliere, non trovare il tempo e non provare il bisogno d’alzare gli occhi al cielo. Troppi campi, per pensare al cielo.

La terza stanza è corridoio ripido e stretto, spoglio e disadorno, annoia e veloce spinge alla

quarta stanza. Arredata con cura e serenità posticcia, né grossa né piccola, né scarna né sovraccarica. Un salotto confortevole e confortante, lindo e ordinato. Un tappeto che attutisce i passi, una musica che copre il silenzio di fondo, un abat-jour che non dà fastidio alla vista e non opprime lo spirito. Qualche rivista, un paio di libri, in realtà poco altro che non si sappia ripetere sotto forme diverse; cambiando posizione di tanto in tanto, ma affezionandosi all’ambiente.

La quinta stanza arriva nell’ordine delle cose, in diretta successione. Eppure non la si cerca, non la si desidera. Ci si è spinto per decenni ogni scatolone scomodo, ogni oggetto non più usato, come vuoti a perdere. Eppure la si trova disadorna, prima ancora d’arrivarci tutto è già stato spogliato, tutto è già stato venduto, affittato, liquidato, portato via. Scarna, la quinta stanza appare grottescamente ampia, la si varca coi piedi in avanti, senza sporcare in terra. Essa sola eguaglia il candore della prima, ma è un candore clinico, asettico, artificialmente puro.

Allora d’improvviso si odia questo appartamento che appare troppo stretto, e si impreca, e ci si pente. Ingiuste appaiono le stanze, ingiusta la loro disposizione, ingiusta la metratura. Perché? Perché a questo piano? Perché questa palazzina? Perché proprio in questa strada? E perché a noi? Perché, se altri (pochi, in realtà) hanno intere magioni su più livelli?

Chi ancora a questo tempo impreca, chi maledice geometri e architetti, agenti immobiliari e notai, e si dispera, si lacera, piange, “è un’ingiustizia!”, grida… non ha capito nulla. Non merita niente. Soltanto sua è la colpa, sue le chiavi, suo il fabbricato. Sputa su mattoni che lui ha voluto, che lui ha innalzato, dietro ai quali si è nascosto. Sino a quando la sua mente non ha preso medesima natura d’argilla cotta, ed allora ha pensato bene di disegnarci l’intelligenza di due occhi aperti, corre in cerchio e “son troppo belli adesso per chiuderli!”, starnazza, ma nessuno gli presta più ascolto.

Annunci

Read Full Post »

Oggi ha soffiato un vento fortissimo che ha spazzato ogni cosa, così poco fa sono uscito fuori, e alzando la testa ho visto le stelle. Me le ero dimenticate, le stelle. Non erano molte, ma neanche poche, di più non si può pretendere dall’illuminatissima notte lombarda. Tanto è bastato perché mi tornassero in mente, e ricordare è un po’ scoprire, si apre una nuova porta nell’anima e dietro ci siamo ancora noi, con volti differenti. Tutto poi crolla, spinto in un domino di sentimenti pacifici, terribile il senso di colpa che scaturisce quando ci si aliena dai problemi del mondo, si sminuiscono le proprie colpe e le ingiustizie altrui. Non serve che spieghi nulla, chi sa già comprende, chi non vede non può accettare per differita, se ha cuore lo vivrà sulla propria pelle, come ha vissuto nei millenni passati.

Niente ha con voi da spartire la dolcezza di questa mia solitudine, che mi parla più nitida delle vostre voci vive. Mai come ora vi sento vicini, ed è solo nella vostra completa assenza che riesco ad amarvi, e darvi un senso che non v’appartiene. Triste è il prezzo da pagare per essere felici, pericoloso il senso di precarietà nel momento in cui lo si sente. In che tempo viviamo lo spocchioso cammino? Nel rimpianto del passato o nell’oppiacea speranza del futuro? Solo dell’ora non ci fidiamo, pericolosamente concreto per trovare il coraggio di respirare. Malleabile vita di cera scaldata, si spezza o si appiccica, prende forma di cose a lei estranee, che fanno sì che assuma una forma piuttosto che l’altra. La colpa è solo mia: non bisognerebbe mai sottovalutarle, le stelle.

Read Full Post »

A vent’anni occorrerebbero altre dieci vite, perlomeno per i dieci errori più gravi già commessi.

Per ognuna di queste, dieci vite ulteriori. E ancora, altre dieci, perché ci sarà sempre la voglia ingiustificabile di ripetere gli stessi sbagli.

Per ogni rinuncia, dieci notti di ripensamenti. Per ogni momento di commozione, dieci abbracci.

Per ogni illusione, per ogni sogno, per ogni attimo inatteso, la voglia di rimanere nuovamente imbrogliati.

Dieci volte ventiquattro ore in un giorno, che il tempo per tutti pare non esserci mai. E guardare sempre negli occhi, a lungo, abbracciare l’imbarazzo, afferrare la distanza. Dieci sorrisi per ogni momento in cui la sintonia ci vorrebbe portare al pianto.

Di dieci mesi prolungare la vita per ogni volta che si rimanda un progetto, che si calpesta un desiderio. Morire tra otto secoli con la nostalgia per una vita corsa troppo veloce.

Dieci orizzonti avanti a noi, per quando ci si volta indietro, a commiserare la propria miopia.

Dieci amici, per ogni volta che s’è detto “domani”. Dieci donne, e per ognuna una vita sola, ed intera.

Dieci viaggi senza mappa, dieci modi diversi di fallire completamente per dover ricostruire tutto a partire solo da noi stessi, dieci passi per volta.

Cento tentativi di carpire la vita, scanditi da mille altri per descriverne l’essenza. Urlare, anche una volta sola, in mezzo a una folla di perfetti estranei tutti i dieci che non avremo mai, e le decine di volte che avremmo potuto cambiare strada e siamo rimasti in corsia, senza muoverci.

Dieci pianti di quelli senza imbarazzo, senza bisogno di chiedere perché si piange. Per la bellezza del mondo, per la grandezza dell’uomo, per la poesia dei suoi limiti, dei suoi sprechi, dei suoi errori. Dieci volte più grandi dei nostri personali, dieci volte meno sentiti.

Dieci volte dominare la cima, e volerne condividere l’infinita solitudine con qualcuno, senza al contempo rinunciare all’incanto del proprio esistere, nella sua fiera ragione del perché sì.

Dieci volte realizzare la concretezza di ogni istante, che prima che fotografia, per un minuto, per un secondo, per un millesimo è roccia, è granito tremendo.

Dieci volte riscrivere questa pagina, per catturare qualcosa che non vuole uscire, o almeno strapparlo a voi, per sentirmi dieci volte meno solo.

E se vivere fosse solo un istante, perdonatemi, ma non lo voglio sapere.

Read Full Post »

Lettera

L’altro giorno mi chiedevi cosa mai non andasse, e ho sviato.

Così ora mi trovo a pensare, intrappolato tra fantasie senza significato e domande senza futuro. In realtà, se allora non ti ho detto nulla non era solo perché non ho voluto, ma perché io stesso non mi so ancora dare certe risposte.

Cosa non va? Non lo so, ed è tutto in questo cuore che agonizza nella melma, che batte senza più sangue da pompare, come un orologio automatico lasciato la sera sul comodino, che ancora ticchetta per la fatica accumulata, ma che presto o tardi si fermerà.

Perché parli così?, dici, e sai, è inutile discuterne, non può essere dopo la superficiale allegria di tutta una giornata; basta un nonnulla per riaprire le falle dell’anima, ed è solo allora che se ne scorgono le profondità abissali, ed il calore intrappolato non basta a fermare il gelo che vi scivola dentro.

Fa male parlare di sé, e allora tergiverso. Fa ancora più male non riconoscersi nella vita che si conduce, e nelle scelte che non tornano. Non più soggetto, ma oggetto di un quotidiano che non mi offre nulla, o che per meglio dire non può offrire, per come è impostato, ciò che mi serve: spazi, viaggi, idee, colori, persone, affetto, una penna e uno specchio non deformante, che mi dia il senso di un viso che non riconosco più.

Ho un accenno di barba in questi giorni, non mi va di levarlo. Ho una madre di là che cazzeggia davanti al computer, per la quale continuo a essere ciò che non sono, per non darle altre delusioni, continuando in silenzio a deludere me stesso. Nel frattempo cresco, e poi non si cresce più, si invecchia, ed invecchiando aumentano solo le paure. Chi ha mai detto che maturando si diventa più forti? Un idiota. Il coraggio vive solo di ingenuità, ed è proprio ciò che sto perdendo. Vivrò mai la vita di cui ho bisogno? Farò mai le cose che sogno di fare? Per chi porto tutto questo trucco? Perché mai devo desiderare solo ciò che è desiderabile preferire? Ho così poche risposte… Non mi interessano i soldi, tolto quel tanto per mangiare. Non mi interessano le macchine sportive, le ville a più piani, una discreta posizione sociale. D’altra parte non mi attrae nemmeno una vita mediocre, la soddisfazione delle piccole cose, la felicità di una famiglia. Mi emoziona la magnificenza di questo pianeta, la ricchezza culturale, i miscugli etnici, i libri, i film, le ingiustizie sociali, l’ignoranza delle masse, l’atavico ripetersi di schemi irrazionali, l’idea che mentre io scrivo a New York è pomeriggio, a Madrid magari due innamorati stanno facendo l’amore, a Parigi un disperato medita il suicidio. Intanto Istanbul sogna l’Europa, e non sa di essere più europea di tutte le città d’occidente, e chissà cosa sta facendo Paul, in questa mite serata a Beirut. Non ci sono mai stato a Beirut, e non l’ho ancora conosciuto di persona, sebbene siano tre anni che mi invita, e so che sarei ben accolto. Se solo trovassi il tempo, se solo trovassi la forza di abbattere il muro tra il dire e il fare.

Sai – e con questa davvero rischio che tu mi prenda per pazzo -, ogni tanto mi scopro a pormi strane domande. Può essere mentre studio, mentre leggo un libro o preparo il caffè, mi vedo nella microscopica particolarità del mio agire e penso: mentre sto qui a fare quello che faccio, in questo stesso istante, quante saranno le coppie che litigano? Oppure, quanti bambini si sono appena sbucciati un ginocchio? Quante rapine in corso? Quanti matrimoni? E funerali? Chissà se a Belgrado piove, e chissà a respirare l’aria di Pechino… Quanti ciclisti staranno pedalando, in Cina? E ti giuro, mi sembra quasi di vederle queste situazioni, di viverle addosso. È stupido, è inutile, non lo metto in dubbio, ma capisci quello che voglio dire? C’è così tanta vita là fuori, così tante situazioni che ubiquamente, costantemente ci corrono via, e fuggono, e si perdono per sempre, che è semplicemente meraviglioso! Perché è un fiume in piena, un ciclo costante, ed allora cosa ci vuole, quanto dista, cosa serve per irrompere nel mondo, per prenderne parte, salire sul palco? Vorrei avere braccia chilometriche per abbracciare paesi, città, continenti. Due satelliti per occhi e fotografare il globo. Sento che mettendo tutto questo su carta perda di valore e di significato. Non capisco se sono io a non esserne capace, o se semplicemente sono di quelle sensazioni che hanno rilievo solo fintanto che vengono taciute, e non me la prendo, e non mi stupisco se ne sorridi, o se liquiderai il tutto come vaneggiamenti di un ragazzino: è solo un tentativo di descriverti l’universo esterno dalla finestra di camera mia, perché anche se sorvolati dallo stesso cielo le tue nuvole non sono forse le mie.

È questo che voglio fare, abbracciare il mondo, immergermi nel sentimento dell’umanità, riempirmi e rubare dalle vite altrui, attingendo dal pozzo senza fondo delle emozioni umane, di sentimenti tanto forti quanto universali, e vari, e infiniti. Piangere di gioia e di commozione, di dolore e di disperazione. Vorrei rischiare tutto, gettarmi nel vuoto e sbagliare, ma proprio completamente, senza che mi rimanga in mano più nulla, perché solo i morti non commettono più errori. Sbagliare è vivere, e se mi guardo indietro ho sempre e solo cercato di scansare i pericoli, i rischi, finendo per annullarmi.

…e poi sai quanto potrei scrivere? Sarebbe una vita solitaria, ma anche no. Sarebbe senz’altro una vita con la penna in mano, e forse la possibilità di dire qualcosa che davvero riesca ad arrivare lontano. Perché davvero, l’unica cosa a cui non voglio rinunciare è scrivere.

E tu, che fai stasera? Vivi? O come me, più banalmente, tiri a campare? Molla tutto, sciogli le ali e voliamo via. Sarebbe bello, mi dici…

Read Full Post »

Vorrei sapere, quanto è grande il verde,
come è bello il mare, quanto dura una stanza?
è troppo tempo che guardo il sole, mi ha fatto male…
Oceano, Fabrizio De André, Vol. 8 (1975)

Tentavo, così per scherzo, di dare una parvenza matematica alla mia forma mentis. Cosa impossibile, pare, ché la matematica ha chiesto il divorzio prima che riuscissi a sposarla. Allora ho deciso di prenderla da lontano, blandamente, oltre che a caso:

Sistema1F=Filip e indica la mia vita, U=universo, e sta genericamente per tutto ciò che mi circonda. Quindi F⊂U.

Ora, il mio ego non è smisurato, ma senz’altro è bello grassoccio, più grassoccio della persona che realmente rappresenta, ma nonostante questo mi rendo conto che nel mio disegno l’insieme F risulta troppo grande rispetto a U: sottolineo quindi che esso non ha alcuna pretesa di risultare proporzionale, ha un puro valore dimostrativo. Diciamo che se volessi rappresentare il tutto in scala apparirebbe più simile a questo:

Sistema2

Ciò non è utile ai miei fini, è anzi controproducente, in quanto nel momento stesso in cui il Lettore si rendesse conto che cotante demenzialità sono nulla più del frutto di un miserrimo pixel sullo schermo, invece che di un bell’insieme tremolante di forma ovoidale a tratto spesso, si chiederebbe quale senso abbia leggerne i contenuti: un tratto spesso trasmette forza, consistenza, oltre che una certa qual decisione e prestanza sessuale. Il puntino no, è flebile, invisibile. Da grande voglio fare il tratto spesso, ho deciso. Ovoidale e tremolante.

Ma qui stiamo andando fuori tema. Il succo era: passiamo (mi permetto di universalizzare la mia condizione di Individuo singolo a quella di Umanità) la nostra vita a bramare, sognare, desiderare, fantasticare su ciò che non abbiamo, o che avevamo e abbiamo perduto, o che avremo ma in futuro, non nel presente. Insomma, buona parte della vita (F), è tesa a scialaquata a progettare, ipotizzare, invidiare e escogitare modi di strappare qualcosa all’esterno (U\F). Ossia invece che focalizzarci su ciò che siamo, sui vari x che compongono l’insieme F, avizziamo sul nulla, sul complemento di F, sul tutto che non è. La vita come tensione, fuga dalla vita stessa per raggiungere l’Altro:

Sistema3Qui vediamo F che tenta la grande fuga verso U.

Sistema4E qui troviamo F di fronte all’amara verità: ossia che nonostante il suo sforzo sovrumano di liberarsi dal sacco di mattoni della vita precedente, la strada della Felicità e Autorealizzazione che porta da F a U è irta di ostacoli, e altri sottoinsiemi di U rendono vano ogni suo tentativo di successo: il mutuo sulla casa, le rate della macchina, malattie varie, pettegolezzi, la pioggia e il maltempo, l’età che corre inesorabile e sempre più veloce, matrimoni e divorzi, figli e parassiti vari, crisi economiche, fallimenti, cacche di cane sul marciapiede, il traffico per Milano alle sette di mattina, gli scippi di cellulare, le guerre puniche, il petrolio, le discoteche, i capi delicati in lavatrice, la doccia d’un tratto gelida quando in cucina aprono l’acqua, i licenziamenti, la febbre suina, la burocrazia degli uffici statali, le parcelle dell’avvocato, antipatie, lo psicologo jungiano, le vacanze che saltano… Ecco, sono tutti elementi che difficilmente riesco a definire in matematichese. In particolare, sono fermo sul problema delle cacche di cane, nel qual caso specifico l’insiemistica non mi offre facili appigli. Vi farò sapere nel caso di improbabili sviluppi…

Read Full Post »