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Posts Tagged ‘istruzione’

Miss Informazione Libera Comunicativa nel corpo e nello spirito, curiosa e informata sui fatti del mondo, la miss prescelta crede nell’importanza di una corretta, trasparente e LIBERA informazione. Sceglie e premia il Direttore Emilio Fede che così la descrive: “Sguardo intelligente, romantica, poco trucco, non più della seconda misura di seno, non superiore al metro e settanta di altezza, con lineamenti leggermente androgini, insomma “non una bambola gonfiata”.” [da Wikipedia]

Questa fotografia è pazzesca. Giuro, me la sono trovata davanti e c’ho visto tutto. L’Italia.

Miss Informazione Libera 2010, fascia interna al concorso di Miss Padania, concorso indetto dalla Lega Nord, partito di quella maggioranza che sta approvando la Legge bavaglio. Miss Informazione Libera, premiata dalle mani del peggiore giornalista televisivo italiano, impudico, amorale, il meno obiettivo, sfacciatamente impegnato in prima linea nella ventennale opera di disinformazione e mistificazione della reale condizione del Paese a beneficio del signore padrone Silvio Berlusconi. Una bellezza acqua e sapone, come precisato dal Direttore, che non appena si concederà una pompatina al seno potrà entrare a Mediaset come carta da parati in uno degli innumerevoli programmi per famiglie che notte e giorno bombardano le fasce culturalmente meno attente, quindi più vulnerabili, con culi, cosce, tette, sorrisi ammiccanti, inviti subliminali al sesso più selvaggio. Gnocca, figa, sborra, scopare. Questa è tutta l’informazione che ci occorre, questi i nani e ballerine che ci allieteranno felici la vita, portandoci nel loro spensierato mondo di sorrisi, belle ragazze, soldi, amicizia, serenità. Senza alcun rispetto, senza il minimo pudore, dissacrando il cadavere della Libera informazione con gli stessi strumenti usati per affossarla.

Affanculo millenni di civiltà. Affanculo morale, istruzione, cultura, libri, sentimenti, emozioni, parole, senso civico e sociale, coscienza, pensiero, domande, etica, maturazione, individui, giovani, lavoro, diversità, futuro. Siamo pronti, ora siamo davvero maturi per buttare tutto al macero, in cambio del soddisfacimento di un paio di primitive pulsioni, dell’illusione del successo, sbandierata come panacea e carota di fronte alle nostre facce da muli.

Resistere, resistere a oltranza è l’unica cosa che possiamo fare. E che l’ultimo di noi vinca la fascia di Miss Nostalgica Utopia, dalle mani di un porco dagli occhietti viscidi.

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Articolo tratto dal numero 02/2009 di Limes (Esiste l’Italia? Dipende da noi), a cura di Giulia Barone, docente di Storia medioevale, facoltà di Lettere e filosofia, Università La Sapienza di Roma.

Limes

Gli italiani non sanno quasi nulla del loro passato.
La responsabilità degli storici e quella della scuola.
Ma la ragione di fondo sta nell’atomizzazione della famiglia, ambito un tempo deputato alla condivisione della memoria.

1. Nell’estate 2007 Stefano Pivato, professore di Storia contemporanea all’Università di Urbino, ha pubblicato un agile volume di circa 140 pagine, Vuoti di memoria, che avrebbe meritato di riscuotere una maggiore attenzione non solo da parte di tutti coloro che si interessano, più o meno direttamente, del problema di <storia e memoria>>, ma anche di chi quotidianamente si interroga sullo scarso senso di identità di cui soffre il nostro paese.
Mi sono già occupata, in altra sede, di fornire una dettagliata analisi del volume, mettendo in evidenza anche le mie perplessità su molte delle conclusioni dell’autore, ma mi pare opportuno riportare i dati, veramente impressionanti, sui <<vuoti di memoria>> dei nostri concittadini. Il libro di Pivato si articola infatti in due parti, nella prima delle quali, <<venditori di vento>>, l’autore descrive, in modo rapido ed efficace, lo stato disastroso delle attuali conoscenze storiche degli italiani (e non solo), utilizzando materiali molto diversificati, a riprova delle gravità e
vastità del fenomeno.
A dimostrazione della <<perdita di memoria storica>>, Pivato cita in primo luogo dati raccolti nel 1997 dalle cattedre di Storia contemporanea dell’Università Cattolica di Milano, Urbino, Siena e Cagliari. Appena l’11% degli studenti universitari, che costituivano il campione, sapeva dire cosa era successo l’8 settembre 1943; il 13% sapeva identificare il 10 giugno 1940, il 76% non sapeva dire cosa fosse il Cln, e circa il 97,5% non mostrava di possedere alcuna informazione sul 18 aprile 1948. Dal 1997 le cose sono, se possibile, ancora peggiorate.
Attingendo a una <<fonte>> del tutto diversa, l’autore segnala poi che le giovani concorrenti della Pupa e il secchione, in onda su Italia 1 nell’autunno del 2006, non erano in grado di riconoscere i ritratti di personaggi celebri come Gandhi, Hitler, Stalin e Mussolini, fino ad arrivare all’esilarante (e disperante) risposta di una giovane che, di fronte a un notissimo ritratto di Carlo Marx, lo identificava come <<Babbo Natale!>>. Secondo Stefano Pivato – e non si può che convenire con lui – si potrebbe affermare con una certa sicurezza che <<mai, lungo il corso del Novecento, le generazioni scolarizzate abbiano sofferto di così vasti debiti nei confronti della storia>>. Questa totale mancanza di dimensione storica non si limita certo alla storia contemporanea. Chi, come l’autrice di queste pagine, insegna da molti anni all’università la storia medievale, può testimoniare che, ormai, nella gran maggioranza dei casi, gli studenti, al loro arrivo all’università, hanno difficoltà a datare anche solo con approssimazioni di un quarto di secolo, avvenimenti di notevolissimo rilievo, e noti un tempo dalla scuola media, se non dalle elementari. Nel generale naufragio della storia colpisce comunque la quasi totale scomparsa del Risorgimento, massicciamente ignorato dalle nuove generazioni, che non conoscono neanche i dati più banali quali le guerre di indipendenza, ma praticamente cancellato anche in ambito accademico, ove pochissimi continuano a praticare la storia di un periodo, cui – fino a un decennio fa – erano riservate cattedre ad hoc.
Ma che l’ignoranza storica non sia appannaggio della condizione giovanile e coinvolga, purtroppo, anche quelli che dovrebbero porsi come <<guida illuminata>> del paese – e cioè i nostri deputati e senatori – è documentato da un’altra <<fonte>> relativamente inconsueta utilizzata da Stefano Pivato, una trasmissione delle Iene dell’aprile del 2006, in cui erano state registrate le inverosimili risposte di alcuni nostri parlamentari, non certo giovanissimi (l’età media è intorno ai cinquant’anni), ai quesiti in materia storica loro proposti. C’è chi ha posto la scoperta dell’America nel 1640, chi ha collocato la caduta del Muro di Berlino, cui molti di loro debbono indirettamente il seggio in Parlamento, agli anni Settanta. E se la rivoluzione francese veniva in gran parte dei casi relegata in un generico <<ottocento>>, pare che quasi tutti abbiano dichiarato di non ricordare la data della rivoluzione russa. Tutti gli interrogati, infine, sia di destra che di sinistra, non sapevano dire quale fosse il numero della legislatura che veniva inaugurata quel giorno! Non per nulla Gian Maria Faria ha citato alcune di queste sconcertanti <<amnesie>> tra i motivi della scarsa fiducia che gli italiani non possono che nutrire nei confronti dell’attuale classe politica.
Certamente, alla relativa marginalità della storia nella nostra società hanno non poco contribuito gli storici stessi, accusati spesso – e non a torto – di non essere capaci a divulgare. E giustamente Pivato osserva che l’autoreferenzialità della storia è molto aumentata negli ultimi decenni, con la moltiplicazione di ricerche sempre più specialistiche ed erudite, per di più in buona parte illeggibili anche dal punto di vista stilistico, come spesso lamenta un editore certamente impegnato nella diffusione della cultura storica come Giuseppe Laterza, mentre le grandi sintesi interpretative sembra stiano scomparendo. Di questa degenerazione della produzione storiografica portano certamente la colpa gli accademici, disposti a cooptare all’interno del sistema solo chi, nel corso di un sempre più lungo apprendistato, si è dimostrato capace di confezionare indigeribili testi sulla <<scrofola nella Valtellina>> o <<l’antifascismo nella Sila>>, ma anche di un’editoria che, in cambio di finanziamenti in grado di coprire i costi di produzione del libro, ha accettato di pubblicare testi che non hanno mercato e finiscono, entro pochi anni, al macero. La seconda parte del libro di Stefano Pivato è invece dedicata ai <<venditori di fumo>>, a quegli abili comunicatori – soprattutto politici – che approfittando dei <<vuoti di memoria>> degli italiani possono impunemente riscrivere, o meglio raccontare a modo loro, gli ultimi decenni della storia del nostro paese. Caso esemplare è quella <<defascistizzazione del fascismo>>, ad opera soprattutto di Alleanza nazionale, cui fanno spesso da contralto i silenzi, imbarazzati ed imbarazzanti, degli ex comunisti. E la recente proposta di equiparare, sotto tutti gli aspetti, i combattenti della Repubblica Sociale Italiana a chi, dopo l’8 settembre, ha preferito il Lager tedesco all’arruolamento nell’esercito di Salò o ha scelto la lotta partigiana pare essere purtroppo solo l’ultimo capitolo di una storia aperta dalle dichiarazioni di Luciano Violante sul rispetto da riservare ai morti di tutte le parti.

2. La mia più forte perplessità nei confronti dell’analisi di Pivato, nel saggio già citato, riguardava comunque il suo ritenere la <<smemoratezza>> storica dei giovani una caratteristica italiana, e spiegabile in prevalenza in termini di <<politica interna>>. In realtà, come riconosciuto dallo stesso autore, che apre il suo libro con una citazione di Eric Hobsbawm, l’ignoranza della storia sembra fenomeno comune a gran parte dei paesi dell’Europa occidentale. Scriveva infatti il grande storico inglese: <<la distruzione del passato, o meglio la distruzione dei meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti, è uno dei fenomeni più tipici e insieme più strani degli ultimi anni del Novecento. La maggior parte dei giovani alla fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico dei tempi in cui vivono>>.
La spiegazione di un fenomeno che a Hobsbawn appariva <<strano>> potrebbe forse andare ricercata nell’attuale situazione della famiglia nei paesi occidentali. Quello cui abbiamo assistito, dalla fine della seconda guerra mondiale è stata la graduale scomparsa della famiglia come fondamentale luogo di prima educazione dei figli. Se i bambini non trascorrono più gli anni dell’infanzia coi nonni, come accadeva nella Francia contadina degli anni Venti analizzata da Marc Bloch, non per questo hanno un rapporto più stretto con i genitori. Condannati al nido prima, alla scuola dell’infanzia, poi, nei primi anni della loro vita i piccoli italiani – come quasi tutti i bambini dei paesi avanzati – non hanno il modo di <<appropriarsi>> della memoria dei genitori. E’ attraverso le emozioni comunicate dalle persone cui è più intimamente legato che l’uomo può uscire dal presente, dallo spazio limitato del proprio vissuto. Senza questo tipo di rapporto, nessuna scuola, università, trasmissione televisiva potrà mai dargli una dimensione storica. Le nuove generazioni europee (ed occidentali), sempre più costrette a vivere tra coetanei, sono psicologicamente condannate a non crescere mai.
In un certo senso, la loro assoluta mancanza di dimensione storica, che arriva al punto di non avere un rapporto neppure col proprio passato, è l’altra faccia degli atteggiamenti da bulli, degli atti di violenza spesso gratuita cui si abbandonano sempre più frequentemente. Nell’uno come nell’altro caso è venuto meno il rapporto stretto e quotidiano con adulti autorevoli quali sono nella prima infanzia i genitori, i soli capaci di educarli, trasmettendo loro non solo una memoria storica, ma anche comportamenti sociali. E non per nulla anche questo <<strano>> fenomeno ha una dimensione europeo-occidentale.
Se la crisi del ruolo della famiglia nella società contemporanea fornisce l’humus su cui può fiorire l’ignoranza storica, vi sono effettivamente anche fattori politici che hanno svolto un ruolo non indifferente.
La creazione dell’Unione Europea, ad esempio, nata dalla comune consapevolezza dei disastri provocati dagli eccessi del nazionalismo otto-novecentesco, ha avuto come non trascurabile effetto una più o meno inconscia cancellazione del passato nazionale. La storia che ha preceduto la catastrofe delle due guerre mondiali non si presta, in alcun modo, a diventare <<patrimonio comune>> dei popoli europei. Non per nulla l’unico tentativo finora realizzato di scrivere un testo scolastico che esca dall’impianto tradizionale di storia nazionale, quelli di un recente manuale franco-tedesco, si limita a una ricostruzione della comune storia a partire dal 1945.
Ma le giovani generazioni vengono così a perdere, necessariamente – nella <<vecchia Europa>> – il senso dell’urgenza della costruzione europea, che si riduce perciò, nel sentire collettivo, a un mercato comune, in cui è piacevole non dover più cambiare la propria moneta quando si entra in un altro paese dell’Eurozona. Il puro vantaggio economico rischia però di essere un collante troppo debole in un momento di crisi come l’attuale. La <<tempesta perfetta>> fa scricchiolare una costruzione europea che ha perso ormai il rapporto con le proprie radici storiche.

3. Un analogo fenomeno di cancellazione condivisa del proprio passato è quello realizzato dalla società italiana nei confronti della lunga fase di disordini sociali post-Sessantotto e del terrorismo. Gli anni dal 1969 al 1983 sono stati assai poco studiati e ripensati da storici e politici italiani; nel contempo sono stati largamente rimossi, in quanto dolorosi, dalla memoria collettiva.
Bastino qui un paio di accenni, tratti dall’attualità. La mancata estradizione dal Brasile di Cesare Battisti, a lungo latitante in Francia, ha giustamente scosso l’opinione pubblica nazionale e ha riportato alla ribalta il cosiddetto <<lodo Mitterrand>>, che ha consentito per più di vent’anni a molti italiani, condannati per terrorismo, di vivere tranquillamente in Francia. Giustamente Marc Lazar segnalava l’ignoranza e l’incomprensione che caratterizza molti dei suoi connazionali per quanto riguarda la conoscenza delle leggi e della storia italiane. Ma lo stesso rimprovero si potrebbe rivolgere a storici e politi italiani. Se Mitterrand arrivò ad assumere un atteggiamento che ora gli viene contestato, sicuramente hanno giocato fattori di politica interna francese, ma non possiamo nemmeno ignorare la legislazione emergenziale – nota come leggi Reale, dal nome dell’allora guardasigilli – che, sottoposta a referendum, fu giudicata degna di abrogazione, a causa della cancellazione di essenziali garanzie giuridiche che conteneva, da più del 20% dei votanti.
Ancor più desolante è la situazione per quanto riguarda il sequestro e la morte di Aldo Moro (1978). Praticamente ignorato dalla ricerca storica, a parte alcune eccezioni, nel ventennio successivo, il caso Moro ha prodotto una prima ondata di pubblicazioni in occasione della celebrazione del ventennale di via Fani (1998) e soprattutto del trentennale, caduto l’anno scorso. Ma non si può certo dire che esista oggi una ricostruzione univoca, e perciò unificante, di quanto avvenne allora. Mentre uno storico come Vittorio Vidotto, in occasione di una <<lezione di storia>>, organizzata dall’editore Laterza, ha affermato che tutto è stato chiarito e non ci sono misteri nel caso Moro, un magistrato come Rosario Priore, che delle indagini sul terrorismo si è occupato per anni, chiede a storici e politici di dare il loro contributo per chiarire una vicenda che, ai suoi occhi, presenta ancora molti punti oscuri.
Non può non colpire il fatto che, mentre i magistrati esprimono i loro dubbi, fondati, oltre che sull’esperienza personale dei fatti, sull’analisi di fonti da tempo accessibili a tutti, gli storici – come i politici – nelle tante celebrazioni del trentennale, sembrano procedere a una mitizzazione di Moro, accentuando l’esaltazione delle qualità dell’uomo e del politico, spesso con scarso riguardo al dibattito dell’epoca, mentre trascurano quasi totalmente il fatto che sul caso Moro, come sulla stagione terroristica nel suo complesso, manca fino ad oggi un’analisi complessiva, che tenga conto di tutti gli aspetti della storia di quel quindicennio. Ma senza un’adeguata comprensione degli anni Settanta, gli anni Ottanta divengono un’incomprensibile manifestazione di irresponsabilità collettiva da parte della nostra classe politica. E quale paese può fare a meno di 25 anni della sua storia?

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