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Posts Tagged ‘integrazione’

"La libertà che guida il popolo"

Giusto ieri due amici mi chiedevano se io mi sentissi più italiano o più serbo. Credo di aver dato una risposta se non confusa, perlomeno parziale, riassunta in qualcosa come “in Italia più serbo, in Serbia più italiano”. Forse è il caso di spiegarmi meglio.

Non saprei dire se certi sentimenti siano più frutto di esperienze passate o conformazioni mentali genetiche, ma in vita mia sono sempre rimasto alquanto indifferente a qualsivoglia manifestazione di nazionalità o amor patrio. Sono certamente convinto che, qualsiasi ne sia l’origine, questa disaffezione sia anche frutto della storia jugoslava più recente, e della concreta prova di che cosa possa scaturire da eccessivi ed incontrollati sentimenti di odio interetnico, pompato da forti dosi di sciovinismo. Ancora oggi i forti rancori che covano sotto le ceneri tra serbi, croati e bosniaci, mi fanno pensare che sia sempre più auspicabile, o se non altro meno pericolosa, una certa qual mancanza di patriottismo, che anche un suo solo sottile velo d’eccesso.

Allo stesso tempo non posso liquidare in maniera tanto approssimativa le differenze socioculturali che distinguono qualsiasi nazione dall’altra, a volte più accentuate ed evidenti, altre molto meno, ma certamente presenti. Da questo punto di vista ho sempre guardato alla mia doppia radice formativa come a una grossa fortuna: seppure serbo di sangue e origine al 100%, sono arrivato in Italia così piccolo da frequentarvi ogni grado d’istruzione, a partire dall’ultimo anno di scuola materna. La mia formazione culturale, linguistica e di vita, oltre alle mie conoscenze e frequentazioni quasi esclusivamente italiane, hanno quindi compensato se non facilmente superato qualsiasi forma di legame col paese d’origine, col quale mantengo legami diretti attraverso la famiglia, viaggi a cadenza annuale e l’uso della lingua madre. A tal proposito, ritengo che il plurilinguismo nativo abbia capacità formative intrinseche, in quanto abitua fin da tenera età l’individuo a ragionare costantemente per binari paralleli, mantenendo sempre vigile l’attenzione sull’esistenza del relativismo culturale, ossia sul fatto che punti di vista divergenti non implichino necessariamente la scorrettezza di uno dei due, quale che sia la parte interpellata, ma semplicemente la coesistenza di verità diverse, non per questo meno concrete.

La nostra vita è solo una particolarissima manifestazione di luoghi, incontri, esperienze in atto, mentre al mondo, contemporaneamente, esistono centinaia, migliaia di situazioni, città e volti in potenza da risultare intollerabile l’idea che noi si sia meglio, o più veri, o più corretti e importanti di questo caleidoscopio mutevole e perenne di realtà concrete, meno tangibili solo perché fuori dalla portata dei nostri cinque sensi (ma se così fosse, dovremmo ritenere che il mondo finisca non oltre qualche centinaio di metri dal nostro naso).

Se dovessi, costretto con le spalle al muro, rispondere alla domanda “Di che nazionalità sei?”, la mia risposta più sincera sarebbe senz’altro “Europea.” Anche qui sorge maliziosa la domanda se sia nato prima l’uovo o la gallina, se sia veramente un’inclinazione del cuore o la plasmazione della mia forma mentis, ma in cuor mio sono profondamente felice di essere capitato su questo mondo proprio in terra europea, che di Balcani o Italia si tratti. Che siano i paesi slavi dell’Est, il mondo latino e mediterraneo, quello anglosassone e settentrionale, dell’Europa, pur con le sue innumerevoli pecche, amo tutto: la cultura, i tempi storici e formativi, gli stili di vita, il modo e le condizioni del ragionare e del riflettere, la filosofia, l’attenzione rivolta (forse più lascito del passato, ma ancora tangibile) alle tematiche sociali e umane. Come una vecchia signora malinconica, ben pasciuta ed un poco spaesata, che oramai vive nel ricordo di una vita di grandi emozioni fuggita via, così io mi sento d’abbracciare questo continente, che non sembra più capace di offrire altro se non la memoria di tempi gloriosi. Ed è forse ironico che a dire ciò sia un cittadino extracomunitario, eppure non posso non pensare che vi sia una qualche correlazione tra i due eventi: il non essere rappresentato a livello comunitario, la tangibile impossibilità di muoversi liberamente e nei tempi che più aggradano per questo mondo, risaltano ancora più ai miei occhi la potenziale grandezza di una Unione Europea che permette ai suoi cittadini, soprattutto ai giovani, di viaggiare, scambiare e conoscere altre esperienze, volti e paesi. Ciò che più mi stupisce a tal proposito, e forse in fondo è meglio così, è la sostanziale naturalezza e noncuranza con cui questi miei coetanei e più vivono tale libertà estrema. Dico che è meglio perché forse è proprio metabolizzando fino a tal punto queste grandi conquiste, che esse verranno ritenute proprie “di diritto”, e quindi mai più negoziabili, ma sarebbe altrettanto importante tenere sempre a mente quanta fatica e quanti morti sia costata in passato la loro realizzazione, per non sminuirne l’enorme portata.

Infine, vorrei spezzare una lancia in favore del nazionalismo: non penso che l’orgoglio per le proprie origini, per il paese e la cultura di provenienza siano necessariamente sgradevoli, anzi! Non bisognerebbe mai rinnegare le proprie radici, e coltivarle fino in fondo, perché solo una più sicura e seria confidenza in ciò che siamo, in ciò che ci caratterizza può darci la forza e la sicurezza di perorare da un lato certe scelte, difendere dall’altro i nostri stili di vita con mente critica e capace, attraverso la chiara consapevolezza della grandezza di un paese (il proprio), sapendone quindi tracciare anche i limiti. Ritengo però che coltivare tale forma sana di nazionalismo, per metterla così, sia purtroppo alla portata di menti molto elastiche ed intelligenti, caratteristica che – e perdonatemi il cinismo da salotto – non ha mai contraddistinto le grandi masse elettrici di nessun paese, mentre è molto più facile sfociare in più concrete manifestazioni di paura, sospetto, timore verso l’estraneo e chiusura, per l’eterno malinteso che il diverso cerchi necessariamente di sopprimerci, come un’erbaccia assassina. Oramai alla fine del primo decennio del XXI secolo, mi sento, forse un po’ precocemente, fors’anche  un poco ingenuamente, di poter ritenere il razzismo, almeno nelle sue accezioni più violente e manifeste, un problema superato o comunque superabile entro orizzonti temporali umanamente comprensibili. Il problema più impellente, sbocciato negli ultimi vent’anni e che credo assumerà contorni sempre più urgenti e drammatici negli anni a venire, sarà lo scontro culturale e di valori che caratterizza le società della globalizzazione.

Sarebbe pertanto intelligente iniziare a interrogarci seriamente su cosa crediamo di essere, quale mondo pensiamo di rappresentare e quale futuro vorremmo vedere concretizzato, dato il presupposto che i contatti, quindi i confronti, con l’altro (inteso nel senso più lato possibile) saranno sempre più frequenti e diretti. Perciò, la prossima volta che vedete in me un simbolo di questo nuovo modo di concepire i rapporti di civiltà, abbiate in mente che a voi tutti toccherà presto di diventare un poco più serbi, o cinesi, arabi e indiani.

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The Visitor

<<E’ come in Siria.>>

Così dice la madre di Tarek nella seconda metà del film, riferendosi agli Stati Uniti. L’ospite inatteso è un film dai toni lenti, caldi e umani. E’ la storia dell’atipico, eppure riuscito incontro di classi sociali assolutamente lontane: un professore americano di economia del Connecticut, Walter, una giovane coppia di immigrati, Tarek, musicista siriano, e Zainab, venditrice ambulante senegalese.

Walter è un professore sessantenne, vedovo, senza passioni e senza progetti, che lavora privo del minimo interesse per il proprio mestiere. Viene mandato a New York per presentare un libro di cui risulta coautore, senza averci in realtà apportato alcun contributo. A New York ha un appartamento di proprietà che non vede mai, vivendo nel Connecticut, e che in sua assenza è stato affittato per inganno a due giovani, Tarek e Zainab. I tre finiscono per qualche giorno a convivere, e tra di loro, ma soprattutto fra Tarek e Walter, si instaura un legame sempre più stretto, un’amicizia resa goffa dalla timidezza del professore, nonché dalla differenza generazionale e culturale. E’ soprattutto attraverso la musica ed il suono primordiale di un tamburo africano (djembe), al cui ritmo il professore si appassiona e prende lezioni, che il loro legame matura. Fino al giorno in cui casualmente, in metropolitana, Tarek viene fermato da due poliziotti e arrestato per un malinteso. Si scopre così che è un clandestino, e viene rinchiuso in un centro d’immigrazione in città. Da quel momento Walter si spende nel tentare di salvare il suo amico, anche con l’aiuto della madre del ragazzo, Mouna, arrivata a New York pochi giorni dopo l’arresto. I rapporti che si instaurano tra i vari personaggi sono raccontati in modo maturo e spontaneo, nella complessa casualità che guida vite mediocri, attraversate da conflitti interiori e lasciti del passato, ombre che si sfiorano senza conoscersi, senza aprirsi l’una con l’altra, eppure finendo irrimediabilmente per intrecciarsi. Il titolo dell’opera è ambiguo quanto azzeccato: chi è l’ospite? Il ragazzo siriano che vive nella casa del professore, o il professore stesso, che varca l’uscio di vite altrui, scoprendo realtà che altrimenti mai avrebbe conosciuto tanto a fondo? Il finale, assolutamente in linea con la pellicola, è lontano dai classici cliché cinematografici, che vedono all’ultimo momento sciogliersi tutti i nodi presenti nella storia, per mantenerci saldi a una realtà triste, ingiusta, eppure così concreta da poter solo essere accettata per quello che è.

L’America che alla fine ne esce fuori non è il paese delle grandi opportunità, e nemmeno la democrazia la cui forza sono i suoi immigrati, come recita un cartello al centro d’immigrazione nel quale Tarek viene rinchiuso.  E’ invece un paese spaventato, sospettoso, incapace di chiudere le proprie ferite dopo l’11 settembre. La paura però, come sempre, rende ciechi e porta a scelte inefficaci. La diffidenza per lo straniero, per il diverso che in realtà diverso non è, la rabbia, l’incomprensione… a farne le spese sono sempre gli innocenti, perché come dice il ragazzo siriano in un momento di rabbia, <<che cosa pensano, che sia un terrorista? Non ci sono terroristi qui [nel centro], i terroristi hanno soldi, hanno appoggi.>> A pagare le conseguenze di politiche inflessibili sono solo gli indifesi, i poveracci che non hanno né il desiderio né la forza di delinquere, in cerca di una vita migliore, del proprio angolo di pace dove vivere con la certezza di poter costruire qualcosa di duraturo. L’ingiustizia è questo: non l’espellere chi non ha diritto di stare in un certo paese, ma colpire con forza solo e proprio quelle persone che non hanno modo di difendersi, né motivo di aggredire, ma che anzi sarebbero le prime e più volenterose nel seguire uno stile di vita onesto, nel costruire un futuro, proprio perché sanno quale grande fortuna ciò significhi, al contrario spesso di chi questo diritto già ce l’ha acquisito fin dalla nascita. E’ come in Siria, dove il padre di Tarek, giornalista, è stato rinchiuso per nove anni solo perché aveva osato scrivere un articolo contro il partito Ba’th. La madre ha quindi visto prima rinchiudere un marito innocente, e poi il figlio altrettanto innocente, in un altro paese, in quella democrazia che fino a ieri aveva vissuto come speranza, come possibilità di rivalsa e di pace. Ai suoi occhi quindi non c’è nessuna differenza. Non importa la matrice, né le giustificazioni o l’entità delle misure intraprese: dove dominano odio e paura non potrà che nascere e perpetuarsi l’ingiustizia.

Non ho potuto evitare di riflettere sulla situazione presente oggi anche qui in Italia. Tutto il mondo è paese.

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