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"La libertà che guida il popolo"

Giusto ieri due amici mi chiedevano se io mi sentissi più italiano o più serbo. Credo di aver dato una risposta se non confusa, perlomeno parziale, riassunta in qualcosa come “in Italia più serbo, in Serbia più italiano”. Forse è il caso di spiegarmi meglio.

Non saprei dire se certi sentimenti siano più frutto di esperienze passate o conformazioni mentali genetiche, ma in vita mia sono sempre rimasto alquanto indifferente a qualsivoglia manifestazione di nazionalità o amor patrio. Sono certamente convinto che, qualsiasi ne sia l’origine, questa disaffezione sia anche frutto della storia jugoslava più recente, e della concreta prova di che cosa possa scaturire da eccessivi ed incontrollati sentimenti di odio interetnico, pompato da forti dosi di sciovinismo. Ancora oggi i forti rancori che covano sotto le ceneri tra serbi, croati e bosniaci, mi fanno pensare che sia sempre più auspicabile, o se non altro meno pericolosa, una certa qual mancanza di patriottismo, che anche un suo solo sottile velo d’eccesso.

Allo stesso tempo non posso liquidare in maniera tanto approssimativa le differenze socioculturali che distinguono qualsiasi nazione dall’altra, a volte più accentuate ed evidenti, altre molto meno, ma certamente presenti. Da questo punto di vista ho sempre guardato alla mia doppia radice formativa come a una grossa fortuna: seppure serbo di sangue e origine al 100%, sono arrivato in Italia così piccolo da frequentarvi ogni grado d’istruzione, a partire dall’ultimo anno di scuola materna. La mia formazione culturale, linguistica e di vita, oltre alle mie conoscenze e frequentazioni quasi esclusivamente italiane, hanno quindi compensato se non facilmente superato qualsiasi forma di legame col paese d’origine, col quale mantengo legami diretti attraverso la famiglia, viaggi a cadenza annuale e l’uso della lingua madre. A tal proposito, ritengo che il plurilinguismo nativo abbia capacità formative intrinseche, in quanto abitua fin da tenera età l’individuo a ragionare costantemente per binari paralleli, mantenendo sempre vigile l’attenzione sull’esistenza del relativismo culturale, ossia sul fatto che punti di vista divergenti non implichino necessariamente la scorrettezza di uno dei due, quale che sia la parte interpellata, ma semplicemente la coesistenza di verità diverse, non per questo meno concrete.

La nostra vita è solo una particolarissima manifestazione di luoghi, incontri, esperienze in atto, mentre al mondo, contemporaneamente, esistono centinaia, migliaia di situazioni, città e volti in potenza da risultare intollerabile l’idea che noi si sia meglio, o più veri, o più corretti e importanti di questo caleidoscopio mutevole e perenne di realtà concrete, meno tangibili solo perché fuori dalla portata dei nostri cinque sensi (ma se così fosse, dovremmo ritenere che il mondo finisca non oltre qualche centinaio di metri dal nostro naso).

Se dovessi, costretto con le spalle al muro, rispondere alla domanda “Di che nazionalità sei?”, la mia risposta più sincera sarebbe senz’altro “Europea.” Anche qui sorge maliziosa la domanda se sia nato prima l’uovo o la gallina, se sia veramente un’inclinazione del cuore o la plasmazione della mia forma mentis, ma in cuor mio sono profondamente felice di essere capitato su questo mondo proprio in terra europea, che di Balcani o Italia si tratti. Che siano i paesi slavi dell’Est, il mondo latino e mediterraneo, quello anglosassone e settentrionale, dell’Europa, pur con le sue innumerevoli pecche, amo tutto: la cultura, i tempi storici e formativi, gli stili di vita, il modo e le condizioni del ragionare e del riflettere, la filosofia, l’attenzione rivolta (forse più lascito del passato, ma ancora tangibile) alle tematiche sociali e umane. Come una vecchia signora malinconica, ben pasciuta ed un poco spaesata, che oramai vive nel ricordo di una vita di grandi emozioni fuggita via, così io mi sento d’abbracciare questo continente, che non sembra più capace di offrire altro se non la memoria di tempi gloriosi. Ed è forse ironico che a dire ciò sia un cittadino extracomunitario, eppure non posso non pensare che vi sia una qualche correlazione tra i due eventi: il non essere rappresentato a livello comunitario, la tangibile impossibilità di muoversi liberamente e nei tempi che più aggradano per questo mondo, risaltano ancora più ai miei occhi la potenziale grandezza di una Unione Europea che permette ai suoi cittadini, soprattutto ai giovani, di viaggiare, scambiare e conoscere altre esperienze, volti e paesi. Ciò che più mi stupisce a tal proposito, e forse in fondo è meglio così, è la sostanziale naturalezza e noncuranza con cui questi miei coetanei e più vivono tale libertà estrema. Dico che è meglio perché forse è proprio metabolizzando fino a tal punto queste grandi conquiste, che esse verranno ritenute proprie “di diritto”, e quindi mai più negoziabili, ma sarebbe altrettanto importante tenere sempre a mente quanta fatica e quanti morti sia costata in passato la loro realizzazione, per non sminuirne l’enorme portata.

Infine, vorrei spezzare una lancia in favore del nazionalismo: non penso che l’orgoglio per le proprie origini, per il paese e la cultura di provenienza siano necessariamente sgradevoli, anzi! Non bisognerebbe mai rinnegare le proprie radici, e coltivarle fino in fondo, perché solo una più sicura e seria confidenza in ciò che siamo, in ciò che ci caratterizza può darci la forza e la sicurezza di perorare da un lato certe scelte, difendere dall’altro i nostri stili di vita con mente critica e capace, attraverso la chiara consapevolezza della grandezza di un paese (il proprio), sapendone quindi tracciare anche i limiti. Ritengo però che coltivare tale forma sana di nazionalismo, per metterla così, sia purtroppo alla portata di menti molto elastiche ed intelligenti, caratteristica che – e perdonatemi il cinismo da salotto – non ha mai contraddistinto le grandi masse elettrici di nessun paese, mentre è molto più facile sfociare in più concrete manifestazioni di paura, sospetto, timore verso l’estraneo e chiusura, per l’eterno malinteso che il diverso cerchi necessariamente di sopprimerci, come un’erbaccia assassina. Oramai alla fine del primo decennio del XXI secolo, mi sento, forse un po’ precocemente, fors’anche  un poco ingenuamente, di poter ritenere il razzismo, almeno nelle sue accezioni più violente e manifeste, un problema superato o comunque superabile entro orizzonti temporali umanamente comprensibili. Il problema più impellente, sbocciato negli ultimi vent’anni e che credo assumerà contorni sempre più urgenti e drammatici negli anni a venire, sarà lo scontro culturale e di valori che caratterizza le società della globalizzazione.

Sarebbe pertanto intelligente iniziare a interrogarci seriamente su cosa crediamo di essere, quale mondo pensiamo di rappresentare e quale futuro vorremmo vedere concretizzato, dato il presupposto che i contatti, quindi i confronti, con l’altro (inteso nel senso più lato possibile) saranno sempre più frequenti e diretti. Perciò, la prossima volta che vedete in me un simbolo di questo nuovo modo di concepire i rapporti di civiltà, abbiate in mente che a voi tutti toccherà presto di diventare un poco più serbi, o cinesi, arabi e indiani.

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Burkina Faso

Secondo le stime del Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite, il Burkina Faso è il terzo paese più povero al mondo, con un reddito pro capite annuo inferiore ai 250€. Il 62% della popolazione (13.200.000) vive cone meno di 1$ al giorno, e la maggior parte di questa fetta in condizioni di pura miseria – tecnicamente giudicata molto più grave della semplice povertà. Il tasso di alfabetizzazione si attesta attorno al 28,5% (2005), il 40% dei bambini non va a scuola (obbligatoria dai 7 ai 13 anni), e del restante 60% solo l’1-2% raggiunge l’università.

La speranza di vita è di 42 anni.

Cotone

La produzione di cotone è un pilastro portante dell’economia del Burkina, che pur attestandosi solo al 5-8% del PIL, rappresenta il 50-60% delle esportazioni, indispensabili per l’accumulo di valuta forte. Si stima che circa 700.000 persone (il 17% della popolazione) lavorino nel cotone, ma se si considera che mediamente in Africa, visti gli elevati tassi di disoccupazione, ogni individuo impiegato ne mantiene altri 15, è chiaro che questo lavoro rappresenti praticamente l’intera economia del paese.

Fluttuazioni del PIL e della produzione di cotone (Fonte: IMF)

Fluttuazioni del PIL e della produzione di cotone. (Fonte: IMF)

La qualità e la purezza del cotone sono le migliori al mondo, visto che tutto il lavoro viene svolto a mano con costi di produzione tra i più bassi, eppure sul mercato globale fatica ad attestarsi a prezzi competitivi, costringendo i produttori ad operare sottocosto.

Prezzi di produzione (rosso) e prezzi sul mercato globale (blu). (Fonte: IMF)

Prezzi di produzione (rosso) e prezzi sul mercato globale (blu). (Fonte: IMF)

Com’è possibile ciò, se il costo della manodopera è irrisorio (circa 50€/cent al giorno)?

Stati Uniti d’America: il governo degli USA elargisce sussidi annuali ai suoi coltivatori di cotone per un totale di 3 miliardi di $, applicando di fatto due pesi e due misure, imponendo forzosamente il liberismo economico ai paesi più deboli, e conducendo al contempo una politica protezionista  in difesa dei propri prodotti.

Se gli Stati Uniti abolissero i propri sussidi, il Burkina Faso otterrebbe profitti pari almeno a 122 milioni di €. I vari aiuti internazionali, i crediti elargiti da Stati Uniti, Unione Europea, Giappone, sommati raggiungono 30 milioni di €. È chiaro quindi che in un mercato equo il Burkina Faso non avrebbe bisogno d’indebitarsi per sviluppare il proprio paese (si stima che in Burkina siano già indebitati anche i neonati del 2035). Il solo lavoro dei contadini permetterebbe allo stato di costruire strade, scuole, ospedali e tutte le infrastrutture necessarie per garantire un futuro ai propri bambini.

PiantagioniIn ogni caso, la situazione attuale non è sostenibile nel lungo periodo: la monocoltura del cotone sta velocemente distruggendo i suoli, e vaste aree intensivamente coltivate a cotone sono oggi desertificate. Il cotone è stato venduto, il ricavo è stato speso, il suolo è oramai per sempre improduttivo. Il giorno in cui la produzione del cotone dovesse cessare, l’unico modo per sopravvivere sarebbe una migrazione di massa verso l’Europa, e non si parla più di centinaia di sbarchi, ma milioni di persone del Burkina Faso, del Niger, del Mali, del Benin e altri in transito verso il nostro continente. Spinti dalla miseria e dalla fame, non ci saranno bastioni, armi o muri in grado di difenderci dal loro assalto.

L’unica soluzione tollerabile è agire sin da subito, modificando le regole del gioco e della concorrenza sui mercati globali, permettendo ai paesi in via di sviluppo di partecipare in maniera realmente competitiva agli scambi internazionali, in modo da creare con le loro stesse forze valore, incrementare l’economia dei paesi africani e concedere il diritto e la possibilità di crescere ed immaginare un futuro migliore nel loro stesso paese. Questa strada comporterebbe ovviamente un serio ridimensionamento della ricchezza diffusa in Occidente, ma è l’unico modo per l’Occidente stesso di sopravvivere nel lungo periodo. L’alternativa è l’annientamento e l’inevitabile perdita dello scontro tra civiltà.

Non si tratta più di giustizia universale, ma di mera sopravvivenza, e di comprendere che tale sopravvivenza può passare solo attraverso quella dei popoli africani, e non il loro sfruttamento ad oltranza.

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Superstite

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.

Barelle

Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perchè poco attraenti e selvatici ma perchè si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.

Barelle 2

Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione.

(Dalla relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912)

Primo soccorso

Dedicato a chi ha la memoria breve.

A chi parla, e non sa.

A chi “se ne stiano a casa loro che ce ne sono già troppi”.

Ai capitani delle dieci imbarcazioni che non si sono fermate…

…ed ai 73 eritrei che avrebbero potuto salvare.

Alla Lega Nord, che prima del Barbarossa bisognerebbe guardare giusto a ieri.

Al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, amico e partner di successo della Guida della Rivoluzione Muammar Gheddafi, dal cui paese è partito l’ennesimo gommone, un paio di mesi dopo il bellissimo circo mediatico romano di parchi, tende, magliette della Roma, cammelli ed amazzoni.

Ai cinque fortunati sopravvissuti, che hanno appena vinto un biglietto gratuito e un calcio in culo per da dove arrivano.

Ai cadaveri che da settimane pescano al largo di Lampedusa.

Ai turisti e al loro sacrosanto diritto ad un bagno in pace, in un mare pulito.

A chi non coglie.

A chi coglie, e ancora non coglie.

A noi tutti, male non fa.

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Ebbene sì, eccomi sul sito del Sole 24 ORE in un articolo riguardante immigrazione e permessi di soggiorno. Lo potete leggere A QUESTO INDIRIZZO.

Il Sole 24 ORE

La lettera integrale è qui, nell’archivio di gennaio.

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The Visitor

<<E’ come in Siria.>>

Così dice la madre di Tarek nella seconda metà del film, riferendosi agli Stati Uniti. L’ospite inatteso è un film dai toni lenti, caldi e umani. E’ la storia dell’atipico, eppure riuscito incontro di classi sociali assolutamente lontane: un professore americano di economia del Connecticut, Walter, una giovane coppia di immigrati, Tarek, musicista siriano, e Zainab, venditrice ambulante senegalese.

Walter è un professore sessantenne, vedovo, senza passioni e senza progetti, che lavora privo del minimo interesse per il proprio mestiere. Viene mandato a New York per presentare un libro di cui risulta coautore, senza averci in realtà apportato alcun contributo. A New York ha un appartamento di proprietà che non vede mai, vivendo nel Connecticut, e che in sua assenza è stato affittato per inganno a due giovani, Tarek e Zainab. I tre finiscono per qualche giorno a convivere, e tra di loro, ma soprattutto fra Tarek e Walter, si instaura un legame sempre più stretto, un’amicizia resa goffa dalla timidezza del professore, nonché dalla differenza generazionale e culturale. E’ soprattutto attraverso la musica ed il suono primordiale di un tamburo africano (djembe), al cui ritmo il professore si appassiona e prende lezioni, che il loro legame matura. Fino al giorno in cui casualmente, in metropolitana, Tarek viene fermato da due poliziotti e arrestato per un malinteso. Si scopre così che è un clandestino, e viene rinchiuso in un centro d’immigrazione in città. Da quel momento Walter si spende nel tentare di salvare il suo amico, anche con l’aiuto della madre del ragazzo, Mouna, arrivata a New York pochi giorni dopo l’arresto. I rapporti che si instaurano tra i vari personaggi sono raccontati in modo maturo e spontaneo, nella complessa casualità che guida vite mediocri, attraversate da conflitti interiori e lasciti del passato, ombre che si sfiorano senza conoscersi, senza aprirsi l’una con l’altra, eppure finendo irrimediabilmente per intrecciarsi. Il titolo dell’opera è ambiguo quanto azzeccato: chi è l’ospite? Il ragazzo siriano che vive nella casa del professore, o il professore stesso, che varca l’uscio di vite altrui, scoprendo realtà che altrimenti mai avrebbe conosciuto tanto a fondo? Il finale, assolutamente in linea con la pellicola, è lontano dai classici cliché cinematografici, che vedono all’ultimo momento sciogliersi tutti i nodi presenti nella storia, per mantenerci saldi a una realtà triste, ingiusta, eppure così concreta da poter solo essere accettata per quello che è.

L’America che alla fine ne esce fuori non è il paese delle grandi opportunità, e nemmeno la democrazia la cui forza sono i suoi immigrati, come recita un cartello al centro d’immigrazione nel quale Tarek viene rinchiuso.  E’ invece un paese spaventato, sospettoso, incapace di chiudere le proprie ferite dopo l’11 settembre. La paura però, come sempre, rende ciechi e porta a scelte inefficaci. La diffidenza per lo straniero, per il diverso che in realtà diverso non è, la rabbia, l’incomprensione… a farne le spese sono sempre gli innocenti, perché come dice il ragazzo siriano in un momento di rabbia, <<che cosa pensano, che sia un terrorista? Non ci sono terroristi qui [nel centro], i terroristi hanno soldi, hanno appoggi.>> A pagare le conseguenze di politiche inflessibili sono solo gli indifesi, i poveracci che non hanno né il desiderio né la forza di delinquere, in cerca di una vita migliore, del proprio angolo di pace dove vivere con la certezza di poter costruire qualcosa di duraturo. L’ingiustizia è questo: non l’espellere chi non ha diritto di stare in un certo paese, ma colpire con forza solo e proprio quelle persone che non hanno modo di difendersi, né motivo di aggredire, ma che anzi sarebbero le prime e più volenterose nel seguire uno stile di vita onesto, nel costruire un futuro, proprio perché sanno quale grande fortuna ciò significhi, al contrario spesso di chi questo diritto già ce l’ha acquisito fin dalla nascita. E’ come in Siria, dove il padre di Tarek, giornalista, è stato rinchiuso per nove anni solo perché aveva osato scrivere un articolo contro il partito Ba’th. La madre ha quindi visto prima rinchiudere un marito innocente, e poi il figlio altrettanto innocente, in un altro paese, in quella democrazia che fino a ieri aveva vissuto come speranza, come possibilità di rivalsa e di pace. Ai suoi occhi quindi non c’è nessuna differenza. Non importa la matrice, né le giustificazioni o l’entità delle misure intraprese: dove dominano odio e paura non potrà che nascere e perpetuarsi l’ingiustizia.

Non ho potuto evitare di riflettere sulla situazione presente oggi anche qui in Italia. Tutto il mondo è paese.

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Oggi avrei voluto pubblicare una poesia, avevo già l’articolo pronto tra le bozze.

Poi ho letto del tentativo di suicidio al Centro di prima accoglienza di Lampedusa. Dieci immigrati hanno inghiottito lamette da barba e bulloni, o hanno provato ad impiccarsi coi loro quattro vestiti. La decisione di Maroni di rispedire al mittente un gruppo di tunisini ha alimentato le angosce, in un periodo già teso al Cpa, che al momento ospita 1800 persone, mentre il tetto massimo è di 600, 800 nei casi limite. Crepare, piuttosto che tornare indietro, vanificando quel viaggio della speranza descritto magistralmente dal fotografo francese Olivier Jobard qualche anno fa (l’eccezionale filmato a questo indirizzo).

Mi sono chiesto che dolore si provi a mandar giù una lametta che taglia lo stomaco da dentro. Lì mi è passata la poesia.

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Un commento a riguardo della nuova tassa sui permessi di soggiorno, e della sclerosi di matrice leghista che ha colpito questa povera Italia.

15/01/2009

Viene finalmente approvato il contributo per il rilascio del permesso di soggiorno, che le solite malelingue di sinistra etichettano come “tassa”. Si tratta di un giusto provvedimento, a detta di molti: che questi sporchi immigrati pretendano tutti i servizi che gli italiani di sangue pagano duramente è cosa nota. C’è però un piccolo particolare, sfuggito ai più che ancora a fatica distinguono tra un immigrato regolare ed un clandestino, associando perennemente l’extracomunitario alla carretta del mare nei pressi di Lampedusa. L’immigrato regolare è quello straniero che regolarmente risiede, vive, opera e lavora sul territorio italiano, con un regolare permesso e con tutti i doveri (qualche diritto in meno, come ad esempio l’elettorato, ma è cosa più che giusta) di qualsiasi altro cittadino. Egli quindi paga le tasse, i contributi per la previdenza sociale, l’assicurazione della macchina, il canone Rai, imposte e balzelli come chiunque altro. Non pesa quindi sui bilanci dello stato più di qualsiasi cittadino italiano, ma anzi partecipa al mantenimento complessivo della cosa pubblica secondo l’oggettivo criterio della progressività. Non esiste una sola tassa o imposta applicata ai cittadini italiani che non debba essere pagata anche dagli stranieri. Sotto questa luce, il nuovo provvedimento assume i caratteri di una palese discriminazione razziale verso chi non ha la cittadinanza.
Pochi italiani sanno in realtà come funzioni il rinnovo di un permesso di soggiorno, ed è su questo punto che mi vorrei soffermare. Innanzitutto bisogna ricordare che tale procedimento comporta già ora un costo per lo straniero, facilmente verificabile sul sito delle poste italiane: 27,50 euro su bollettino di conto corrente postale per i cittadini extraeuropei, 14,62 euro di marca da bollo ed altri 30 euro di spese postali varie. In totale quindi superiamo i 70 euro. Ma come funziona il processo di rinnovo? In breve: lo straniero si presenta ad uno sportello postale e richiede un “kit” di fogli da compilare, al quale, a seconda della tipologia di permesso di soggiorno a cui ha diritto (motivi famigliari, di lavoro, di studio, ecc.), deve allegare una documentazione più o meno estesa, attestante la residenza, il contratto di lavoro, gli introiti e quant’altro. Raccolti tutti i fogli necessari, pagate le spese sopracitate, il fascicolo viene spedito alla questura di  competenza, rilasciando al contempo allo straniero una ricevuta attestante il rinnovo in corso. In questura viene verificata la regolarità della domanda e la correttezza e validità della documentazione a corredo. L’Ufficio Immigrazione invia quindi una lettera raccomandata al richiedente, per convocarlo ad una data stabilita per i rilievi fotodattiloscopici (rilascio delle impronte digitali e presentazione di alcune fototessere) e la presentazione della documentazione originale allegata alla richiesta. Una volta fatto ciò, l’intero fascicolo viene mandato a Roma, poiché con l’introduzione del permesso di soggiorno elettronico (una carta chip simile alle nuove tessere sanitarie regionali), solo l’Istituto poligrafico e Zecca dello stato S.p.A. è competente a stampare tale documento. Quando il permesso di soggiorno è pronto, viene rispedito alla questura di competenza, la quale ha già preventivamente avvertito il richiedente sui tempi approssimativi di consegna. Presentandosi in questura personalmente, di modo da registrare nuovamente le sue impronte digitali, lo straniero si vedrà alfine rilasciare il permesso di soggiorno.
Il procedimento risulta quindi, come chiunque può constatare, alquanto macchinoso. Ho però fin qui tralasciato appositamente, per non complicare ulteriormente la cosa, i reali tempi in cui tutto questo si svolge. Per quanto riguarda questo punto, mi avvarrò della mia personale esperienza di immigrato, e spero che non vi perdiate nel seguire le date perché sono molto istruttive: il mio ultimo permesso di soggiorno scadeva il 30/09/2008. La ricevuta postale di cui sopra ho parlato dimostra che ho presentato richiesta di rinnovo in data 23/07/2008. La lettera dell’Ufficio Immigrazione, datata 11/08/2008, mi convoca per i vari rilievi sopracitati in data 03/03/2009. Tre marzo duemilanove, sette mesi e dieci giorni dalla data di avvio del procedimento. A questo bisogna poi aggiungere il tempo che serve perché venga poi stampato a Roma il permesso, e perché venga poi spedito alla mia questura. Grossomodo, per esperienza passata, posso dire che quest’ultima fase impegna non meno di altri tre mesi. Vuol dire che verso giugno di quest’anno (2009), se tutto va bene potrò aspettarmi di ricevere il mio permesso, il quale ovviamente non varrà da tale data, ma dal giorno successivo alla scadenza del permesso precedente, quindi dal 01/10/2008. La cosa più grave per quanto riguarda il mio caso personale è che si tratta di un permesso di soggiorno per motivi di studio, il che comporta che la sua validità è di un anno. Per assurdo quindi, ogni anno vengo sottoposto a un processo che dura all’incirca dieci mesi, per ottenere un documento che ne vale dodici, e la cui validità è in gran parte già scaduta a causa dei pantagruelici tempi della burocrazia italiana. Nel frattempo, ovviamente, non avendo a portata di mano un permesso di soggiorno valido, non sono libero di viaggiare fuori dai confini italiani in area Schengen, e l’unico paese che posso raggiungere è quello di origine per via aerea. Ho quindi una breve finestra di libertà che dura solitamente due o tre mesi, dall’ottenimento del permesso di soggiorno e prima della scadenza dello stesso, quando mi trovo ad aspettare da capo.
Non sono arrivato in Italia l’altro giorno, e tantomeno da clandestino. Ho vent’anni da poco compiuti e vivo in Italia con la mia famiglia dal 1993. Qui ho frequentato tutte le scuole dell’obbligo, e ora studio all’università. Qui ho la mia vita, i miei amici ed i miei affetti, l’italiano è la mia prima lingua, benché non la lingua madre. Questo è il mio paese, anche il mio. Eppure, dopo più di quindici anni di regolare residenza senza aver mai, né i miei genitori né io, violato la legge in maniera alcuna, mi trovo costretto di anno in anno a richiedere un permesso di soggiorno per motivi di studio. Perché ovviamente non lavoro, e secondo le leggi italiane, essendo maggiorenne, non ho più diritto ad un permesso per motivi familiari. La cittadinanza mi è pure negata in quanto, avendo appunto raggiunto la maggiore età, l’unico modo per ottenerla è un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Grato però allo stato italiano di questa situazione, sono ora ancor più felice di pagare (annualmente) questo nuovo “contributo” di stampo leghista, per un servizio che di certo non diverrà più efficiente, per non dire più giusto. Quando terminerò gli studi potrò solo sperare di trovare immediatamente un posto di lavoro, per non risultare allora scoperto all’ennesimo rinnovo del mio permesso di soggiorno, e quindi a rischio espulsione.
Quando terminerò gli studi, vista l’aria che tira in questo paese, probabilmente lascerò l’Italia per un altro paese europeo, nel quale avrò maggiori prospettive di ottenere la cittadinanza che non qui, dopo quindici anni.
D’altronde le pressioni celate e non a cui sono sottoposti ogni giorno gli stranieri, e questa nuova tassa ne è un chiaro esempio, hanno un unico scopo di fondo: dissuadere nuovi ingressi e premere su chi già regolarmente (e sottolineo regolarmente) risiede all’interno dei suoi confini, affinché abbandoni il territorio italiano. In una società sempre più globalizzata, dove l’ultima frontiera è l’abbattimento delle frontiere e lo scambio di merci, persone e capitali, l’Italia si chiude a riccio su posizioni dogmatiche e xenofobe, all’eterno grido di “Arrivano i barbari!”. Forse che la mia preparazione, scolastica prima e universitaria poi, non comporti comunque un costo allo stato. Eppure tale formazione non viene evidentemente recepita come capitale utile per questo paese, semplicemente perché bollato come straniero, con l’unico risultato di aggiungere un altro nome a quella “fuga” emorragica di menti a cui l’Italia è già da tanto, per altri motivi, sottoposta. Forse che per qualcuno in politica fa comodo costruire facili consensi sullo spauracchio di un immigrato sporco, ostile e pericoloso, dedito alla microcriminalità e al parassitismo spiccio. Per questi politici l’immagine di quello stesso straniero integrato perfettamente nella società è una spina nel fianco, perché dimostra quanto la costruzione di barricate sia inutile, inefficiente e lontana dalla realtà dei fatti, una lotta donchisciottesca alle pecore col solo fine di racimolare populistici consensi alle elezioni.

Con grande sfiducia nel futuro prossimo di questo paese,
Filip Stefanovic

Studente della facoltà di economia all’Università Commerciale “Luigi Bocconi” di Milano.

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