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Posts Tagged ‘guerra’

Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell’acqua della fonte
La bava degli impiccati.

Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull’erba secca del prato
I denti dei fucilati.

Mordere l’aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d’uomini
Mordere l’aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d’uomini.

Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.



Canto degli ultimi partigiani, Franco Fortini

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Vorrei ricordare, con qualche giorno di ritardo, il 5 aprile del 1992. Diciotto anni fa le truppe serbe circondano Sarajevo, la capitale bosniaca, città multietnica, aperta e viva. L’assedio dura quasi quattro anni, fino al 29 febbraio 1996. Come raccontare oltre 10.000 morti rendendo loro giustizia, crani e petti di vecchi e bambini divelti da freddi cecchini? Non lo so. Lascio però una testimonianza diretta di quei giorni, che nella sua immediatezza mi è parsa il mezzo più genuino per ricordare quegli anni, e chi è stato assassinato.

Sarajevo, marzo 1996.

<<Una mattina siamo uscite, mia cognata ed io, per la serie non ci sono spari, c’era già stata una breve tregua del genere o simile, e in più era una giornata di sole, e allora speravamo che la tregua sarebbe durata almeno tutta la mattina. Verso di noi viene allora una donna, con un distinto cappotto bianco, scarpe bianche col tacco, vestita così, proprio curata, e sopra il cappotto aveva indossato una scatola in cartone, e andava in giro così, cantando, ci incontra e ci dice: “Care mie, vi dico qualcosa in confidenza, andate solo nella natura, solo nel verde, là dove sono farfalle e uccelli”, e capiamo che la donna è matta. E d’un tratto, la consapevolezza di questo, che è ammattita per la guerra, perché da come è vestita è chiaro che era una donna curata, che lavorava non so dove, in qualche banca, alla posta o che so, e che tutto funzionava fino alla guerra, e che è stata la guerra a rimbecillirla, suscita in te un tale brivido, la sensazione che non è una cosa che succede solo agli altri, che ci sei così vicino, per il continuo stress, la paura, il cibo cattivo, quella orrenda paura dell’inverno… mi sembra che già a settembre la paura dell’inverno a Sarajevo iniziasse ad essere peggiore della paura della morte. Lì si traffica con tutti e con tutto: prima si trafficava con ciò che era stato rubato dai negozi, probabilmente ancora la gente ha di questa roba nascosta da qualche parte, e aspetta il momento giusto in cui la potrà esporre, per esempio Oslobodjenje titolava che avevano trovato quattro tonnellate di formaggio che era arrivato con gli aiuti umanitari, quattro tonnellate di formaggio! Il tizio le aveva chiuse nel suo garage, o non so dove, le ha sistemate da qualche parte. Si traffica praticamente con qualsiasi cosa, al mercato durante l’estate l’unica cosa che si poteva trovare – penso che l’abbiate visto in tv, che sia giunto fino a Belgrado – erano mucchietti di ortica nera, o foglie di barbabietola, erano l’alternativa agli spinaci, o in generale a qualsiasi verdura. Noi raccoglievamo i denti di leone attorno a casa: quando si mettono i denti di leone nel riso, il riso assume un altro colore, e il pranzo cambia persino un po’ sapore.

La mia amica ed io siamo andate ad esempio un giorno alla croce rossa, io tentavo assiduamente di finire su quella lista per i convogli, e poiché erano distanze enormi, il trasporto pubblico non funzionava, tutti quei cavi per i quali passavano i filobus e i tram tagliati, e i tram divelti coi vetri rotti, erano sparsi un po’ per tutta la città, lungo i binari, a una distanza che so, di 200, 100 metri. E poi ci sono quei punti dove la strada si stende a tal punto che la visuale dai monti, da Vraca o Trebević è totale, e da quelle strade ci stanno tutti alla larga, perché lì stanno appostati i cecchini, e per quel motivo, perché comunque la gente possa da qualche parte passare, sono barricate con degli enormi container in ferro. Ora arriviamo la mia collega e io – non so più se sto raccontando una storia di senso compiuto e se questa storia si riesca a seguire – passiamo vicino a questi container di ferro, e perché ci eravamo perse in chiacchiere, avremmo proseguito ancora qualche metro scoperte da questa protezione, anche se vediamo che dietro questi container sta della gente, perlopiù anziana, e uno di questi ci dice: “Dove andate, donne?! Ferme, ferme! Non vedete che il cecchino batte?”, e allora sentiamo il colpo, vediamo proprio come il proiettile colpisca l’asfalto della strada, e ci ritiriamo. Allora dall’altra parte della strada verso di noi si dirige un signore anziano, un signore sulla settantina, probabilmente anche a lui hanno gridato “Ehi, non andare, vecchio, non andare!”, ma lui non ha sentito, e ora va. E allora il cecchino apre il fuoco, e proprio a fianco della sua scarpa strappa un pezzo d’asfalto il proiettile, e quel pezzo d’asfalto lo prende sotto al mento, e lui così vecchio comunque si mette a correre, supera quel punto critico tenuto sotto tiro dal cecchino, e arriva da noi, e l’unico problema, poveraccio, si tocca quel punto del mento e grida “Dov’è il sangue?! Dov’è il sangue?! Dov’è?!!”, perché pensa il proiettile gli abbia preso la mascella e cerca il sangue. Allora ovviamente si spendono diversi minuti prima che comprenda che è stato l’asfalto a colpirlo, e non il proiettile, ma mentre noi ci curiamo del vecchio dal nostro lato della strada, dall’altra parte arriva una donna giovane, forse sui trentacinque, con un vestitino nero, sembrava un’impiegata, di nuovo anche lei curata, si vede o che era stata a lavoro, o simile, e di nuovo lo stesso che aveva gridato a noi le dice “Ehi, dove sta andando? Il cecchino spara!”. Lei fa un gesto stanco con la mano, come per dire “Lo so, qui il cecchino spara sempre, ma io passo”, fa tre passi e il cecchino la prende al collo. Ora il sangue sprizza dalla ferita, noi ci troviamo al massimo a un metro e mezzo da lei, e nessuno osa avvicinarsi, per aiutarla, per tirarla fuori, e questa sensazione terribile, che tu non possa fare quei tre passi per tendere la mano a qualcuno a cui il sangue schizza dal collo e tirarlo fuori, è orribile a tale punto, sminuente per tutti i sentimenti di amore verso il prossimo, per quei sentimenti più basilari dell’uomo che si offrono non dico alle persone, anche solo a un cane, è così terribile che tremo tutta, ma tutta, con tutto il corpo, non come quando tremano le spalle, o le mani, ma tutto il corpo come se fosse staccato da terra, e la mia collega urla a squarciagola, per la stessa ragione, né per paura, né perché a quella donna scorre il sangue, ma per quella sensazione, di non poterla aiutare. E allora un altro di quegli uomini schiacciati lì con noi le dice: “Per prima cosa schiacci quel punto con la mano, lì dove sente che brucia, schiacci come sa e può per non perdere troppo sangue, e poi provi a puntellarsi, a spingersi coi piedi contro l’asfalto, per passare quel metro e mezzo da sola, perché noi non possiamo avvicinarci, perché allora anche per noi non ci sarà nessuno ad aiutarci”. E per tutto quel tempo il cecchino continua imperterrito a sparare, vicino a lei, o meglio sopra a lei, perché probabilmente non l’ha più nel suo campo visivo dettato dal mirino, ma sa di averla colpita, e continua a spaventare i restanti. E lei poverina, in quel tempo si spinge in qualche modo, non lo so, con le ultime forze, con la forza della disperazione, per istinto di sopravvivenza, e si avvicina sempre più, ma i vestiti le restano indietro, schiacciati, e non riusciamo ad afferrarla, allora gli uomini si tolgono le cinture, e le lanciano, cercano in qualche modo di prenderla, aiutarla, e alla fine in qualche modo la tiriamo fuori. Nel frattempo un altro individuo dall’altra parte della strada, un poliziotto credo col walkie-talkie ha già chiamato l’ambulanza, arriva l’ambulanza e la carica dentro, e noi per altre quattro ore piene restiamo lì, rannicchiati dietro quell’affare di ferro che continuano a chiamare container, non so perché ma anch’io l’ho assimilato, anche se non ha nulla a che fare coi container, e per di più è ormai talmente sforacchiato dai colpi dei cecchini che ci stiamo tutti rannicchiati in basso, e ci sono anche persone anziane, e non è facile, e non sai che fare, in più pioveva, c’era fango, e non potevi nemmeno sederti, ed è tutto nel complesso così orribile, così… tutti stanno zitti, stanno così pazientemente lì rannicchiati, e non sono spaventati, ed è questo a fare più paura, semplicemente stanno lì, aspettano che passi qualcosa senza speranza, orribilmente privi di speranza. Semplicemente è questo, è questa la cosa più tragica della situazione.

Infine il cecchino smette di sparare, e di nuovo lo stesso signore, che passa sempre di lì, perché di lì va a lavorare e torna a casa, ci avvisa che ormai probabilmente, visto che non spara da più di mezzora, non sparerà proprio oltre, ha finito il suo turno, ora possiamo passare. Allora di nuovo corriamo presto dall’altra parte, non si sa mai, nel frattempo è sceso il buio, di nuovo quel signore ci tranquillizza perché vede che noi due abbiamo avuto una reazione strana, lì mentre quella donna sanguinava, “Non abbiate paura”, dice vedendo che siamo due signore di una certa età, “Non abbiate paura, a Sarajevo il buio è la miglior sicurezza, in più c’è ancora tempo per il coprifuoco, arriverete alle vostre case”. Allora in quel buio, per quelle buche, per quell’asfalto divelto… Sapete ad esempio a cosa assomigliano i punti sull’asfalto dove cade una granata? Come un fiore. Così esplode la granata. Scava una fossa, un buco, e poi a raggiera tanti tanti buchi più piccoli, ma a raggiera, e lontano, così che sembra che qualcuno, bucando l’asfalto, ci abbia disegnato una rosa.>>

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Il seguente filmato dice tutto.

Non riesco nemmeno a commentare.

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Era il 20 marzo 2003, gli Stati Uniti invadevano l’Iraq. Già il 1 maggio, Bush, a bordo della portaerei Abraham Lincoln, annunciava la fine delle principali operazioni di combattimento. Oggi, sette anni più tardi, sono ancora lì…

…alcuni.

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Dicen que mi patria es, (Anonimo spagnolo), versione dei Quilapayún, Quilapayún 3 (1969)

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Beograd 1999

Se verrà la guerra, Marcondirondero
se verrà la guerra, Marcondirondà
sul mare e sulla terra, Marcondirondera
sul mare e sulla terra chi ci salverà?

Ci salverà il soldato che non la vorrà
ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà.

Il 24 marzo 1999 la NATO, senza il consenso delle Nazioni Unite, iniziava a bombardare la Serbia e Belgrado. Oggi, dieci anni dopo, alle 12 in punto in tutto il paese si è osservato un minuto di silenzio, in memoria dei 3500 morti, di cui 2500 civili e 89 bambini.

La guerra è già scoppiata, Marcondirondero
la guerra è già scoppiata, chi ci aiuterà?

Ci aiuterà il buon Dio, Marcondirondera
ci aiuterà il buon Dio, lui ci salverà.

Buon Dio è già scappato, dove non si sa
buon Dio se n’è andato, chissà quando ritornerà.

Che cosa ricordo, io, di quei giorni? Ricordo le immagini dei telegiornali, e mia mamma che ogni sera scoppiava in lacrime vedendo la sua bellissima città così martoriata. Ricordo l’abbattimento dell’antenna TV alta 200 metri sul monte Avala, uno dei simboli più cari ai cittadini belgradesi, tutto fuorché un obiettivo militare strategico. Ricordo il bombardamento della raffineria sul Danubio, e la nera nube che coprì tutta la città. Ricordo anche quando colpirono la sede della televisione nazionale RTS, e i giornalisti e tecnici di 20-30 anni dell’edizione notturna che vi restarono sotto. Ricordo mia nonna, e quanto era difficile stabilire un collegamento telefonico, le linee sempre occupate, o a vuoto. Ricordo poi quando riuscimmo finalmente a farla venire da noi, era maggio credo (i bombardamenti continuarono incessanti fino all’11 giugno). Era stanca e provata, non dormiva da settimane per le continue sirene, le bombe, gli aerei. Ricordo che anche qui, quando capitava di scorgere un aereo di linea venire od andare da Linate, iniziava ad agitarsi, si voltava dall’altra parte, quasi non riuscisse a scaricare più l’immagine e il trauma di altri aerei in altri cieli…  quasi che a sorvolarci non fossero vacanzieri e bagagli, ma missili intelligenti e bombe all’uranio impoverito. Ricordo quando qualche anno più tardi, vedendo un documentario in TV e sentendo quel suono familiare delle sirene antiaeree, le venne quasi un attacco di panico.

L’aeroplano vola, Marcondirondera
l’aeroplano vola, Marcondirondà.

Se getterà la bomba, Marcondirondero
se getterà la bomba chi ci salverà?

Ci salva l’aviatore che non lo farà
ci salva l’aviatore che la bomba non getterà.

Poi a Belgrado giunse l’estate, e io con lei. Cos’era rimasto? Ricordo i palazzi del governo, le sedi dell’esercito, il grattacielo del partito della moglie di Milošević sfregiati dalle bombe, i ponti del Danubio annegati nelle sue acque. Impressionanti voragini su edifici costruiti in cemento armato, piegati come carta. Porte che davano sul vuoto, brandelli di tende a penzolare dalle finestre, segni di schegge e vetri rotti su tutti i palazzi circostanti, a 100 metri almeno. Ricordo le scritte sui muri, i graffiti antiamericani e contro la guerra, quell’umorismo underground così tipico di Belgrado, che nessuna guerra è riuscita e riuscirà mai a sconfiggere: “Colombo, fottuta la tua curiosità!”, o “Portare la pace con le bombe è come preservare la verginità di una ragazza trombandola”. L’antiamericanismo era alquanto diffuso, e colpiva non solo gli Stati Uniti, ma tutti i suoi alleati nell’impresa: Italia, Inghilterra, Germania, Olanda… Ricordo un McDonald’s completamente distrutto dai dimostranti a marzo, lo stesso dicasi dei centri culturali tedesco e francese nella centralissima via Knez Mihajlova. Gli studenti di lingue fecero man bassa dei volumi, e poi se li scambiarono allegramente: “Hai Hugo? Io studio francese, dallo a me, prendi questo Goethe, tieni…”. Non era però un appoggio al regime, più semplicemente la disillusione e l’amarezza di un popolo orgoglioso che si vedeva ora abbandonato anche da quell’occidente in cui credeva e in cui si rispecchiava, facendone legittimamente parte. Dopo che venne colpita la residenza di Milošević si potè leggere anche “Slobo, proprio quando avevamo più bisogno di te, non eri in casa.”

La bomba è già caduta, Marcondirondero
la bomba è già caduta, chi la prenderà?

La prenderanno tutti, Marcondirondera
sian belli o siano brutti, Marcondirondà

Sian grandi o sian piccini li distruggerà
sian furbi o siano cretini li fulminerà.

Ricordo la preoccupazione di mio papà, che non ci vandalizzassero la macchina parcheggiata, visto che portava una targa italiana. Ricordo la difficoltà di trovare la benzina, nonostante la guerra fosse finita da diverse settimane, le pompe perennemente a secco, i venditori del mercato nero ai bordi delle strade con le loro taniche piene di chissà quali intrugli. La vita intanto correva come prima, le strade piene di gente, i negozi di grandi marchi, i chiassosi caffè all’aperto o sugli splav (grossi barconi) ormeggiati sul lungofiume. Ricordo i sacchi di sabbia, i bunker, le postazioni vuote dell’esercito, gli ostacoli anticarro in cemento sulla strada verso sud, andando in Grecia al mare. Ricordo di essere passato verso Grdelica, dove era stato colpito un treno civile proprio mentre attraversava un ponte ferroviaro sulla Morava. 14 morti e 16 feriti tra i passeggeri, la carcassa del treno era ancora lì, completamente carbonizzata. A 10 anni mi lasciò a bocca chiusa, ma mi fece meno effetto del suo stesso ricordo ora.

Ci sono troppe buche, Marcondirondera
ci sono troppe buche, chi le riempirà?

Non potremo più giocare al Marcondirondera
non potremo più giocare al Marcondirondà.

E voi a divertirvi andate un po’ più in là
andate a divertirvi dove la guerra non ci sarà.

La guerra è dappertutto, Marcondirondera
la terra è tutta un lutto, chi la consolerà?

Ci penseranno gli uomini, le bestie i fiori
i boschi e le stagioni con i mille colori.

Di gente, bestie e fiori no, non ce n’è più
viventi siam rimasti noi e nulla più.

La terra è tutta nostra, Marcondirondera
ne faremo una gran giostra, Marcondirondà.

Abbiam tutta la terra Marcondirondera
giocheremo a far la guerra, Marcondirondà…

Girotondo, Fabrizio De André, Tutti morimmo a stento (1968)


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Riascoltavo per caso un album di Bruce Springsteen, di giusto due o tre anni fa, per distrarmi dal polveroso tomo di diritto pubblico, e mi ero soffermato su una delle canzoni che da sempre preferisco.

In realtà si tratta di una bellissima ballata antimilitarista irlandese, risalente almeno al 1815, ai tempi delle guerre napoleoniche. All’epoca canzoni di questo tipo riscuotevano successo tra i repubblicani irlandesi, attivi nel dissuadere i loro giovani compatrioti dall’arruolarsi tra le fila dell’esercito britannico: parla di una vedova, Mrs. McGrath (o McGraw, come direbbero in Irlanda), e del suo unico figlio, partito per il fronte.

Ve la propongo in un video, dove ho incollato alcuni filmati originali dell’assedio di Vukovar, del 1991. Forse un giorno, con più tempo, vi parlerò anche della “mia” guerra.

“Oh, Mrs. McGrath”, disse il sergente,
“non vorrebbe fare di suo figlio Ted un soldato,
con una giubba scarlatta ed il cappello piumato,
oh, Mrs. McGrath, non le piacerebbe?”

Orbene, Mrs. McGrath viveva in riva al mare,
dopo sette e più lunghi anni
vide una nave entrare la baia
con suo figlio giunto da lontano.

“Oh Capitano caro, dove sei stato,
hai veleggiato per il Mediterraneo,
hai notizie di mio figlio Ted,
è vivo o morto?”

Lì venne Ted, senza gambe,
al loro posto due arti di legno;
lo baciò una dozzina di volte o due,
dicendo “Dio mio, Ted sei tu?!”

“Dimmi, ma eri sbronzo, eri cieco
quando hai lasciato le tue belle gambe andare,
o è stato solcando i mari
che le tue gambe belle si sono consumate?”

“No, non ero sbronzo e non ero cieco
quando ho lasciato le mie belle gambe andare,
una cannonata il cinque di maggio
ha tranciato le mie gambe belle di netto.”

“Teddy, ragazzo mio”, pianse la vedova,
“le tue belle gambe erano l’orgoglio di tua madre,
dei monconi di legno non le sapranno sostituire;
perché non sei scappato da quella cannonata?”

“Ogni guerra straniera, lo dico a chiara voce,
vive di sangue e del dolore delle madri:
preferirei riavere mio figlio così com’era
piuttosto che il Re d’America e la sua marina intera.”

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