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Posts Tagged ‘Fabrizio De André’

De André canta De André, Milano, 08 marzo 2010

Ieri sera ero al teatro Smeraldo di Milano, al primo di due concerti – il secondo questa sera – di Cristiano De André, che, come dice il nome del tour, ripercorre le canzoni del padre. Per me, per il quale uno dei maggiori rimpianti di sempre è stato non fare in tempo ad assistere dal vivo a un’apparizione di Fabrizio De André, è stata una grandissima emozione. Non cercherò nemmeno di raccontare a parole l’evento, la ricca scaletta (credo almeno una ventina di canzoni), Cristiano sul palco, i suoi figli e Dori Ghezzi con noi tra il pubblico, gli aneddoti e i ricordi personalissimi di un figlio del proprio padre. Sarebbe comunque riduttivo classificarlo come un concerto tributo, e gratuito dire che Cristiano campa semplicemente della figura di Fabrizio. È innegabile il tocco personale e innovativo dato agli arrangiamenti, una vena fortemente rock che parte e ricorda le versioni della PFM (magistrale l’interpretazione di Amico fragile!), ma sa spingersi perfino oltre. Tutto ciò a pari passo con una figura, un portamento, un tono di voce caldo e pastoso, un modo di porsi e di parlare, da quei pudici e lapidari “Grazie.” alla fine di una canzone, al modo di appoggiarsi alle vocali in un discorso, che ricordano in maniera vigorosa, a tratti impressionante, papà Fabrizio.

Inutile, tutte le emozioni, le sensazioni ancora fresche e brucianti, la musica nelle orecchie, i versi, la forza poetica e vitale di parole che sembravano più grandi dell’affollatissimo teatro che le conteneva. Ricordi veri e presunti che resteranno per sempre, di una serata in cui anch’io per un giorno, per un momento, corsi a vedere il colore del vento.

Filmati di zemo84.

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Nel 1981 viene pubblicato il decimo album in studio di De André (se si escludono dal conteggio le prime registrazioni della Karim). Intitolato semplicemente Fabrizio De André, viene spesso chiamato L’indiano per via della copertina, sulla quale è riportata un’opera di Frederic Remington, The Outlier (1909):

L'indiano

È essenzialmente un album di rinascita, ed è in quest’ottica che viene intitolato col solo nome dell’artista, come di solito avviene per le opere prime.

Rinascita da quattro mesi di prigionia, trascorsi con Dori Ghezzi tra l’agosto e il dicembre 1979 sui monti della Sardegna, per mano dell’anonima sequestri. Un periodo che farà molto riflettere Fabrizio, passando dalla condizione microscopica di carcerato-carceriere a quella macroscopica di oppresso-oppressore, in un teatro sfumato nel quale è molto difficile definire con certezza i ruoli: intervistato a ventiquattr’ore dalla sua liberazione, il 23 dicembre, commenterà la vicenda dicendo che <<Noi [Fabrizio e Dori] ne siamo venuti fuori, mentre loro [i sequestratori] non potranno farlo mai>>. Perché se per De André gli aguzzini sono stati quattro briganti armati, per i briganti stessi gli aguzzini sono ben più temibili di un ceppo di persone reali, quanto la società tutta, il degrado collettivo, la privazione della libertà.

Da qui l’idea di accostare un popolo, quello dei Nativi Americani, ad un altro, quello sardo, entrambi costretti e schiacciati dalle maggioranze, protetti ed allo stesso tempo incarcerati nelle loro isole di pianura (riserve) o di mare, in lotta per la sopravvivenza. Sopravvivenza non tanto fisica, quanto morale, culturale, storica e dello spirito. Un discorso parallelo ed intrecciato a quello intrapreso quindici anni dopo nel suo ultimo lavoro, Anime salve, nel quale tratterà proprio le minoranze in senso lato, non puramente etnico, ma con sintomi e meccanismi affatto dissimili.

È una soluzione che si amalgama fin dai primi secondi, con l’apertura di Quello che non ho, voci e tiri di schioppo registrati dal vivo, che più che ad una caccia al cinghiale (come effettivamente è: “La caccia al cinghiale è stata registrata in Gallura nel mese di gennaio 1981 grazie alla Compagnia di caccia di Marco Lattuneddu. Grazie a Sandro Colombini che a rischio di fucilate e fratture multiple, sprezzando il pericolo di un’indigestione ci ha aiutati nella registrazione della caccia”), ricorda quella al bisonte nelle praterie d’America. È una denunzia orchestrata e divisa per argomenti e simbologie occidentali, che parte dalla proprietà di inutili orpelli del potere bianco (il treno, le pistole, la camicia…), passando dal monopolio dell’istruzione (Canto del servo pastore: Qual è la direzione? Nessuno me lo imparò / Qual è il mio vero nome? Ancora non lo so), non sempre sinonimo di cultura, a quello violento della guerra (Fiume Sand Creek: Le lacrime più piccole, le lacrime più grosse / Quando l’albero della neve fiorì di stelle rosse / Ora i bambini dormono nel letto del Sand Creek). E dove solo morte e ingiustizia regnano, l’unica speranza è in altri cieli ed altri mondi (Ave Maria).

Con Hotel Supramonte torniamo di peso in Sardegna, per toccare il punto più basso della dolorosa introspezione dell’autore: in una realtà di solitudine ed abbandono (E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo / Tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo), nemmeno i sentimenti umani sanno più attecchire, come l’arida macchia sulla roccia della montagna sarda (Ma dov’è? Dov’è il tuo amore? / Ma dove è finito il tuo amore?). Eppure c’è ancora speranza, c’è quella disperata ricerca della felicità che è sempre stato il fiore più leggero di De André, l’arma che non ha mai concesso al pessimismo delle sue canzoni di oscurare del tutto il sole, banalizzando ed uniformandone il dolore (Passerà anche questa stazione senza far male / Passerà questa pioggia sottile come passa il dolore). Franziska è una romantica raffigurazione del bandito marinaio di foresta, leggera e ironica, dov’egli è nascosto sui monti (Tu bandito senza luna / Senza stelle e senza fortuna / Questa notte dormirai col suo rosario / Stretto intorno al tuo fucile), e lei, di riflesso, stanca e incapace di concedersi ai tanti pretendenti che la circondano (Hanno detto che Franziska / È stanca di ballare / Con un uomo che non ride / E non la può baciare, o ancora, L’altro giorno un altro uomo / Le ha sorriso per la strada / Era certo un forestiero  / Che non sapeva quel che costava). Se ti tagliassero a pezzetti porta all’apice un altro discorso di fondo di De André, ossia il rapporto dell’uomo con la natura vista come rifugio dalla corruzione e dal dolore della società umana: è quando l’uomo perde il contatto dalle sue origini, dalla terra, lì dove fiorisce il rosmarino, dove mio padre è un falco, mia madre un pagliaio, è allora che si perde la propria libertà. Ed infatti la protagonista è una ragazza felice, pura e innamorata (Ti ho trovata lungo il fiume / Che suonavi una foglia di fiore / Che cantavi parole leggere, parole d’amore), ma che presto abbandona l’ingenuità dei primi anni per varcare le porte di quel mondo di toni spenti e obblighi imposti che è la società moderna (T’ho incrociata alla stazione / Che inseguivi il tuo profumo / Presa in trappola da un tailleur grigio fumo / I giornali in una mano e nell’altra il tuo destino / Camminavi fianco a fianco al tuo assassino). In fondo però, come ho già sottolineato, c’è sempre speranza, e a noi non resta che cercare Verdi pascoli, dove la radio suona sempre canzoni da ballare e non c’è niente da scommettere, tutto da giocare / lassù, lassù nei verdi pascoli.

E adesso, alla fine di tutto questo? Ora che la speranza nel futuro ha più il sapore del rimpianto per qualcosa che avevamo, e che per ingordigia e stupidità abbiamo perduto? E adesso aspetterò domani / per avere nostalgia / Signora Libertà, Signorina Anarchia Fantasia

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Il disco si chiama “Le nuvole”, e sia il titolo che la chiave di lettura sono stati presi a prestito dalla omonima commedia di Aristofane. Queste nuvole sono da intendersi come quei personaggi ingombranti, incombenti sulla nostra vita economica, politica e sociale, il cui ruolo fondamentale sembra quello di mettersi fra noi e il cielo per nasconderci la luce del sole, come fanno quelle nuvole che vanno e vengono senza darci neanche il conforto di una goccia di pioggia. Sotto questo via vai di cirri, di nembi, di cumuli, si muove il popolo che, per quanto gli è ancora concesso, continua a farsi i fatti suoi… che però non dimostra una grande vocazione ormai alla protesta, purtroppo.

Fabrizio De André (da un’intervista del 1990)

Le nuvole, Fabrizio De André, Le nuvole (1990)

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…a Walter Pistarini, webmaster del sito Via del Campo, per la pubblicazione del mio racconto di Dolcenera.

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Esattamente dieci anni fa, la notte dell’11 gennaio 1999, all’Istituto dei Tumori di Milano moriva Fabrizio De André. Era affetto da qualcosa di più di una ernia al disco, come aveva alla sua solita maniera annunciato Fabrizio stesso, dovendo cancellare le ultime date di alcuni concerti già in programma.

Ironia della sorte, proprio allora mi avvicinai alle sue prime canzoni: all’epoca ero un bambino di dieci anni, seduto tra i banchi della quinta elementare di Pandino. Di quegli anni una delle persone che ricordo con maggior piacere era Rino Migliorati, maestro di italiano. Sarebbe un azzardo definirlo il migliore insegnante che abbia avuto in tredici anni di scuola, perché è impossibile confrontare oggettivamente gradi d’istruzione e età di studio così differenti, ma posso con certezza e convinzione dire che fu senz’altro più di un valente maestro: fu un insegnante di vita, una persona intelligente e simpatica, in grado come nessun adulto di instaurare un rapporto di parità con bambini così piccoli, stimolando la loro curiosità, la creatività, il rispetto per sé stessi e per gli altri. Comprendo che è difficile non risultare ridicoli nel dipingere l’infanzia a tinte tanto idilliache, ma chi con me ha vissuto quegli anni sa di cosa parlo.

Era qualche giorno dopo l’11 gennaio, ci aveva portato un registratore e distribuito delle fotocopie. Sembravano tante brevi poesie strette sullo stesso foglio, le leggevo a casaccio, senza rendermi conto di mescolare strofe in disordine, rapito dalla musicalità di parole dal significato dubbio. Il mio compagno di banco ridacchiava al pensiero di un vento che ti sputa in faccia la neve… Era La guerra di Piero. Due giorni più tardi mi presentai a scuola con una musicassetta vergine e la richiesta di registrarmi tutto l’album. Ebbi così indietro una ventina di canzoni senza titolo, che iniziai ad ascoltare ripetutamente. La cassetta già da anni è andata persa, e non sono nemmeno sicuro se fosse un album ufficiale o una raccolta artigianale di brani diversi, ma ricordo alcuni dei primi pezzi che mi affascinarono, vista l’età più per la loro marcata musicalità che per il contenuto: La canzone di Marinella, Bocca di Rosa, Andrea, Via del Campo, Maria nella bottega del falegname, Girotondo… Non ho più smesso di ascoltarle. Sono passati gli anni, sono cresciuto, sono cambiato nel corpo e nella mente, eppure in ogni stagione ho trovato una sua canzone, un verso, l’arrangiamento giusto non per darmi delle risposte, ma molto meglio: per porre le domande più appropriate.

Chi pensa che la poesia sia nutrimento dell’anima, della poesia e dell’anima ha capito ben poco. La poesia se entra nel corpo non sazia lo spirito, ma mette fame: fame di giustizia, fame di bellezza, fame d’amore. La poesia non offre nessuna risposta, perché i poeti, per quanto capaci, sono semplici burattinai di parole (Guccini). Una poesia è poesia se la sentite addosso, se letta vi sembra entri sotto la pelle, e forse vorreste strapparla fuori, ma lei resta, vi gratta, scivola nel sangue, lo avvelena. E allora urlatela, urlatela fuori! Provateci! Non c’è voce forte abbastanza per farlo, perché già in partenza siete succubi di quella mancanza, di quel vuoto, di quello squilibrio interiore che la poesia ha risvegliato. Se invece sapete comprendere, assaporare la dolcezza di questa malinconia sfumata, gioire della stupidità e dell’incoerenza di una vita a metà, sarà la più saggia compagna che possiate desiderare e trovare.

Per questa ragione considero De André il più grande poeta italiano del ‘900. I suoi testi non hanno tempo, le immagini che raccoglie, i dolori che racconta, i dubbi che pone sono eterni perché eterna e uguale è la natura umana. Faber era affascinato dai deboli, dai perdenti, dagli sconosciuti, dalle prostitute, dagli storpi, dai transessuali, dagli zingari, dagli assassini, dagli emarginati di ogni risma. Non perché fosse un provocatore, e nemmeno perché gli interessasse scandalizzare la società borghese e far parlare di sé. Era sinceramente attratto da questa colorita umanità perché sapeva che solo tra gli sconfitti, tra i perdenti e i dimenticati si nasconde la più vera natura dell’uomo. Chi sarà più onesto, più saggio e più sincero di chi tutto ha perso, o di chi mai ha avuto nulla, di chi è stato calpestato, di chi ha sofferto e vissuto il proprio dolore come imbarazzo, sotto gli sguardi giudici della società civile? Per questo motivo De André non ha mai espresso un solo giudizio sui personaggi delle sue storie, non ha mai descritto una prostituta come puttana, o un assassino come animale. Per fare un solo esempio, prendete una canzone che senz’altro tutti conoscete: Bocca di Rosa. Sin dall’apertura della canzone si capisce a che genere di donna alluda il narratore, eppure le parole che usa sono: Appena scesa alla stazione / del paesino di Sant’Ilario / tutti si accorsero con uno sguardo / che non si trattava di un missionario. / C’è chi l’amore lo fa per noia, / chi se lo sceglie per professione, / Bocca di Rosa né l’uno né l’altro, / lei lo faceva per passione.

Non traspare nessun giudizio morale su questa ragazza, nessuna condanna ma neppure un’apologia palese: quella vaga ironia non è rivolta contro qualcuno in particolare, ma contro tutto il nostro mondo costruito ad arte su farisaici valori e giudizi d’etichetta. L’animo umano invece, come Fabrizio aveva perfettamente colto, è molto più complesso e frammentato di quanto la divisione sociale tra buoni e cattivi, giusti e sbagliati, chi sta fuori e chi dentro il gregge faccia intendere. Non sono gli stracci a fare il povero, la coscia nuda una puttana, il colletto bianco del prete un santo, la divisa da Carabiniere un uomo giusto. Tutto questo in una canzone del 1967, attuale in ogni singola parola più di quarant’anni dopo…

Non voglio proseguire ulteriormente, perché già mi sono dilungato a sufficienza e dubito che qualcuno abbia avuto il coraggio e la pazienza di seguirmi fin qui, in questa noiosa disserzione. Su Fabrizio De André e la sua opera sono stati scritti libri e libri, e per tracciare un profilo completo del suo lavoro, della sua vita (altrettanto interessante), del suo pensiero, dello stile e di ogni singola canzone serve molto più dello spazio di un misero blog. In queste settimane e soprattutto oggi, radio, giornali, internet, TV, associazioni, teatri e quant’altro propongono un vasto programma per celebrare al meglio l’artista. Inoltre negli ultimi tempi si assiste a un sempre più chiaro interesse del pubblico, con conseguente lucro da parte di case discografiche ed editrici, su “nuove” ed in fretta improvvisate raccolte. Scremata tale tendenza da inutili quanto inevitabili operazioni di semplice marketing, considero molto positivo il rinato interesse nei confronti di De André: come già detto, per la stessa natura dei suoi testi si può considerare un autore atemporale, e sarebbe una incolmabile perdita culturale e umana lasciar scivolare nell’oblio un immenso lascito artistico. La sua voce, la musica, i testi sono l’eredità che ha lasciato a noi tutti, e fintanto che saremo capaci di amarla e mantenerla in vita, questa data dell’11 gennaio non significherà poi molto.

Fabrizio De André

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Neve 07.07.2009
Sale la nebbia sui prati bianchi
come un cipresso nei camposanti
un campanile che non sembra vero
segna il confine fra la terra e il cielo.

Ma tu che vai, ma tu rimani
vedrai la neve se ne andrà domani
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un’altra estate.

Anche la luce sembra morire
nell’ombra incerta di un divenire
dove anche l’alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera.

Ma tu che vai, ma tu rimani
anche la neve morirà domani
l’amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino.


La terra stanca sotto la neve
dorme il silenzio di un sonno greve
l’inverno raccoglie la sua fatica
di mille secoli, da un’alba antica.

Ma tu che stai, perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani
cadrà altra neve a consolare i campi
cadrà altra neve sui camposanti.

Inverno, Fabrizio De André – 1968, Bluebell Records

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Ponte di S. Agata sul Bisagno.

Ponte di S. Agata sul Bisagno dopo l'alluvione

Liberamente ispirato a: Dolcenera (F. De André)

Dio come manchi… ma quanto ci metti? Quando arrivi? Impazzisco in questa stanza, mi sento un leone in gabbia – ma quale leone, solo un agnello! Sposto oggetti, tocco fogli, guardo le ore. Fuori piove, dalla finestra la luce entra sempre più scura. E’ fitta quest’acqua, cade e cade da mattina presto, ancora non si ferma, ancora la guardo e più la fisso più sembra rabbiosa, forte, incessante. Mannaggia, penso al traffico a rilento che avrà causato, penso a te che infreddolita probabilmente mi stai raggiungendo, ma coi mezzi è sempre lunga, figuriamoci quando piove. Ti sarei venuto a prendere da qualche parte, a metà strada per lo meno, ma tu no, non vuoi, non cedi mai. Anselmo, ti fa paura. Anselmo, che ti ama così tanto, così forte. Anselmo che può, che ne ha diritto, così bene e così onestamente che lo invidio, lo odio, lo compatisco.
Non mi piace pensarti quando non ci sei, per questo odio i tuoi ritardi. Lo sai questo, ma non capisci perché. Non capisci che non sei tu, ma tuo marito… Io non sono così, io non rubo, io non mento, io non faccio male a nessuno. Perché con lui sì? Non lo conosco, non ne ho bisogno, non voglio. Io non sono così, no, non sono come sono. Lui è il mio senso di colpa più grande, è la mia insonnia della sera tardi, è il cerchio alla testa la mattina presto, è quel riflesso nello specchio dal quale distolgo sempre gli occhi imbarazzato. Imbarazzato del mio riflesso, dei miei occhi!  Perché è il riflesso di un amante codardo, perché sono gli occhi di un bugiardo, un ipocrita che ogni giorno – ogni giorno! – dice “Ora basta, oggi la finiamo!”. Poi ti vedo, col tuo cappotto stretto e col tuo profumo: è la fine, non di noi due, ma della mia fermezza.  E’ inutile, sono debole, sono innamorato. Lo sai anche tu, l’amore ha l’amore come solo argomento, non riesco a fermarlo, non voglio farlo.
Vigliacco.
Mi sdraio vestito, con le scarpe, chiudo gli occhi. Ancora non ci sei, e il tempo corre trascinato dai miei pensieri, spinto dalle paure, tirato dai dubbi. Ancora quest’acqua, troppa! Sentila! Tap-tap-tap-tap-tap-tap-tap… picchia sottile, picchia terribile, non sente ragioni. Siamo lei e io, nient’altro. Dio, quasi ci spero che ti abbia sostituito per oggi, che la forza selvaggia di questa natura sia forte abbastanza per fermarci, senz’altro più forte di me. La natura è donna, c’hai mai fatto caso? Fermati, Amore, torna indietro, torna da chi ti aspetta, da chi ti prenderà i vestiti fradici e muoverà le dita tra le ciocche bagnate dei tuoi bei capelli. “Pazza,” – dirà – “dove pensavi di andare con quest’acqua?!”. Inventa qualcosa, una scusa, qualsiasi… tanto gli basterà averti lì, sarà soddisfatto. Sì, torna, vattene. Lasciami. Non ti servo a niente.
Intanto sento i tuoi passi, sono sulle scale e salgono. Si aggiungono al ticchettio della pioggia come il crescere della musica in un bolero. Sei arrivata, ce l’hai fatta. Il cuore mi batte come quello di un ragazzino mentre mi alzo. Entri col fiatone, il batticuore, chiudi la porta e mi salti al collo. “Scusami se arrivo ora! C’è l’inferno lì fuori!”. Sei fradicia, e stai perfino a chiedermi scusa! “Sei pazza?! Scusa di che?”, ti stringi addosso come una gatta infreddolita. Come devo fare, cosa ti posso dare se non tutto l’amore che sento dentro?
Ora siamo solo noi due. Chiusi dalla pioggia, lontani dal mondo che non bada, sommerso sotto quest’acqua: belìn, troppa ce ne vorrebbe ancora per lavare via tutta la sporcizia che ci circonda. Niente ha più importanza mentre ti prendo. Ti amo, ti amo con tutta la forza di cui sono capace. Più di ogni valore, più di ogni ragionamento mai intrapreso, mai fatto. Nemmeno Anselmo conta più, la sua ombra è uscita dalla porta che hai aperto entrando, nel momento esatto. Vi siete incrociati, tu non l’hai visto ma io sì. Ti prendo con tutta la forza di cui sono capace, che non mi basta mai. E’ troppa la vita che ci vorremmo scambiare, troppa la pelle tua che vorrei coprire di me. Intanto un rombo sordo, basso, cupo. Il mondo ruota, si capovolge, inclina, gira. Come un terremoto, trema con noi. La montagna sembra scricchiolare, cedere. Niente ci può fermare, niente! So cos’è, so chi ci chiama: è il Bisagno che si è svegliato, giudice di destino, torrente di fango che come noi, intrappolato da una città troppo stretta, decide di prendersi la sua rivincita, di scappare, di cercare il mare e la libertà. Scende, scende veloce e incurante della vita altrui. Come noi. Scende e afferra tutto, tonnara di passanti e di automobili, e più scende più sembra salire. Come noi. Prende, copre, avvolge ogni rumore, ogni dolore, ogni cosa; come noi. Sì, è come noi: inarrestabile. Siamo fatti della stessa sostanza, anime troppo grandi per essere fermate. Ci chiama, ci invita, ci cerca per indicarci la strada. Vuole me, lo so: mi vuole portare via per sempre, salvarmi, perché da solo non sono in grado. Ora però non posso, ora ho da fare, il tumulto del cielo ha decisamente sbagliato momento. Non ci fare caso, Amore mio, non ci badare: siamo sempre qui, ancora qui.
Siamo qui, e tutto passa. Anche l’acqua, senti? Si sta calmando. Scende la sua rabbia, più non si gonfia. Lascia solo fango, solo macerie alle sue spalle, e sguscia nei vicoli più stretti, in rigagnoli sempre più fini. Cosa resta dopo l’orgasmo di un momento? La vita di prima. Più difficile forse, forse da risistemare… ma sempre la stessa. E allora cos’è stato? L’evasione di un momento? E’ davvero stato così indispensabile? Doveva quel fiume maledetto strabordare? E di noi cosa dici? Era necessario? Inutile tentare di ripescare le ragioni di un momento, non saranno più le stesse. Non saranno così forti. Saranno meno vere, più traballanti, più complicate. Eppure tardi, ogni volta troppo tardi: solo il tempo per pentirsi resta sempre, anzi abbonda.
Vigliacco.
Siamo solo questo: due vigliacchi. Tolta la maschera, non abbiamo pudore. Dove sei adesso, dove?! Mi sveglio. Un sogno, è stato tutto un sogno, o forse no… guardo fuori, la pioggia è cessata, ma Dio, tutto quel fango! La strada del pomeriggio non è quella, non è la stessa. Irriconoscibile. Un tappeto di detriti la copre per tutta la lunghezza, da un muro all’altro, incollando mobili, pietre, carcasse di macchine. Gente per strada cammina a fatica, alza gli stivali appesantiti e sposta ciò che intralcia la via. Si chiamano a vicenda, si sollecitano. E tu dove sei? Devi essere tornata a casa prima che succedesse, devi aver capito che era impossibile arrivare, come avevo detto.
Non sarà tuo il cadavere di donna che domattina troveranno sepolto nella melma, a due chilometri da qui. Non sarai tu, ma un’altra, chiunque altra. Io aspetto una tua chiamata, lo so che ti farai viva appena potrai, appena troverai un momento adatto.
Ti aspetterò, come ho sempre fatto… Ti aspetterò.

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