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Posts Tagged ‘Faber’

Nel 1981 viene pubblicato il decimo album in studio di De André (se si escludono dal conteggio le prime registrazioni della Karim). Intitolato semplicemente Fabrizio De André, viene spesso chiamato L’indiano per via della copertina, sulla quale è riportata un’opera di Frederic Remington, The Outlier (1909):

L'indiano

È essenzialmente un album di rinascita, ed è in quest’ottica che viene intitolato col solo nome dell’artista, come di solito avviene per le opere prime.

Rinascita da quattro mesi di prigionia, trascorsi con Dori Ghezzi tra l’agosto e il dicembre 1979 sui monti della Sardegna, per mano dell’anonima sequestri. Un periodo che farà molto riflettere Fabrizio, passando dalla condizione microscopica di carcerato-carceriere a quella macroscopica di oppresso-oppressore, in un teatro sfumato nel quale è molto difficile definire con certezza i ruoli: intervistato a ventiquattr’ore dalla sua liberazione, il 23 dicembre, commenterà la vicenda dicendo che <<Noi [Fabrizio e Dori] ne siamo venuti fuori, mentre loro [i sequestratori] non potranno farlo mai>>. Perché se per De André gli aguzzini sono stati quattro briganti armati, per i briganti stessi gli aguzzini sono ben più temibili di un ceppo di persone reali, quanto la società tutta, il degrado collettivo, la privazione della libertà.

Da qui l’idea di accostare un popolo, quello dei Nativi Americani, ad un altro, quello sardo, entrambi costretti e schiacciati dalle maggioranze, protetti ed allo stesso tempo incarcerati nelle loro isole di pianura (riserve) o di mare, in lotta per la sopravvivenza. Sopravvivenza non tanto fisica, quanto morale, culturale, storica e dello spirito. Un discorso parallelo ed intrecciato a quello intrapreso quindici anni dopo nel suo ultimo lavoro, Anime salve, nel quale tratterà proprio le minoranze in senso lato, non puramente etnico, ma con sintomi e meccanismi affatto dissimili.

È una soluzione che si amalgama fin dai primi secondi, con l’apertura di Quello che non ho, voci e tiri di schioppo registrati dal vivo, che più che ad una caccia al cinghiale (come effettivamente è: “La caccia al cinghiale è stata registrata in Gallura nel mese di gennaio 1981 grazie alla Compagnia di caccia di Marco Lattuneddu. Grazie a Sandro Colombini che a rischio di fucilate e fratture multiple, sprezzando il pericolo di un’indigestione ci ha aiutati nella registrazione della caccia”), ricorda quella al bisonte nelle praterie d’America. È una denunzia orchestrata e divisa per argomenti e simbologie occidentali, che parte dalla proprietà di inutili orpelli del potere bianco (il treno, le pistole, la camicia…), passando dal monopolio dell’istruzione (Canto del servo pastore: Qual è la direzione? Nessuno me lo imparò / Qual è il mio vero nome? Ancora non lo so), non sempre sinonimo di cultura, a quello violento della guerra (Fiume Sand Creek: Le lacrime più piccole, le lacrime più grosse / Quando l’albero della neve fiorì di stelle rosse / Ora i bambini dormono nel letto del Sand Creek). E dove solo morte e ingiustizia regnano, l’unica speranza è in altri cieli ed altri mondi (Ave Maria).

Con Hotel Supramonte torniamo di peso in Sardegna, per toccare il punto più basso della dolorosa introspezione dell’autore: in una realtà di solitudine ed abbandono (E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo / Tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo), nemmeno i sentimenti umani sanno più attecchire, come l’arida macchia sulla roccia della montagna sarda (Ma dov’è? Dov’è il tuo amore? / Ma dove è finito il tuo amore?). Eppure c’è ancora speranza, c’è quella disperata ricerca della felicità che è sempre stato il fiore più leggero di De André, l’arma che non ha mai concesso al pessimismo delle sue canzoni di oscurare del tutto il sole, banalizzando ed uniformandone il dolore (Passerà anche questa stazione senza far male / Passerà questa pioggia sottile come passa il dolore). Franziska è una romantica raffigurazione del bandito marinaio di foresta, leggera e ironica, dov’egli è nascosto sui monti (Tu bandito senza luna / Senza stelle e senza fortuna / Questa notte dormirai col suo rosario / Stretto intorno al tuo fucile), e lei, di riflesso, stanca e incapace di concedersi ai tanti pretendenti che la circondano (Hanno detto che Franziska / È stanca di ballare / Con un uomo che non ride / E non la può baciare, o ancora, L’altro giorno un altro uomo / Le ha sorriso per la strada / Era certo un forestiero  / Che non sapeva quel che costava). Se ti tagliassero a pezzetti porta all’apice un altro discorso di fondo di De André, ossia il rapporto dell’uomo con la natura vista come rifugio dalla corruzione e dal dolore della società umana: è quando l’uomo perde il contatto dalle sue origini, dalla terra, lì dove fiorisce il rosmarino, dove mio padre è un falco, mia madre un pagliaio, è allora che si perde la propria libertà. Ed infatti la protagonista è una ragazza felice, pura e innamorata (Ti ho trovata lungo il fiume / Che suonavi una foglia di fiore / Che cantavi parole leggere, parole d’amore), ma che presto abbandona l’ingenuità dei primi anni per varcare le porte di quel mondo di toni spenti e obblighi imposti che è la società moderna (T’ho incrociata alla stazione / Che inseguivi il tuo profumo / Presa in trappola da un tailleur grigio fumo / I giornali in una mano e nell’altra il tuo destino / Camminavi fianco a fianco al tuo assassino). In fondo però, come ho già sottolineato, c’è sempre speranza, e a noi non resta che cercare Verdi pascoli, dove la radio suona sempre canzoni da ballare e non c’è niente da scommettere, tutto da giocare / lassù, lassù nei verdi pascoli.

E adesso, alla fine di tutto questo? Ora che la speranza nel futuro ha più il sapore del rimpianto per qualcosa che avevamo, e che per ingordigia e stupidità abbiamo perduto? E adesso aspetterò domani / per avere nostalgia / Signora Libertà, Signorina Anarchia Fantasia

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Il disco si chiama “Le nuvole”, e sia il titolo che la chiave di lettura sono stati presi a prestito dalla omonima commedia di Aristofane. Queste nuvole sono da intendersi come quei personaggi ingombranti, incombenti sulla nostra vita economica, politica e sociale, il cui ruolo fondamentale sembra quello di mettersi fra noi e il cielo per nasconderci la luce del sole, come fanno quelle nuvole che vanno e vengono senza darci neanche il conforto di una goccia di pioggia. Sotto questo via vai di cirri, di nembi, di cumuli, si muove il popolo che, per quanto gli è ancora concesso, continua a farsi i fatti suoi… che però non dimostra una grande vocazione ormai alla protesta, purtroppo.

Fabrizio De André (da un’intervista del 1990)

Le nuvole, Fabrizio De André, Le nuvole (1990)

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Esattamente dieci anni fa, la notte dell’11 gennaio 1999, all’Istituto dei Tumori di Milano moriva Fabrizio De André. Era affetto da qualcosa di più di una ernia al disco, come aveva alla sua solita maniera annunciato Fabrizio stesso, dovendo cancellare le ultime date di alcuni concerti già in programma.

Ironia della sorte, proprio allora mi avvicinai alle sue prime canzoni: all’epoca ero un bambino di dieci anni, seduto tra i banchi della quinta elementare di Pandino. Di quegli anni una delle persone che ricordo con maggior piacere era Rino Migliorati, maestro di italiano. Sarebbe un azzardo definirlo il migliore insegnante che abbia avuto in tredici anni di scuola, perché è impossibile confrontare oggettivamente gradi d’istruzione e età di studio così differenti, ma posso con certezza e convinzione dire che fu senz’altro più di un valente maestro: fu un insegnante di vita, una persona intelligente e simpatica, in grado come nessun adulto di instaurare un rapporto di parità con bambini così piccoli, stimolando la loro curiosità, la creatività, il rispetto per sé stessi e per gli altri. Comprendo che è difficile non risultare ridicoli nel dipingere l’infanzia a tinte tanto idilliache, ma chi con me ha vissuto quegli anni sa di cosa parlo.

Era qualche giorno dopo l’11 gennaio, ci aveva portato un registratore e distribuito delle fotocopie. Sembravano tante brevi poesie strette sullo stesso foglio, le leggevo a casaccio, senza rendermi conto di mescolare strofe in disordine, rapito dalla musicalità di parole dal significato dubbio. Il mio compagno di banco ridacchiava al pensiero di un vento che ti sputa in faccia la neve… Era La guerra di Piero. Due giorni più tardi mi presentai a scuola con una musicassetta vergine e la richiesta di registrarmi tutto l’album. Ebbi così indietro una ventina di canzoni senza titolo, che iniziai ad ascoltare ripetutamente. La cassetta già da anni è andata persa, e non sono nemmeno sicuro se fosse un album ufficiale o una raccolta artigianale di brani diversi, ma ricordo alcuni dei primi pezzi che mi affascinarono, vista l’età più per la loro marcata musicalità che per il contenuto: La canzone di Marinella, Bocca di Rosa, Andrea, Via del Campo, Maria nella bottega del falegname, Girotondo… Non ho più smesso di ascoltarle. Sono passati gli anni, sono cresciuto, sono cambiato nel corpo e nella mente, eppure in ogni stagione ho trovato una sua canzone, un verso, l’arrangiamento giusto non per darmi delle risposte, ma molto meglio: per porre le domande più appropriate.

Chi pensa che la poesia sia nutrimento dell’anima, della poesia e dell’anima ha capito ben poco. La poesia se entra nel corpo non sazia lo spirito, ma mette fame: fame di giustizia, fame di bellezza, fame d’amore. La poesia non offre nessuna risposta, perché i poeti, per quanto capaci, sono semplici burattinai di parole (Guccini). Una poesia è poesia se la sentite addosso, se letta vi sembra entri sotto la pelle, e forse vorreste strapparla fuori, ma lei resta, vi gratta, scivola nel sangue, lo avvelena. E allora urlatela, urlatela fuori! Provateci! Non c’è voce forte abbastanza per farlo, perché già in partenza siete succubi di quella mancanza, di quel vuoto, di quello squilibrio interiore che la poesia ha risvegliato. Se invece sapete comprendere, assaporare la dolcezza di questa malinconia sfumata, gioire della stupidità e dell’incoerenza di una vita a metà, sarà la più saggia compagna che possiate desiderare e trovare.

Per questa ragione considero De André il più grande poeta italiano del ‘900. I suoi testi non hanno tempo, le immagini che raccoglie, i dolori che racconta, i dubbi che pone sono eterni perché eterna e uguale è la natura umana. Faber era affascinato dai deboli, dai perdenti, dagli sconosciuti, dalle prostitute, dagli storpi, dai transessuali, dagli zingari, dagli assassini, dagli emarginati di ogni risma. Non perché fosse un provocatore, e nemmeno perché gli interessasse scandalizzare la società borghese e far parlare di sé. Era sinceramente attratto da questa colorita umanità perché sapeva che solo tra gli sconfitti, tra i perdenti e i dimenticati si nasconde la più vera natura dell’uomo. Chi sarà più onesto, più saggio e più sincero di chi tutto ha perso, o di chi mai ha avuto nulla, di chi è stato calpestato, di chi ha sofferto e vissuto il proprio dolore come imbarazzo, sotto gli sguardi giudici della società civile? Per questo motivo De André non ha mai espresso un solo giudizio sui personaggi delle sue storie, non ha mai descritto una prostituta come puttana, o un assassino come animale. Per fare un solo esempio, prendete una canzone che senz’altro tutti conoscete: Bocca di Rosa. Sin dall’apertura della canzone si capisce a che genere di donna alluda il narratore, eppure le parole che usa sono: Appena scesa alla stazione / del paesino di Sant’Ilario / tutti si accorsero con uno sguardo / che non si trattava di un missionario. / C’è chi l’amore lo fa per noia, / chi se lo sceglie per professione, / Bocca di Rosa né l’uno né l’altro, / lei lo faceva per passione.

Non traspare nessun giudizio morale su questa ragazza, nessuna condanna ma neppure un’apologia palese: quella vaga ironia non è rivolta contro qualcuno in particolare, ma contro tutto il nostro mondo costruito ad arte su farisaici valori e giudizi d’etichetta. L’animo umano invece, come Fabrizio aveva perfettamente colto, è molto più complesso e frammentato di quanto la divisione sociale tra buoni e cattivi, giusti e sbagliati, chi sta fuori e chi dentro il gregge faccia intendere. Non sono gli stracci a fare il povero, la coscia nuda una puttana, il colletto bianco del prete un santo, la divisa da Carabiniere un uomo giusto. Tutto questo in una canzone del 1967, attuale in ogni singola parola più di quarant’anni dopo…

Non voglio proseguire ulteriormente, perché già mi sono dilungato a sufficienza e dubito che qualcuno abbia avuto il coraggio e la pazienza di seguirmi fin qui, in questa noiosa disserzione. Su Fabrizio De André e la sua opera sono stati scritti libri e libri, e per tracciare un profilo completo del suo lavoro, della sua vita (altrettanto interessante), del suo pensiero, dello stile e di ogni singola canzone serve molto più dello spazio di un misero blog. In queste settimane e soprattutto oggi, radio, giornali, internet, TV, associazioni, teatri e quant’altro propongono un vasto programma per celebrare al meglio l’artista. Inoltre negli ultimi tempi si assiste a un sempre più chiaro interesse del pubblico, con conseguente lucro da parte di case discografiche ed editrici, su “nuove” ed in fretta improvvisate raccolte. Scremata tale tendenza da inutili quanto inevitabili operazioni di semplice marketing, considero molto positivo il rinato interesse nei confronti di De André: come già detto, per la stessa natura dei suoi testi si può considerare un autore atemporale, e sarebbe una incolmabile perdita culturale e umana lasciar scivolare nell’oblio un immenso lascito artistico. La sua voce, la musica, i testi sono l’eredità che ha lasciato a noi tutti, e fintanto che saremo capaci di amarla e mantenerla in vita, questa data dell’11 gennaio non significherà poi molto.

Fabrizio De André

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Neve 07.07.2009
Sale la nebbia sui prati bianchi
come un cipresso nei camposanti
un campanile che non sembra vero
segna il confine fra la terra e il cielo.

Ma tu che vai, ma tu rimani
vedrai la neve se ne andrà domani
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un’altra estate.

Anche la luce sembra morire
nell’ombra incerta di un divenire
dove anche l’alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera.

Ma tu che vai, ma tu rimani
anche la neve morirà domani
l’amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino.


La terra stanca sotto la neve
dorme il silenzio di un sonno greve
l’inverno raccoglie la sua fatica
di mille secoli, da un’alba antica.

Ma tu che stai, perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani
cadrà altra neve a consolare i campi
cadrà altra neve sui camposanti.

Inverno, Fabrizio De André – 1968, Bluebell Records

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