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"La libertà che guida il popolo"

Giusto ieri due amici mi chiedevano se io mi sentissi più italiano o più serbo. Credo di aver dato una risposta se non confusa, perlomeno parziale, riassunta in qualcosa come “in Italia più serbo, in Serbia più italiano”. Forse è il caso di spiegarmi meglio.

Non saprei dire se certi sentimenti siano più frutto di esperienze passate o conformazioni mentali genetiche, ma in vita mia sono sempre rimasto alquanto indifferente a qualsivoglia manifestazione di nazionalità o amor patrio. Sono certamente convinto che, qualsiasi ne sia l’origine, questa disaffezione sia anche frutto della storia jugoslava più recente, e della concreta prova di che cosa possa scaturire da eccessivi ed incontrollati sentimenti di odio interetnico, pompato da forti dosi di sciovinismo. Ancora oggi i forti rancori che covano sotto le ceneri tra serbi, croati e bosniaci, mi fanno pensare che sia sempre più auspicabile, o se non altro meno pericolosa, una certa qual mancanza di patriottismo, che anche un suo solo sottile velo d’eccesso.

Allo stesso tempo non posso liquidare in maniera tanto approssimativa le differenze socioculturali che distinguono qualsiasi nazione dall’altra, a volte più accentuate ed evidenti, altre molto meno, ma certamente presenti. Da questo punto di vista ho sempre guardato alla mia doppia radice formativa come a una grossa fortuna: seppure serbo di sangue e origine al 100%, sono arrivato in Italia così piccolo da frequentarvi ogni grado d’istruzione, a partire dall’ultimo anno di scuola materna. La mia formazione culturale, linguistica e di vita, oltre alle mie conoscenze e frequentazioni quasi esclusivamente italiane, hanno quindi compensato se non facilmente superato qualsiasi forma di legame col paese d’origine, col quale mantengo legami diretti attraverso la famiglia, viaggi a cadenza annuale e l’uso della lingua madre. A tal proposito, ritengo che il plurilinguismo nativo abbia capacità formative intrinseche, in quanto abitua fin da tenera età l’individuo a ragionare costantemente per binari paralleli, mantenendo sempre vigile l’attenzione sull’esistenza del relativismo culturale, ossia sul fatto che punti di vista divergenti non implichino necessariamente la scorrettezza di uno dei due, quale che sia la parte interpellata, ma semplicemente la coesistenza di verità diverse, non per questo meno concrete.

La nostra vita è solo una particolarissima manifestazione di luoghi, incontri, esperienze in atto, mentre al mondo, contemporaneamente, esistono centinaia, migliaia di situazioni, città e volti in potenza da risultare intollerabile l’idea che noi si sia meglio, o più veri, o più corretti e importanti di questo caleidoscopio mutevole e perenne di realtà concrete, meno tangibili solo perché fuori dalla portata dei nostri cinque sensi (ma se così fosse, dovremmo ritenere che il mondo finisca non oltre qualche centinaio di metri dal nostro naso).

Se dovessi, costretto con le spalle al muro, rispondere alla domanda “Di che nazionalità sei?”, la mia risposta più sincera sarebbe senz’altro “Europea.” Anche qui sorge maliziosa la domanda se sia nato prima l’uovo o la gallina, se sia veramente un’inclinazione del cuore o la plasmazione della mia forma mentis, ma in cuor mio sono profondamente felice di essere capitato su questo mondo proprio in terra europea, che di Balcani o Italia si tratti. Che siano i paesi slavi dell’Est, il mondo latino e mediterraneo, quello anglosassone e settentrionale, dell’Europa, pur con le sue innumerevoli pecche, amo tutto: la cultura, i tempi storici e formativi, gli stili di vita, il modo e le condizioni del ragionare e del riflettere, la filosofia, l’attenzione rivolta (forse più lascito del passato, ma ancora tangibile) alle tematiche sociali e umane. Come una vecchia signora malinconica, ben pasciuta ed un poco spaesata, che oramai vive nel ricordo di una vita di grandi emozioni fuggita via, così io mi sento d’abbracciare questo continente, che non sembra più capace di offrire altro se non la memoria di tempi gloriosi. Ed è forse ironico che a dire ciò sia un cittadino extracomunitario, eppure non posso non pensare che vi sia una qualche correlazione tra i due eventi: il non essere rappresentato a livello comunitario, la tangibile impossibilità di muoversi liberamente e nei tempi che più aggradano per questo mondo, risaltano ancora più ai miei occhi la potenziale grandezza di una Unione Europea che permette ai suoi cittadini, soprattutto ai giovani, di viaggiare, scambiare e conoscere altre esperienze, volti e paesi. Ciò che più mi stupisce a tal proposito, e forse in fondo è meglio così, è la sostanziale naturalezza e noncuranza con cui questi miei coetanei e più vivono tale libertà estrema. Dico che è meglio perché forse è proprio metabolizzando fino a tal punto queste grandi conquiste, che esse verranno ritenute proprie “di diritto”, e quindi mai più negoziabili, ma sarebbe altrettanto importante tenere sempre a mente quanta fatica e quanti morti sia costata in passato la loro realizzazione, per non sminuirne l’enorme portata.

Infine, vorrei spezzare una lancia in favore del nazionalismo: non penso che l’orgoglio per le proprie origini, per il paese e la cultura di provenienza siano necessariamente sgradevoli, anzi! Non bisognerebbe mai rinnegare le proprie radici, e coltivarle fino in fondo, perché solo una più sicura e seria confidenza in ciò che siamo, in ciò che ci caratterizza può darci la forza e la sicurezza di perorare da un lato certe scelte, difendere dall’altro i nostri stili di vita con mente critica e capace, attraverso la chiara consapevolezza della grandezza di un paese (il proprio), sapendone quindi tracciare anche i limiti. Ritengo però che coltivare tale forma sana di nazionalismo, per metterla così, sia purtroppo alla portata di menti molto elastiche ed intelligenti, caratteristica che – e perdonatemi il cinismo da salotto – non ha mai contraddistinto le grandi masse elettrici di nessun paese, mentre è molto più facile sfociare in più concrete manifestazioni di paura, sospetto, timore verso l’estraneo e chiusura, per l’eterno malinteso che il diverso cerchi necessariamente di sopprimerci, come un’erbaccia assassina. Oramai alla fine del primo decennio del XXI secolo, mi sento, forse un po’ precocemente, fors’anche  un poco ingenuamente, di poter ritenere il razzismo, almeno nelle sue accezioni più violente e manifeste, un problema superato o comunque superabile entro orizzonti temporali umanamente comprensibili. Il problema più impellente, sbocciato negli ultimi vent’anni e che credo assumerà contorni sempre più urgenti e drammatici negli anni a venire, sarà lo scontro culturale e di valori che caratterizza le società della globalizzazione.

Sarebbe pertanto intelligente iniziare a interrogarci seriamente su cosa crediamo di essere, quale mondo pensiamo di rappresentare e quale futuro vorremmo vedere concretizzato, dato il presupposto che i contatti, quindi i confronti, con l’altro (inteso nel senso più lato possibile) saranno sempre più frequenti e diretti. Perciò, la prossima volta che vedete in me un simbolo di questo nuovo modo di concepire i rapporti di civiltà, abbiate in mente che a voi tutti toccherà presto di diventare un poco più serbi, o cinesi, arabi e indiani.

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Oggi vorrei raccontarvi un interessante aneddoto su come funzionano le privatizzazioni nei paesi est europei del post socialismo, potrebbe essere quasi divertente se non fosse tristemente reale.  Ma facciamo un passo alla volta.

Si chiama NIS (Naftna Industrija Srbije) la principale compagnia petrolifera serba, con sede a Novi Sad e monopolio delle importazioni di olio grezzo nel paese fino al 2011. Si occupa di tutti i livelli della produzione petrolifera, dalla ricerca ed estrazione di idrocarburi (principalmente nella provincia settentrionale della Vojvodina), alla loro importazione, alla raffinazione, al trasporto e alla messa in vendita sui mercati regionali. Vanta quasi 14.000 dipendenti e nel 2007 ha registrato profitti per 170 milioni di U$D.

Naftna Industrija Srbije

Frattanto, c’è che prende sempre più piede il progetto da 20 miliardi di U$D di EniGazprom per la realizzazione del gasdotto South Stream, che attraverso il Mar Nero e la Penisola Balcanica dovrà portare 63 miliardi di metri cubi annui all’Unione Europea, tanto affamata di energia. Questa grande occasione geoeconomica è una manna caduta dal cielo per la Serbia, che potrà contare oltre che sulla certezza di approvvigionamenti di gas russo, senza lo spinoso interlocutore ucraino, ad un grande afflusso di capitali per la realizzazione del condotto, a un deposito sotterraneo a Banatski Dvor, alle future tasse di transito. Ecco quindi la grande gioia della Serbia a fine 2008, e tralascio altre questioni decisive come l’appoggio politico della Russia su questioni che stanno molto a cuore ai fratelli balcanici, prima fra tutte l’indipendenza kosovara, per non mettere troppa carne sul fuoco.  In questo clima, a inizio di quest’anno la vendita di NIS prende sempre più le sembianze di una svendita, per la serie: “Ehi, i russi ci portano i loro miliardi d’investimenti, ma noi dal canto nostro gli cediamo sottocosto un’ottima azienda con alti profitti e solide prospettive!”. E all’epoca, l’analisi compiuta da Deloitte&Touche stimava il valore di NIS per 3 miliardi di U$D (2008), ma Gazprom avrebbe pagato appena 1,2 miliardi, di cui in realtà 721 milioni di U$D da ritenersi sotto forma di nuovi investimenti. E come se non bastasse ciò, lo stato non aveva nemmeno voluto prendere in considerazione altre offerte. Ma non andiamo troppo per il sottile, la Russia è un grande alleato, uno storico amico, un fedele compagno, festeggiamo per la reciproca riuscita del buon affare!

Sennonché, l’idillo dura ben poco: già a febbraio l’olandese KPMG, revisionando i bilanci NIS, dichiara che altro che profitti, per il 2008 si calcolano perdite per 3,2 miliardi di dinari (34 milioni di €UR)! Il governo la prende per un’offesa personale: che diamine vanno dicendo, ma cosa credono?! È il fior fiore dell’economia nazionale, un gioiello! Va bene, dicono i russi, sarà come dite, allora perché non prendiamo un altro revisore, per capire cosa sta succedendo? Sarebbe perfetto, ma lo stato purtroppo non dispone dei 500.000€ necessari per una nuova revisione. Nessun problema, pagano i russi! Viene così chiamato Ernst&Young che rimette mano alle cifre, rifà i calcoli, e a maggio se ne esce con un nuovo risultato: la perdita non è di 3,2, ma di 8 miliardi di dinari (85 milioni di €). Panico generale, imbarazzo del governo… chi appianerà le perdite? A chi tocca scucire? E chi, se mai verrà indicato qualcuno, verrà considerato responsabile dell’inaccuratezza dei dati (se non di frode vera e propria)? Se poi a fine 2008 si parlava di guadagni netti, NIS ha pagato delle imposte sui profitti dichiarati? In questo caso, verranno rimborsate? I russi intanto rassicurano: nessun problema, a noi interessava giusto sapere come stessero realmente le cose, nulla cambia, nessuno dovrà sborsare un centesimo. Ora, che con una perdita da 85 milioni “nessuno” debba pagare pare a dir poco sospetto… E possiamo star certi che Gazprom troverà il facile modo di rifarsi (sui serbi, of course) del tiro mancino. È infatti solo di poco tempo fa l’avviso dell’ennesimo rincaro del prezzo della benzina, giustificato questa volta non da rincari del barile sul mercato del greggio, ma da “maggiori costi di raffinazione”. Insomma, la Serbia continua a pagare il prezzo regionale più alto al litro (oltre 1€), per un carburante di qualità scadente.

La vera questione che mi preoccupa è però quale messaggio passa ora sul piano internazionale? Che immagine si faranno i potenziali futuri investitori, per un paese già declassato a classe BB- per quanto riguarda i rating sul credito, se non ci si può fidare nemmeno della classe dirigenziale, dove non sai mai se il pacco che ti rifilano è genuino o solo ben infiocchettato… Ci sono altre risorse importanti che la Serbia sarà in futuro felice di cedere, sono ora curioso di vedere poste quali premesse, a chi e con quali risultati. Perché il mondo non è la Russia.

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Abbattimento

(AP Photo/John Gaps III)

Giornale Il Caffé, 09/11/2009

Si dice che per ammirare davvero la montagna il segreto non stia nel conquistarne la cima, ma allontanarsene per inquadrare l’intero colosso: un’immagine che ben si presta alla storia, dove l’oggettiva lucidità e la capacità di districare e seguire i suoi innumerevoli fili sono sempre più lente da carpire dei fatti in sé.

Così ci troviamo oggi, 9 novembre 2009, a guardare con ammirazione e stupore a questo stesso giorno di vent’anni fa, quando una notte bastò a cancellare quella cortina di ferro, battezzata per la prima volta dalle parole di Churchill nel lontano 1946 [*]. Ma cos’è stato, cosa ha rappresentato davvero quel ’89, capace forse solo come il suo omologo di due secoli prima, quello della Rivoluzione francese, di sconvolgere tanto gli assetti europei e poi mondiali? Perché il fatto curioso è che più ci allontaniamo dal nostro monte, più ci sembra che qualcosa non torni, e le impressioni avute a quota ora ci paiono se non erronee, come minimo parziali. La riunificazione delle due Germanie è stata davvero questo, un riavvicinamento, o forse è meglio parlare di Anschluss, di annessione da parte della Germania vincitrice sulla sorella sconfitta? Le immagini che spesso in questi giorni vediamo sui nostri schermi, di quella notte in festa e berlinesi d’ogni sponda che ridono e si abbracciano, non fanno forse il paio con quelle meno famose della primavera 1991, dove le stesse folle di tedeschi dell’est esultanti per l’avvenuta unificazione, di sei mesi precedente, protestavano ora furibonde? Gli operai, perché il libero mercato aveva prodotto 3 milioni di disoccupati, vista l’incapacità concorrenziale dei beni prodotti nella DDR; gli inquilini, perché la privatizzazione delle case aveva portato ad affitti astronomici per le loro economie; le massaie, perché i prezzi liberalizzati erano rincarati in maniera più che esponenziale… Il devasto sociale seguito alla caduta della Repubblica Democratica Tedesca è stato non solo repentino, ma quasi totale. L’istruzione gratuita e d’alto livello, il lavoro sicuro, la pensione certa, la casa, erano elementi dati per scontati, ed anche se il livello retributivo piuttosto basso e la ricchezza delle famiglie assolutamente inavvicinabile ai livelli occidentali, si era certi che non si sarebbe mai sofferta la fame. È molto difficile tracciare un quadro monocromo della realtà tedesco orientale, e il più delle volte si cade in trappole stereotipate, dalle Trabant alla Stasi. E per quanto sia Trabant che Stasi possano essere rappresentative e caratteristiche del socialismo reale, è altrettanto scorretto dimenticare che nella Germania Est hanno vissuto 17 milioni di persone, spesso anche in maniera più che soddisfacente. Bisogna infatti porre molta attenzione nel giudicare la realtà oggettiva e quella soggettiva nella nostra analisi, perché l’errore che più spesso si commette, è quello di traslare la condanna di un regime monopartitico e illiberale allo stile di vita di chi in quel regime è cresciuto ed ha vissuto. La più evidente prova di questo malinteso è sbocciata nell’ultimo decennio, con l’avvento della cosiddetta Ostalgie, termine che identifica la nostalgia per tutto ciò che era a Est, e per la vita dietro al Muro. L’alienazione e il senso di smarrimento che in molti, soprattutto tra i meno giovani, hanno vissuto dal 1989 in poi ha infatti subìto un ulteriore duro colpo per l’incapacità dei tedeschi dell’Ovest (e più in generale di tutto l’Occidente) di separare la condanna di un sistema da quella di un popolo, e della vita di questo stesso popolo: tutto ciò che era ad Ovest si rivelava giusto, tutto quello che proveniva da Est sbagliato, perciò chi aveva vissuto da un lato aveva solo da insegnare, chi veniva dall’altro poteva unicamente, come il figliol prodigo, redimersi, e convertirsi quanto prima al benessere, felice figlio del capitalismo.

Se poniamo però il caso che anche il capitalismo entri in crisi? Quando la disuguaglianza sociale cresce nel tempo, quando i poveri diventano sempre più poveri e la loro stessa condizione una colpa, oltre che la condanna a non avere alcuna chance nella vita? Quando ciò avviene – e sta avvenendo – è normale che in molti si guardino alle spalle, ripensino al loro passato, a quando le differenze tra classi erano molto blande, quando ingegneri e operai andavano in vacanza assieme e la professione non era un ostacolo sociale, i soldi nemmeno, ed il senso comunitario e d’aiuto reciproco più spiccato. Era la DDR, in fondo, il fiore all’occhiello di questo esperimento sociale, economico e politico che va sotto l’appellativo di socialismo reale, l’esempio più riuscito di un sistema alternativo a quello statunitense, che senza un solo dollaro del Piano Marshall era riuscito già entro i primi anni ’60 a rientrare tra i dieci paesi più industrializzati al mondo, perdendo però verso la fine del decennio in questione il passo, soprattutto per quanto riguarda la produzione di beni di largo consumo. Rifugiandosi nei ricordi, risultano incredibilmente meno paradossali, o se non altro poco rilevanti, le incongruenze di allora, il fatto che per ottenere una macchina, l’unica disponibile, passassero in media 15 anni, che non si potesse sceglierne neppure il colore, quello che arrivava arrivava. Oggi invece le case produttrici sono decine, i modelli centinaia, le diverse combinazioni migliaia. Ma se si resta disoccupati, a che cosa si riduce la scelta? Una volta era non solo proibito manifestare, ma si rischiava di ritrovarsi con un fascicolo personale di polizia solo per aver raccontato una barzelletta. Oggi c’è libertà di espressione, ma a cosa serve protestare se nulla cambia? Non fraintendetemi, questo non è un discorso nostalgico, né è proponibile o sol’anche auspicabile il ritorno ad un sistema del genere. È però onesto ammettere che i problemi vissuti dai tedeschi dell’Est non si sono felicemente sciolti come neve al sole, crollato il Muro che ne oscurava i raggi, ma anzi, dopo anni, si sono incancreniti, e in molti a vent’anni da quel 9 novembre si sentono ancora alieni, stranieri di uno stato che non è il loro. Gli alti livelli di disoccupazione, la stagnazione economica, l’emigrazione molto più accentuata che nel resto del paese, intere città fantasma abbandonate dai giovani e trasformate in dormitori per anziani, sono il segno più evidente che qualcosa non ha funzionato, e che i rimpianti di un passato prossimo non sono forse frutto di romantiche nostalgie quanto di esigenze concrete rimaste inappagate.

Cos’ha portato, quindi, il 1989? Le scosse che ha prodotto, fino a dove sono penetrate? Si sono assestate del tutto? Basterebbe solo guardare ai territori dell’Ex-Jugoslavia per dare una risposta negativa. I sorrisi, i sospiri di sollievo, le lacrime di gioia e gli abbracci di quella fatidica notte hanno preceduto di meno di due anni altre immagini, di case martoriate, incendiate, colonne di profughi, corpi massacrati, gonfi, città rase al suolo (Vukovar), altre assediate (Sarajevo), come non se ne vedevano in terra europea dalla fine della Seconda guerra mondiale. Oggi perciò, quando ripensiamo a quel giorno di venti anni fa, oltre a celebrare la fine dell’incubo della Guerra fredda, teniamo bene a mente che non tutti i suoi nodi sono stati sciolti, che non tutte le domande nate tra quei blocchi di cemento frantumati a picconate hanno trovato risposta, e che pure tra le risposte date, non tutte si sono rivelate esatte. È da questa premessa che deve scaturire la presa di coscienza che c’è ancora molto da fare perché l’Europa sia una, libera e giusta, e che non solo vent’anni sono pochi, ma che forse non ne basteranno altrettanti prima di vedere realizzata quell’idea di casa comune che nel 1989 era parsa, per un momento, un miraggio tanto vicino.

[*] <<Da Stettino sul Baltico a Trieste sull’Adriatico, una cortina di ferro è calata sul Continente.>> Winston Churchill, Westminster College, Fulton,  Missouri, 5 marzo 1946

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Burkina Faso

Secondo le stime del Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite, il Burkina Faso è il terzo paese più povero al mondo, con un reddito pro capite annuo inferiore ai 250€. Il 62% della popolazione (13.200.000) vive cone meno di 1$ al giorno, e la maggior parte di questa fetta in condizioni di pura miseria – tecnicamente giudicata molto più grave della semplice povertà. Il tasso di alfabetizzazione si attesta attorno al 28,5% (2005), il 40% dei bambini non va a scuola (obbligatoria dai 7 ai 13 anni), e del restante 60% solo l’1-2% raggiunge l’università.

La speranza di vita è di 42 anni.

Cotone

La produzione di cotone è un pilastro portante dell’economia del Burkina, che pur attestandosi solo al 5-8% del PIL, rappresenta il 50-60% delle esportazioni, indispensabili per l’accumulo di valuta forte. Si stima che circa 700.000 persone (il 17% della popolazione) lavorino nel cotone, ma se si considera che mediamente in Africa, visti gli elevati tassi di disoccupazione, ogni individuo impiegato ne mantiene altri 15, è chiaro che questo lavoro rappresenti praticamente l’intera economia del paese.

Fluttuazioni del PIL e della produzione di cotone (Fonte: IMF)

Fluttuazioni del PIL e della produzione di cotone. (Fonte: IMF)

La qualità e la purezza del cotone sono le migliori al mondo, visto che tutto il lavoro viene svolto a mano con costi di produzione tra i più bassi, eppure sul mercato globale fatica ad attestarsi a prezzi competitivi, costringendo i produttori ad operare sottocosto.

Prezzi di produzione (rosso) e prezzi sul mercato globale (blu). (Fonte: IMF)

Prezzi di produzione (rosso) e prezzi sul mercato globale (blu). (Fonte: IMF)

Com’è possibile ciò, se il costo della manodopera è irrisorio (circa 50€/cent al giorno)?

Stati Uniti d’America: il governo degli USA elargisce sussidi annuali ai suoi coltivatori di cotone per un totale di 3 miliardi di $, applicando di fatto due pesi e due misure, imponendo forzosamente il liberismo economico ai paesi più deboli, e conducendo al contempo una politica protezionista  in difesa dei propri prodotti.

Se gli Stati Uniti abolissero i propri sussidi, il Burkina Faso otterrebbe profitti pari almeno a 122 milioni di €. I vari aiuti internazionali, i crediti elargiti da Stati Uniti, Unione Europea, Giappone, sommati raggiungono 30 milioni di €. È chiaro quindi che in un mercato equo il Burkina Faso non avrebbe bisogno d’indebitarsi per sviluppare il proprio paese (si stima che in Burkina siano già indebitati anche i neonati del 2035). Il solo lavoro dei contadini permetterebbe allo stato di costruire strade, scuole, ospedali e tutte le infrastrutture necessarie per garantire un futuro ai propri bambini.

PiantagioniIn ogni caso, la situazione attuale non è sostenibile nel lungo periodo: la monocoltura del cotone sta velocemente distruggendo i suoli, e vaste aree intensivamente coltivate a cotone sono oggi desertificate. Il cotone è stato venduto, il ricavo è stato speso, il suolo è oramai per sempre improduttivo. Il giorno in cui la produzione del cotone dovesse cessare, l’unico modo per sopravvivere sarebbe una migrazione di massa verso l’Europa, e non si parla più di centinaia di sbarchi, ma milioni di persone del Burkina Faso, del Niger, del Mali, del Benin e altri in transito verso il nostro continente. Spinti dalla miseria e dalla fame, non ci saranno bastioni, armi o muri in grado di difenderci dal loro assalto.

L’unica soluzione tollerabile è agire sin da subito, modificando le regole del gioco e della concorrenza sui mercati globali, permettendo ai paesi in via di sviluppo di partecipare in maniera realmente competitiva agli scambi internazionali, in modo da creare con le loro stesse forze valore, incrementare l’economia dei paesi africani e concedere il diritto e la possibilità di crescere ed immaginare un futuro migliore nel loro stesso paese. Questa strada comporterebbe ovviamente un serio ridimensionamento della ricchezza diffusa in Occidente, ma è l’unico modo per l’Occidente stesso di sopravvivere nel lungo periodo. L’alternativa è l’annientamento e l’inevitabile perdita dello scontro tra civiltà.

Non si tratta più di giustizia universale, ma di mera sopravvivenza, e di comprendere che tale sopravvivenza può passare solo attraverso quella dei popoli africani, e non il loro sfruttamento ad oltranza.

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Francia…

 

Barack Obama in Francia 1Barack Obama in Francia 2Barack Obama in Francia 3Barack Obama in Francia 4

  

…Italia

Muammar Gheddafi in Italia 1Muammar Gheddafi in Italia 2Muammar Gheddafi in Italia 3Muammar Gheddafi in Italia 4

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