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Beograd 1999

Se verrà la guerra, Marcondirondero
se verrà la guerra, Marcondirondà
sul mare e sulla terra, Marcondirondera
sul mare e sulla terra chi ci salverà?

Ci salverà il soldato che non la vorrà
ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà.

Il 24 marzo 1999 la NATO, senza il consenso delle Nazioni Unite, iniziava a bombardare la Serbia e Belgrado. Oggi, dieci anni dopo, alle 12 in punto in tutto il paese si è osservato un minuto di silenzio, in memoria dei 3500 morti, di cui 2500 civili e 89 bambini.

La guerra è già scoppiata, Marcondirondero
la guerra è già scoppiata, chi ci aiuterà?

Ci aiuterà il buon Dio, Marcondirondera
ci aiuterà il buon Dio, lui ci salverà.

Buon Dio è già scappato, dove non si sa
buon Dio se n’è andato, chissà quando ritornerà.

Che cosa ricordo, io, di quei giorni? Ricordo le immagini dei telegiornali, e mia mamma che ogni sera scoppiava in lacrime vedendo la sua bellissima città così martoriata. Ricordo l’abbattimento dell’antenna TV alta 200 metri sul monte Avala, uno dei simboli più cari ai cittadini belgradesi, tutto fuorché un obiettivo militare strategico. Ricordo il bombardamento della raffineria sul Danubio, e la nera nube che coprì tutta la città. Ricordo anche quando colpirono la sede della televisione nazionale RTS, e i giornalisti e tecnici di 20-30 anni dell’edizione notturna che vi restarono sotto. Ricordo mia nonna, e quanto era difficile stabilire un collegamento telefonico, le linee sempre occupate, o a vuoto. Ricordo poi quando riuscimmo finalmente a farla venire da noi, era maggio credo (i bombardamenti continuarono incessanti fino all’11 giugno). Era stanca e provata, non dormiva da settimane per le continue sirene, le bombe, gli aerei. Ricordo che anche qui, quando capitava di scorgere un aereo di linea venire od andare da Linate, iniziava ad agitarsi, si voltava dall’altra parte, quasi non riuscisse a scaricare più l’immagine e il trauma di altri aerei in altri cieli…  quasi che a sorvolarci non fossero vacanzieri e bagagli, ma missili intelligenti e bombe all’uranio impoverito. Ricordo quando qualche anno più tardi, vedendo un documentario in TV e sentendo quel suono familiare delle sirene antiaeree, le venne quasi un attacco di panico.

L’aeroplano vola, Marcondirondera
l’aeroplano vola, Marcondirondà.

Se getterà la bomba, Marcondirondero
se getterà la bomba chi ci salverà?

Ci salva l’aviatore che non lo farà
ci salva l’aviatore che la bomba non getterà.

Poi a Belgrado giunse l’estate, e io con lei. Cos’era rimasto? Ricordo i palazzi del governo, le sedi dell’esercito, il grattacielo del partito della moglie di Milošević sfregiati dalle bombe, i ponti del Danubio annegati nelle sue acque. Impressionanti voragini su edifici costruiti in cemento armato, piegati come carta. Porte che davano sul vuoto, brandelli di tende a penzolare dalle finestre, segni di schegge e vetri rotti su tutti i palazzi circostanti, a 100 metri almeno. Ricordo le scritte sui muri, i graffiti antiamericani e contro la guerra, quell’umorismo underground così tipico di Belgrado, che nessuna guerra è riuscita e riuscirà mai a sconfiggere: “Colombo, fottuta la tua curiosità!”, o “Portare la pace con le bombe è come preservare la verginità di una ragazza trombandola”. L’antiamericanismo era alquanto diffuso, e colpiva non solo gli Stati Uniti, ma tutti i suoi alleati nell’impresa: Italia, Inghilterra, Germania, Olanda… Ricordo un McDonald’s completamente distrutto dai dimostranti a marzo, lo stesso dicasi dei centri culturali tedesco e francese nella centralissima via Knez Mihajlova. Gli studenti di lingue fecero man bassa dei volumi, e poi se li scambiarono allegramente: “Hai Hugo? Io studio francese, dallo a me, prendi questo Goethe, tieni…”. Non era però un appoggio al regime, più semplicemente la disillusione e l’amarezza di un popolo orgoglioso che si vedeva ora abbandonato anche da quell’occidente in cui credeva e in cui si rispecchiava, facendone legittimamente parte. Dopo che venne colpita la residenza di Milošević si potè leggere anche “Slobo, proprio quando avevamo più bisogno di te, non eri in casa.”

La bomba è già caduta, Marcondirondero
la bomba è già caduta, chi la prenderà?

La prenderanno tutti, Marcondirondera
sian belli o siano brutti, Marcondirondà

Sian grandi o sian piccini li distruggerà
sian furbi o siano cretini li fulminerà.

Ricordo la preoccupazione di mio papà, che non ci vandalizzassero la macchina parcheggiata, visto che portava una targa italiana. Ricordo la difficoltà di trovare la benzina, nonostante la guerra fosse finita da diverse settimane, le pompe perennemente a secco, i venditori del mercato nero ai bordi delle strade con le loro taniche piene di chissà quali intrugli. La vita intanto correva come prima, le strade piene di gente, i negozi di grandi marchi, i chiassosi caffè all’aperto o sugli splav (grossi barconi) ormeggiati sul lungofiume. Ricordo i sacchi di sabbia, i bunker, le postazioni vuote dell’esercito, gli ostacoli anticarro in cemento sulla strada verso sud, andando in Grecia al mare. Ricordo di essere passato verso Grdelica, dove era stato colpito un treno civile proprio mentre attraversava un ponte ferroviaro sulla Morava. 14 morti e 16 feriti tra i passeggeri, la carcassa del treno era ancora lì, completamente carbonizzata. A 10 anni mi lasciò a bocca chiusa, ma mi fece meno effetto del suo stesso ricordo ora.

Ci sono troppe buche, Marcondirondera
ci sono troppe buche, chi le riempirà?

Non potremo più giocare al Marcondirondera
non potremo più giocare al Marcondirondà.

E voi a divertirvi andate un po’ più in là
andate a divertirvi dove la guerra non ci sarà.

La guerra è dappertutto, Marcondirondera
la terra è tutta un lutto, chi la consolerà?

Ci penseranno gli uomini, le bestie i fiori
i boschi e le stagioni con i mille colori.

Di gente, bestie e fiori no, non ce n’è più
viventi siam rimasti noi e nulla più.

La terra è tutta nostra, Marcondirondera
ne faremo una gran giostra, Marcondirondà.

Abbiam tutta la terra Marcondirondera
giocheremo a far la guerra, Marcondirondà…

Girotondo, Fabrizio De André, Tutti morimmo a stento (1968)


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La Sava, vista dalla fortezza di Kalemegdan, confluisce nel Danubio.

La Sava, vista dalla fortezza di Kalemegdan, confluisce nel Danubio.

Sve ima svoje… I vatra i led
U kap se spoje… I čemer i med
Sve ima svoje… Vrlina i greh
Tuge postoje da bi prizvale smeh

Ogni cosa trova il suo posto… Sia il fuoco che il ghiaccio
In una goccia si mescolano… la tristezza e il miele
Ogni cosa trova il suo posto… la virtù e il peccato
I dolori esistono per richiamare il sorriso

Avete presente quelle persone che non sentite da molto, o che avete incontrato anni prima senza però, per un motivo o per un altro, aver mai stretto particolarmente i rapporti? Insomma, persone che vi ispirano fiducia, che piacciono, ma conosciute quando forse non c’era tempo, o semplicemente non era tempo. A volte il fatto di conoscersi poco però non è un ostacolo, ma anzi un incentivo a parlare senza timori, a pensare, a chiedere. Nel parlare di voi e nel raccontare fatti ai più noti, ma da un altro punto di vista, con una visione più lineare, più compatta, più decisa, vi ritrovate a riconsiderare tante cose, a domandarvi su vicende vecchie e nuove, magari anche a ricordare certe cose su cui non vi sareste mai soffermati.

Bene, proprio a una persona di questo genere ho scritto poco fa una lunga e-mail, l’ennesima di questi giorni. Da lì, collegando infiniti, insoliti flashback perfettamente incastrabili, sono uscito di casa e mi sono ritrovato a Belgrado, che non mi era mai parsa così bella e evocativa come quest’oggi. Eccomi di nuovo lì, nella città che ho sempre rifiutato, senza mai comprenderne il fascino e quanto in realtà mi rappresenti. Farà un freddo cane ora, nel grande parco di Kalemegdan che domina tutta la città, forse è nevicato, ma a me piace pensarlo come l’ho sempre vissuto, d’estate, con la gente in giro a mangiare gelati e i grandi alberi a fare ombra anche nei pomeriggi più caldi. La vista sulla Sava è da togliere il fiato, mentre lenta sfila sotto ai miei occhi, sicura di sé e del proprio fascino, prima di tuffarsi nel Danubio, ingrossandolo, dandogli e prendendo nuova vita, per proseguire uniti la via verso il mare.

Ci pensate? Dalla Foresta Nera, per quasi 3000 Km, sfiorando dieci paesi e tagliando quattro capitali, lo stesso fiume, sempre lo stesso eppure mai uguale, un possente panta rei che lega chissà quante anime perse a ricordare nelle sue acque, a rimescolare pensieri come vortici d’acqua. E’ soprattutto a loro che penso, l’unico dato che non riesco a trovare da nessuna parte, il numero più difficile da stabilire oggettivamente, per qualcuno forse anche il più futile: quante persone assorte nello stesso momento, intente a far scivolare le proprie paure, i ricordi… dubbi e rimorsi, tensioni e delusioni, ma anche felicità intravviste, a volte annegate, altre riemerse poco più a valle. Quanti destini legati, rimescolati, persi d’identità o con solo nomi diversi ma storie uguali? Quanti sospiri di fiati, che forse insieme potrebbero alzare un concerto di venti? Dove vanno, infine, tutte queste emozioni? L’acqua scorre al mare, ma per quanto concerne i pensieri raccolti lungo il percorso, dove vanno? Forse anch’essi, come acqua, non si perdono, ma si rimescolano e trovano nuova linfa in altre vite, in nuovi oceani. La Sava la vedo, il Danubio anche, solo che mi piacerebbe riuscire a distinguire così nettamente anche il corso dei miei pensieri, perché proprio come diceva l’amico di prima, l’essenziale è invisibile agli occhi.

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