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Posts Tagged ‘cultura’

Miss Informazione Libera Comunicativa nel corpo e nello spirito, curiosa e informata sui fatti del mondo, la miss prescelta crede nell’importanza di una corretta, trasparente e LIBERA informazione. Sceglie e premia il Direttore Emilio Fede che così la descrive: “Sguardo intelligente, romantica, poco trucco, non più della seconda misura di seno, non superiore al metro e settanta di altezza, con lineamenti leggermente androgini, insomma “non una bambola gonfiata”.” [da Wikipedia]

Questa fotografia è pazzesca. Giuro, me la sono trovata davanti e c’ho visto tutto. L’Italia.

Miss Informazione Libera 2010, fascia interna al concorso di Miss Padania, concorso indetto dalla Lega Nord, partito di quella maggioranza che sta approvando la Legge bavaglio. Miss Informazione Libera, premiata dalle mani del peggiore giornalista televisivo italiano, impudico, amorale, il meno obiettivo, sfacciatamente impegnato in prima linea nella ventennale opera di disinformazione e mistificazione della reale condizione del Paese a beneficio del signore padrone Silvio Berlusconi. Una bellezza acqua e sapone, come precisato dal Direttore, che non appena si concederà una pompatina al seno potrà entrare a Mediaset come carta da parati in uno degli innumerevoli programmi per famiglie che notte e giorno bombardano le fasce culturalmente meno attente, quindi più vulnerabili, con culi, cosce, tette, sorrisi ammiccanti, inviti subliminali al sesso più selvaggio. Gnocca, figa, sborra, scopare. Questa è tutta l’informazione che ci occorre, questi i nani e ballerine che ci allieteranno felici la vita, portandoci nel loro spensierato mondo di sorrisi, belle ragazze, soldi, amicizia, serenità. Senza alcun rispetto, senza il minimo pudore, dissacrando il cadavere della Libera informazione con gli stessi strumenti usati per affossarla.

Affanculo millenni di civiltà. Affanculo morale, istruzione, cultura, libri, sentimenti, emozioni, parole, senso civico e sociale, coscienza, pensiero, domande, etica, maturazione, individui, giovani, lavoro, diversità, futuro. Siamo pronti, ora siamo davvero maturi per buttare tutto al macero, in cambio del soddisfacimento di un paio di primitive pulsioni, dell’illusione del successo, sbandierata come panacea e carota di fronte alle nostre facce da muli.

Resistere, resistere a oltranza è l’unica cosa che possiamo fare. E che l’ultimo di noi vinca la fascia di Miss Nostalgica Utopia, dalle mani di un porco dagli occhietti viscidi.

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"La libertà che guida il popolo"

Giusto ieri due amici mi chiedevano se io mi sentissi più italiano o più serbo. Credo di aver dato una risposta se non confusa, perlomeno parziale, riassunta in qualcosa come “in Italia più serbo, in Serbia più italiano”. Forse è il caso di spiegarmi meglio.

Non saprei dire se certi sentimenti siano più frutto di esperienze passate o conformazioni mentali genetiche, ma in vita mia sono sempre rimasto alquanto indifferente a qualsivoglia manifestazione di nazionalità o amor patrio. Sono certamente convinto che, qualsiasi ne sia l’origine, questa disaffezione sia anche frutto della storia jugoslava più recente, e della concreta prova di che cosa possa scaturire da eccessivi ed incontrollati sentimenti di odio interetnico, pompato da forti dosi di sciovinismo. Ancora oggi i forti rancori che covano sotto le ceneri tra serbi, croati e bosniaci, mi fanno pensare che sia sempre più auspicabile, o se non altro meno pericolosa, una certa qual mancanza di patriottismo, che anche un suo solo sottile velo d’eccesso.

Allo stesso tempo non posso liquidare in maniera tanto approssimativa le differenze socioculturali che distinguono qualsiasi nazione dall’altra, a volte più accentuate ed evidenti, altre molto meno, ma certamente presenti. Da questo punto di vista ho sempre guardato alla mia doppia radice formativa come a una grossa fortuna: seppure serbo di sangue e origine al 100%, sono arrivato in Italia così piccolo da frequentarvi ogni grado d’istruzione, a partire dall’ultimo anno di scuola materna. La mia formazione culturale, linguistica e di vita, oltre alle mie conoscenze e frequentazioni quasi esclusivamente italiane, hanno quindi compensato se non facilmente superato qualsiasi forma di legame col paese d’origine, col quale mantengo legami diretti attraverso la famiglia, viaggi a cadenza annuale e l’uso della lingua madre. A tal proposito, ritengo che il plurilinguismo nativo abbia capacità formative intrinseche, in quanto abitua fin da tenera età l’individuo a ragionare costantemente per binari paralleli, mantenendo sempre vigile l’attenzione sull’esistenza del relativismo culturale, ossia sul fatto che punti di vista divergenti non implichino necessariamente la scorrettezza di uno dei due, quale che sia la parte interpellata, ma semplicemente la coesistenza di verità diverse, non per questo meno concrete.

La nostra vita è solo una particolarissima manifestazione di luoghi, incontri, esperienze in atto, mentre al mondo, contemporaneamente, esistono centinaia, migliaia di situazioni, città e volti in potenza da risultare intollerabile l’idea che noi si sia meglio, o più veri, o più corretti e importanti di questo caleidoscopio mutevole e perenne di realtà concrete, meno tangibili solo perché fuori dalla portata dei nostri cinque sensi (ma se così fosse, dovremmo ritenere che il mondo finisca non oltre qualche centinaio di metri dal nostro naso).

Se dovessi, costretto con le spalle al muro, rispondere alla domanda “Di che nazionalità sei?”, la mia risposta più sincera sarebbe senz’altro “Europea.” Anche qui sorge maliziosa la domanda se sia nato prima l’uovo o la gallina, se sia veramente un’inclinazione del cuore o la plasmazione della mia forma mentis, ma in cuor mio sono profondamente felice di essere capitato su questo mondo proprio in terra europea, che di Balcani o Italia si tratti. Che siano i paesi slavi dell’Est, il mondo latino e mediterraneo, quello anglosassone e settentrionale, dell’Europa, pur con le sue innumerevoli pecche, amo tutto: la cultura, i tempi storici e formativi, gli stili di vita, il modo e le condizioni del ragionare e del riflettere, la filosofia, l’attenzione rivolta (forse più lascito del passato, ma ancora tangibile) alle tematiche sociali e umane. Come una vecchia signora malinconica, ben pasciuta ed un poco spaesata, che oramai vive nel ricordo di una vita di grandi emozioni fuggita via, così io mi sento d’abbracciare questo continente, che non sembra più capace di offrire altro se non la memoria di tempi gloriosi. Ed è forse ironico che a dire ciò sia un cittadino extracomunitario, eppure non posso non pensare che vi sia una qualche correlazione tra i due eventi: il non essere rappresentato a livello comunitario, la tangibile impossibilità di muoversi liberamente e nei tempi che più aggradano per questo mondo, risaltano ancora più ai miei occhi la potenziale grandezza di una Unione Europea che permette ai suoi cittadini, soprattutto ai giovani, di viaggiare, scambiare e conoscere altre esperienze, volti e paesi. Ciò che più mi stupisce a tal proposito, e forse in fondo è meglio così, è la sostanziale naturalezza e noncuranza con cui questi miei coetanei e più vivono tale libertà estrema. Dico che è meglio perché forse è proprio metabolizzando fino a tal punto queste grandi conquiste, che esse verranno ritenute proprie “di diritto”, e quindi mai più negoziabili, ma sarebbe altrettanto importante tenere sempre a mente quanta fatica e quanti morti sia costata in passato la loro realizzazione, per non sminuirne l’enorme portata.

Infine, vorrei spezzare una lancia in favore del nazionalismo: non penso che l’orgoglio per le proprie origini, per il paese e la cultura di provenienza siano necessariamente sgradevoli, anzi! Non bisognerebbe mai rinnegare le proprie radici, e coltivarle fino in fondo, perché solo una più sicura e seria confidenza in ciò che siamo, in ciò che ci caratterizza può darci la forza e la sicurezza di perorare da un lato certe scelte, difendere dall’altro i nostri stili di vita con mente critica e capace, attraverso la chiara consapevolezza della grandezza di un paese (il proprio), sapendone quindi tracciare anche i limiti. Ritengo però che coltivare tale forma sana di nazionalismo, per metterla così, sia purtroppo alla portata di menti molto elastiche ed intelligenti, caratteristica che – e perdonatemi il cinismo da salotto – non ha mai contraddistinto le grandi masse elettrici di nessun paese, mentre è molto più facile sfociare in più concrete manifestazioni di paura, sospetto, timore verso l’estraneo e chiusura, per l’eterno malinteso che il diverso cerchi necessariamente di sopprimerci, come un’erbaccia assassina. Oramai alla fine del primo decennio del XXI secolo, mi sento, forse un po’ precocemente, fors’anche  un poco ingenuamente, di poter ritenere il razzismo, almeno nelle sue accezioni più violente e manifeste, un problema superato o comunque superabile entro orizzonti temporali umanamente comprensibili. Il problema più impellente, sbocciato negli ultimi vent’anni e che credo assumerà contorni sempre più urgenti e drammatici negli anni a venire, sarà lo scontro culturale e di valori che caratterizza le società della globalizzazione.

Sarebbe pertanto intelligente iniziare a interrogarci seriamente su cosa crediamo di essere, quale mondo pensiamo di rappresentare e quale futuro vorremmo vedere concretizzato, dato il presupposto che i contatti, quindi i confronti, con l’altro (inteso nel senso più lato possibile) saranno sempre più frequenti e diretti. Perciò, la prossima volta che vedete in me un simbolo di questo nuovo modo di concepire i rapporti di civiltà, abbiate in mente che a voi tutti toccherà presto di diventare un poco più serbi, o cinesi, arabi e indiani.

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Ο Παρθενώνας [Parthenon], Costa Gavras (2003)

Fu tra il 1801 e il 1812 che, con l’avvallo dell’occupante ottomano, l’ambasciatore britannico in Grecia, Lord Thomas of Elgin, trafugò i marmi del Partenone (ma anche rocche di colonne, capitelli…) da Atene a Londra, vendendoli poi al governo britannico. Sin dall’indipendenza greca, nel 1833, il governo ellenico iniziò a richiederne la restituzione, ma oramai a 200 anni dai fatti i marmi riposano ancora all’interno del British Museum. Nel 1982, il Ministro per la Cultura greco, Melina Mercouri, sottopose ufficialmente la questione all’Unesco, ed un anno più tardi al governo inglese. È un dovere morale oltre che culturale e storico la restituzione di tali opere d’arte, che ridonerebbero al travagliato tempio ateniese la sua unità ed imponenza, oltre che la stessa stabilità architettonica dell’edificio.

Scriveva Henry Miller del suo viaggio in Grecia, ne Il colosso di Marussi:

La luce acquista una qualità trascendentale: non è solo la luce del Mediterraneo, è qualcosa di più, qualcosa di insondabile, qualcosa di sacro. Qui la luce penetra direttamente nell’anima, apre le porte e le finestre del cuore, sei nudo, esposto, isolato in una beatitudine metafisica che rende tutto chiaro senza che sia conosciuto.

È sotto questa luce che sono stati scolpiti tali marmi, ed è a questa stessa luce che è giunto il tempo di restituirli, perché possano nella loro dimensione naturale inneggiare nuovamente alla grandezza dell’Uomo.

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Articolo tratto dal numero 02/2009 di Limes (Esiste l’Italia? Dipende da noi), a cura di Giulia Barone, docente di Storia medioevale, facoltà di Lettere e filosofia, Università La Sapienza di Roma.

Limes

Gli italiani non sanno quasi nulla del loro passato.
La responsabilità degli storici e quella della scuola.
Ma la ragione di fondo sta nell’atomizzazione della famiglia, ambito un tempo deputato alla condivisione della memoria.

1. Nell’estate 2007 Stefano Pivato, professore di Storia contemporanea all’Università di Urbino, ha pubblicato un agile volume di circa 140 pagine, Vuoti di memoria, che avrebbe meritato di riscuotere una maggiore attenzione non solo da parte di tutti coloro che si interessano, più o meno direttamente, del problema di <storia e memoria>>, ma anche di chi quotidianamente si interroga sullo scarso senso di identità di cui soffre il nostro paese.
Mi sono già occupata, in altra sede, di fornire una dettagliata analisi del volume, mettendo in evidenza anche le mie perplessità su molte delle conclusioni dell’autore, ma mi pare opportuno riportare i dati, veramente impressionanti, sui <<vuoti di memoria>> dei nostri concittadini. Il libro di Pivato si articola infatti in due parti, nella prima delle quali, <<venditori di vento>>, l’autore descrive, in modo rapido ed efficace, lo stato disastroso delle attuali conoscenze storiche degli italiani (e non solo), utilizzando materiali molto diversificati, a riprova delle gravità e
vastità del fenomeno.
A dimostrazione della <<perdita di memoria storica>>, Pivato cita in primo luogo dati raccolti nel 1997 dalle cattedre di Storia contemporanea dell’Università Cattolica di Milano, Urbino, Siena e Cagliari. Appena l’11% degli studenti universitari, che costituivano il campione, sapeva dire cosa era successo l’8 settembre 1943; il 13% sapeva identificare il 10 giugno 1940, il 76% non sapeva dire cosa fosse il Cln, e circa il 97,5% non mostrava di possedere alcuna informazione sul 18 aprile 1948. Dal 1997 le cose sono, se possibile, ancora peggiorate.
Attingendo a una <<fonte>> del tutto diversa, l’autore segnala poi che le giovani concorrenti della Pupa e il secchione, in onda su Italia 1 nell’autunno del 2006, non erano in grado di riconoscere i ritratti di personaggi celebri come Gandhi, Hitler, Stalin e Mussolini, fino ad arrivare all’esilarante (e disperante) risposta di una giovane che, di fronte a un notissimo ritratto di Carlo Marx, lo identificava come <<Babbo Natale!>>. Secondo Stefano Pivato – e non si può che convenire con lui – si potrebbe affermare con una certa sicurezza che <<mai, lungo il corso del Novecento, le generazioni scolarizzate abbiano sofferto di così vasti debiti nei confronti della storia>>. Questa totale mancanza di dimensione storica non si limita certo alla storia contemporanea. Chi, come l’autrice di queste pagine, insegna da molti anni all’università la storia medievale, può testimoniare che, ormai, nella gran maggioranza dei casi, gli studenti, al loro arrivo all’università, hanno difficoltà a datare anche solo con approssimazioni di un quarto di secolo, avvenimenti di notevolissimo rilievo, e noti un tempo dalla scuola media, se non dalle elementari. Nel generale naufragio della storia colpisce comunque la quasi totale scomparsa del Risorgimento, massicciamente ignorato dalle nuove generazioni, che non conoscono neanche i dati più banali quali le guerre di indipendenza, ma praticamente cancellato anche in ambito accademico, ove pochissimi continuano a praticare la storia di un periodo, cui – fino a un decennio fa – erano riservate cattedre ad hoc.
Ma che l’ignoranza storica non sia appannaggio della condizione giovanile e coinvolga, purtroppo, anche quelli che dovrebbero porsi come <<guida illuminata>> del paese – e cioè i nostri deputati e senatori – è documentato da un’altra <<fonte>> relativamente inconsueta utilizzata da Stefano Pivato, una trasmissione delle Iene dell’aprile del 2006, in cui erano state registrate le inverosimili risposte di alcuni nostri parlamentari, non certo giovanissimi (l’età media è intorno ai cinquant’anni), ai quesiti in materia storica loro proposti. C’è chi ha posto la scoperta dell’America nel 1640, chi ha collocato la caduta del Muro di Berlino, cui molti di loro debbono indirettamente il seggio in Parlamento, agli anni Settanta. E se la rivoluzione francese veniva in gran parte dei casi relegata in un generico <<ottocento>>, pare che quasi tutti abbiano dichiarato di non ricordare la data della rivoluzione russa. Tutti gli interrogati, infine, sia di destra che di sinistra, non sapevano dire quale fosse il numero della legislatura che veniva inaugurata quel giorno! Non per nulla Gian Maria Faria ha citato alcune di queste sconcertanti <<amnesie>> tra i motivi della scarsa fiducia che gli italiani non possono che nutrire nei confronti dell’attuale classe politica.
Certamente, alla relativa marginalità della storia nella nostra società hanno non poco contribuito gli storici stessi, accusati spesso – e non a torto – di non essere capaci a divulgare. E giustamente Pivato osserva che l’autoreferenzialità della storia è molto aumentata negli ultimi decenni, con la moltiplicazione di ricerche sempre più specialistiche ed erudite, per di più in buona parte illeggibili anche dal punto di vista stilistico, come spesso lamenta un editore certamente impegnato nella diffusione della cultura storica come Giuseppe Laterza, mentre le grandi sintesi interpretative sembra stiano scomparendo. Di questa degenerazione della produzione storiografica portano certamente la colpa gli accademici, disposti a cooptare all’interno del sistema solo chi, nel corso di un sempre più lungo apprendistato, si è dimostrato capace di confezionare indigeribili testi sulla <<scrofola nella Valtellina>> o <<l’antifascismo nella Sila>>, ma anche di un’editoria che, in cambio di finanziamenti in grado di coprire i costi di produzione del libro, ha accettato di pubblicare testi che non hanno mercato e finiscono, entro pochi anni, al macero. La seconda parte del libro di Stefano Pivato è invece dedicata ai <<venditori di fumo>>, a quegli abili comunicatori – soprattutto politici – che approfittando dei <<vuoti di memoria>> degli italiani possono impunemente riscrivere, o meglio raccontare a modo loro, gli ultimi decenni della storia del nostro paese. Caso esemplare è quella <<defascistizzazione del fascismo>>, ad opera soprattutto di Alleanza nazionale, cui fanno spesso da contralto i silenzi, imbarazzati ed imbarazzanti, degli ex comunisti. E la recente proposta di equiparare, sotto tutti gli aspetti, i combattenti della Repubblica Sociale Italiana a chi, dopo l’8 settembre, ha preferito il Lager tedesco all’arruolamento nell’esercito di Salò o ha scelto la lotta partigiana pare essere purtroppo solo l’ultimo capitolo di una storia aperta dalle dichiarazioni di Luciano Violante sul rispetto da riservare ai morti di tutte le parti.

2. La mia più forte perplessità nei confronti dell’analisi di Pivato, nel saggio già citato, riguardava comunque il suo ritenere la <<smemoratezza>> storica dei giovani una caratteristica italiana, e spiegabile in prevalenza in termini di <<politica interna>>. In realtà, come riconosciuto dallo stesso autore, che apre il suo libro con una citazione di Eric Hobsbawm, l’ignoranza della storia sembra fenomeno comune a gran parte dei paesi dell’Europa occidentale. Scriveva infatti il grande storico inglese: <<la distruzione del passato, o meglio la distruzione dei meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti, è uno dei fenomeni più tipici e insieme più strani degli ultimi anni del Novecento. La maggior parte dei giovani alla fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico dei tempi in cui vivono>>.
La spiegazione di un fenomeno che a Hobsbawn appariva <<strano>> potrebbe forse andare ricercata nell’attuale situazione della famiglia nei paesi occidentali. Quello cui abbiamo assistito, dalla fine della seconda guerra mondiale è stata la graduale scomparsa della famiglia come fondamentale luogo di prima educazione dei figli. Se i bambini non trascorrono più gli anni dell’infanzia coi nonni, come accadeva nella Francia contadina degli anni Venti analizzata da Marc Bloch, non per questo hanno un rapporto più stretto con i genitori. Condannati al nido prima, alla scuola dell’infanzia, poi, nei primi anni della loro vita i piccoli italiani – come quasi tutti i bambini dei paesi avanzati – non hanno il modo di <<appropriarsi>> della memoria dei genitori. E’ attraverso le emozioni comunicate dalle persone cui è più intimamente legato che l’uomo può uscire dal presente, dallo spazio limitato del proprio vissuto. Senza questo tipo di rapporto, nessuna scuola, università, trasmissione televisiva potrà mai dargli una dimensione storica. Le nuove generazioni europee (ed occidentali), sempre più costrette a vivere tra coetanei, sono psicologicamente condannate a non crescere mai.
In un certo senso, la loro assoluta mancanza di dimensione storica, che arriva al punto di non avere un rapporto neppure col proprio passato, è l’altra faccia degli atteggiamenti da bulli, degli atti di violenza spesso gratuita cui si abbandonano sempre più frequentemente. Nell’uno come nell’altro caso è venuto meno il rapporto stretto e quotidiano con adulti autorevoli quali sono nella prima infanzia i genitori, i soli capaci di educarli, trasmettendo loro non solo una memoria storica, ma anche comportamenti sociali. E non per nulla anche questo <<strano>> fenomeno ha una dimensione europeo-occidentale.
Se la crisi del ruolo della famiglia nella società contemporanea fornisce l’humus su cui può fiorire l’ignoranza storica, vi sono effettivamente anche fattori politici che hanno svolto un ruolo non indifferente.
La creazione dell’Unione Europea, ad esempio, nata dalla comune consapevolezza dei disastri provocati dagli eccessi del nazionalismo otto-novecentesco, ha avuto come non trascurabile effetto una più o meno inconscia cancellazione del passato nazionale. La storia che ha preceduto la catastrofe delle due guerre mondiali non si presta, in alcun modo, a diventare <<patrimonio comune>> dei popoli europei. Non per nulla l’unico tentativo finora realizzato di scrivere un testo scolastico che esca dall’impianto tradizionale di storia nazionale, quelli di un recente manuale franco-tedesco, si limita a una ricostruzione della comune storia a partire dal 1945.
Ma le giovani generazioni vengono così a perdere, necessariamente – nella <<vecchia Europa>> – il senso dell’urgenza della costruzione europea, che si riduce perciò, nel sentire collettivo, a un mercato comune, in cui è piacevole non dover più cambiare la propria moneta quando si entra in un altro paese dell’Eurozona. Il puro vantaggio economico rischia però di essere un collante troppo debole in un momento di crisi come l’attuale. La <<tempesta perfetta>> fa scricchiolare una costruzione europea che ha perso ormai il rapporto con le proprie radici storiche.

3. Un analogo fenomeno di cancellazione condivisa del proprio passato è quello realizzato dalla società italiana nei confronti della lunga fase di disordini sociali post-Sessantotto e del terrorismo. Gli anni dal 1969 al 1983 sono stati assai poco studiati e ripensati da storici e politici italiani; nel contempo sono stati largamente rimossi, in quanto dolorosi, dalla memoria collettiva.
Bastino qui un paio di accenni, tratti dall’attualità. La mancata estradizione dal Brasile di Cesare Battisti, a lungo latitante in Francia, ha giustamente scosso l’opinione pubblica nazionale e ha riportato alla ribalta il cosiddetto <<lodo Mitterrand>>, che ha consentito per più di vent’anni a molti italiani, condannati per terrorismo, di vivere tranquillamente in Francia. Giustamente Marc Lazar segnalava l’ignoranza e l’incomprensione che caratterizza molti dei suoi connazionali per quanto riguarda la conoscenza delle leggi e della storia italiane. Ma lo stesso rimprovero si potrebbe rivolgere a storici e politi italiani. Se Mitterrand arrivò ad assumere un atteggiamento che ora gli viene contestato, sicuramente hanno giocato fattori di politica interna francese, ma non possiamo nemmeno ignorare la legislazione emergenziale – nota come leggi Reale, dal nome dell’allora guardasigilli – che, sottoposta a referendum, fu giudicata degna di abrogazione, a causa della cancellazione di essenziali garanzie giuridiche che conteneva, da più del 20% dei votanti.
Ancor più desolante è la situazione per quanto riguarda il sequestro e la morte di Aldo Moro (1978). Praticamente ignorato dalla ricerca storica, a parte alcune eccezioni, nel ventennio successivo, il caso Moro ha prodotto una prima ondata di pubblicazioni in occasione della celebrazione del ventennale di via Fani (1998) e soprattutto del trentennale, caduto l’anno scorso. Ma non si può certo dire che esista oggi una ricostruzione univoca, e perciò unificante, di quanto avvenne allora. Mentre uno storico come Vittorio Vidotto, in occasione di una <<lezione di storia>>, organizzata dall’editore Laterza, ha affermato che tutto è stato chiarito e non ci sono misteri nel caso Moro, un magistrato come Rosario Priore, che delle indagini sul terrorismo si è occupato per anni, chiede a storici e politici di dare il loro contributo per chiarire una vicenda che, ai suoi occhi, presenta ancora molti punti oscuri.
Non può non colpire il fatto che, mentre i magistrati esprimono i loro dubbi, fondati, oltre che sull’esperienza personale dei fatti, sull’analisi di fonti da tempo accessibili a tutti, gli storici – come i politici – nelle tante celebrazioni del trentennale, sembrano procedere a una mitizzazione di Moro, accentuando l’esaltazione delle qualità dell’uomo e del politico, spesso con scarso riguardo al dibattito dell’epoca, mentre trascurano quasi totalmente il fatto che sul caso Moro, come sulla stagione terroristica nel suo complesso, manca fino ad oggi un’analisi complessiva, che tenga conto di tutti gli aspetti della storia di quel quindicennio. Ma senza un’adeguata comprensione degli anni Settanta, gli anni Ottanta divengono un’incomprensibile manifestazione di irresponsabilità collettiva da parte della nostra classe politica. E quale paese può fare a meno di 25 anni della sua storia?

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Ho visto un paese fossilizzato. Ho visto un Presidente del Consiglio come un padre amorevole, caricarsi in spalla il cadavere di una figlia non sua e trascinarlo per vessillo della sua pietà, della sua umanità, della sua giustizia, carità, fede. Ho visto una subdola dittatura insinuarsi negli angoli più invisibili di una società intorpidita. Non una dittatura di ideali, non una dittatura di visioni e missioni, e nemmeno una dittatura di odio e di fatti. Per questo più pericolosa, per questo inarrestabile. La dittatura di chi tutto possiede e da nulla è opposto. La dittatura di chi governa ogni mezzo di comunicazione, visivo o stampato. Ho visto un paese assuefarsi lentamente, piano piano, per quindici anni, a una certa icona del potere. Ho visto il timore e la rabbia del tanto vituperato giustizialismo post-tangentopoliano trasformarsi in ammirazione per i truffatori: mi hai ingannato, mi hai raggirato, hai piegato i poteri ai tuoi fini personali e per questo sei stato più bravo di me, più capace di me; per questo io ora ti voto. Per premiare la tua astuzia, per mascherare la mia ignoranza sotto un falso, tardivo e cinico ideale d’arrivismo. Ho visto una Chiesa cieca e medievale difendere il proprio potere secolare con ogni mezzo. Ho visto la laicità di un paese umiliata e ferita a sangue, rosso come porpora cardinalizia. Ho visto i più grandi miscredenti mascherare le proprie mire sotto scudi crociati, piegare quella stessa Chiesa ai propri fini di conquista. Ho visti mezzuomini guidare le sorti di questa storia di fine impero, grigi burocrati e rozzi contadini cavalcare le paure della massa ignorante per nutrire il proprio potere. Ho visto una generazione lobotomizzata crescere dei propri fantasmi, della paura del diverso, dello straniero, del nuovo. Ronde padane e sans papiers ai quali vengono negati diritti di cura. Io pago. Tu crepa. Ho visto un’opposizione sfumare lentamente, senza colpo ferire, senza morire, amalgamarsi a quella grande onda nera senza nome. Lì ho capito che la debolezza di ogni movimento storico è sempre stata la bandiera: la bandiera identifica, ma pone anche dei limiti. Oggi siamo tutti vincitori. Oggi vince il re: relativismo, revisionismo, revanscismo… Ho visto i soldati per le strade delle nostre città, gente addestrata per i campi di battaglia e non per operazioni di polizia, scorrazzare sui Defender90 dell’esercito, ed è stato paradossalmente lì che ho iniziato a sentirmi meno sicuro. Scene da Sud America. Per fortuna non ne abbiamo uno per donna, uscire in strada sarebbe stato entrare in guerra. Dobbiamo difenderci, ma da noi stessi, dal vuoto mostro dell’insensatezza, della noia, del tutto e subito. Ho visto giovani picchiare e bruciare un senzatetto, per una serata diversa, in un incubo di fantarealtà kubrickiana. Ho vissuto la difficoltà di focalizzare l’attenzione sui fatti, la capacità di deviare l’attenzione da ciò che accade per offrire a tutti noi comode poltrone in salotti radical-chic per parlare di vita ed eutanasia, tra l’agriturismo di Al Bano in Puglia e il matrimonio di Scamarcio. Dal greco ευθανασία, dolce morte. Come quella che sta vivendo l’Italia, e con essa tutti noi. La morte di uno stato di diritto, la morte della democrazia. La fine della suddivisione dei poteri. L’ingerenza dittatoriale di un governo sulle decisioni di giudici e tribunali, il trasferimento forzato di PM da una procura all’altra, la corruzione propagarsi come un tumore di cellule, ultimo sforzo per tenere in piedi un corpo, quello d’Italia, incapace di sopravvivere alla malattia. Ho visto attentare alla Costituzione, e ho annusato la fine stanca di un’era. Dovuta, forse. Ma forse tanto vigliacco da non volerla vivere io questa fine. Ho rispolverato la mia visione ciclica della Storia, un Occidente che muore come duemila anni fa, il buio alle porte e nessun appiglio. Ho visto la gloria di secoli spegnersi così, in un orgasmo di culi e di tette. Di spettacoli da baraccone, reality-show, talk-show, grandi fratelli e piccole puttane, cosce al chilo e cocaina all’etto, luci di natale, consumismo sfrenato, crisi economica, ville abusive in Costa Smeralda, terrorismo di stato, guerre coloniali, barconi di disperati, mercedes di nuovi ricchi, biblioteche deserte, inquinamento globale. Ho visto le menti migliori scappare, ammutolire, morire. Leggi fascistissime alle porte. Non ci sarà baccano, non ci sarà rumore, non ci sarà differenza. Non ce ne accorgeremo neanche. Quei tempi sono lontani. Forse no, le leggi non ci saranno. Di certo, in ogni caso, non ci sarà nessuna secessione dell’Avventino. Su quello possiamo stare certi. Siamo barche spinte da un mare straniero, che per noi sceglie. Ho visto le nostre facce, riflesse in quello specchio d’acqua. Erano facce tranquille, serene, spensierate, giovani e vecchie. Sagge e riposate. Le facce di condannati a morte.

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Esattamente dieci anni fa, la notte dell’11 gennaio 1999, all’Istituto dei Tumori di Milano moriva Fabrizio De André. Era affetto da qualcosa di più di una ernia al disco, come aveva alla sua solita maniera annunciato Fabrizio stesso, dovendo cancellare le ultime date di alcuni concerti già in programma.

Ironia della sorte, proprio allora mi avvicinai alle sue prime canzoni: all’epoca ero un bambino di dieci anni, seduto tra i banchi della quinta elementare di Pandino. Di quegli anni una delle persone che ricordo con maggior piacere era Rino Migliorati, maestro di italiano. Sarebbe un azzardo definirlo il migliore insegnante che abbia avuto in tredici anni di scuola, perché è impossibile confrontare oggettivamente gradi d’istruzione e età di studio così differenti, ma posso con certezza e convinzione dire che fu senz’altro più di un valente maestro: fu un insegnante di vita, una persona intelligente e simpatica, in grado come nessun adulto di instaurare un rapporto di parità con bambini così piccoli, stimolando la loro curiosità, la creatività, il rispetto per sé stessi e per gli altri. Comprendo che è difficile non risultare ridicoli nel dipingere l’infanzia a tinte tanto idilliache, ma chi con me ha vissuto quegli anni sa di cosa parlo.

Era qualche giorno dopo l’11 gennaio, ci aveva portato un registratore e distribuito delle fotocopie. Sembravano tante brevi poesie strette sullo stesso foglio, le leggevo a casaccio, senza rendermi conto di mescolare strofe in disordine, rapito dalla musicalità di parole dal significato dubbio. Il mio compagno di banco ridacchiava al pensiero di un vento che ti sputa in faccia la neve… Era La guerra di Piero. Due giorni più tardi mi presentai a scuola con una musicassetta vergine e la richiesta di registrarmi tutto l’album. Ebbi così indietro una ventina di canzoni senza titolo, che iniziai ad ascoltare ripetutamente. La cassetta già da anni è andata persa, e non sono nemmeno sicuro se fosse un album ufficiale o una raccolta artigianale di brani diversi, ma ricordo alcuni dei primi pezzi che mi affascinarono, vista l’età più per la loro marcata musicalità che per il contenuto: La canzone di Marinella, Bocca di Rosa, Andrea, Via del Campo, Maria nella bottega del falegname, Girotondo… Non ho più smesso di ascoltarle. Sono passati gli anni, sono cresciuto, sono cambiato nel corpo e nella mente, eppure in ogni stagione ho trovato una sua canzone, un verso, l’arrangiamento giusto non per darmi delle risposte, ma molto meglio: per porre le domande più appropriate.

Chi pensa che la poesia sia nutrimento dell’anima, della poesia e dell’anima ha capito ben poco. La poesia se entra nel corpo non sazia lo spirito, ma mette fame: fame di giustizia, fame di bellezza, fame d’amore. La poesia non offre nessuna risposta, perché i poeti, per quanto capaci, sono semplici burattinai di parole (Guccini). Una poesia è poesia se la sentite addosso, se letta vi sembra entri sotto la pelle, e forse vorreste strapparla fuori, ma lei resta, vi gratta, scivola nel sangue, lo avvelena. E allora urlatela, urlatela fuori! Provateci! Non c’è voce forte abbastanza per farlo, perché già in partenza siete succubi di quella mancanza, di quel vuoto, di quello squilibrio interiore che la poesia ha risvegliato. Se invece sapete comprendere, assaporare la dolcezza di questa malinconia sfumata, gioire della stupidità e dell’incoerenza di una vita a metà, sarà la più saggia compagna che possiate desiderare e trovare.

Per questa ragione considero De André il più grande poeta italiano del ‘900. I suoi testi non hanno tempo, le immagini che raccoglie, i dolori che racconta, i dubbi che pone sono eterni perché eterna e uguale è la natura umana. Faber era affascinato dai deboli, dai perdenti, dagli sconosciuti, dalle prostitute, dagli storpi, dai transessuali, dagli zingari, dagli assassini, dagli emarginati di ogni risma. Non perché fosse un provocatore, e nemmeno perché gli interessasse scandalizzare la società borghese e far parlare di sé. Era sinceramente attratto da questa colorita umanità perché sapeva che solo tra gli sconfitti, tra i perdenti e i dimenticati si nasconde la più vera natura dell’uomo. Chi sarà più onesto, più saggio e più sincero di chi tutto ha perso, o di chi mai ha avuto nulla, di chi è stato calpestato, di chi ha sofferto e vissuto il proprio dolore come imbarazzo, sotto gli sguardi giudici della società civile? Per questo motivo De André non ha mai espresso un solo giudizio sui personaggi delle sue storie, non ha mai descritto una prostituta come puttana, o un assassino come animale. Per fare un solo esempio, prendete una canzone che senz’altro tutti conoscete: Bocca di Rosa. Sin dall’apertura della canzone si capisce a che genere di donna alluda il narratore, eppure le parole che usa sono: Appena scesa alla stazione / del paesino di Sant’Ilario / tutti si accorsero con uno sguardo / che non si trattava di un missionario. / C’è chi l’amore lo fa per noia, / chi se lo sceglie per professione, / Bocca di Rosa né l’uno né l’altro, / lei lo faceva per passione.

Non traspare nessun giudizio morale su questa ragazza, nessuna condanna ma neppure un’apologia palese: quella vaga ironia non è rivolta contro qualcuno in particolare, ma contro tutto il nostro mondo costruito ad arte su farisaici valori e giudizi d’etichetta. L’animo umano invece, come Fabrizio aveva perfettamente colto, è molto più complesso e frammentato di quanto la divisione sociale tra buoni e cattivi, giusti e sbagliati, chi sta fuori e chi dentro il gregge faccia intendere. Non sono gli stracci a fare il povero, la coscia nuda una puttana, il colletto bianco del prete un santo, la divisa da Carabiniere un uomo giusto. Tutto questo in una canzone del 1967, attuale in ogni singola parola più di quarant’anni dopo…

Non voglio proseguire ulteriormente, perché già mi sono dilungato a sufficienza e dubito che qualcuno abbia avuto il coraggio e la pazienza di seguirmi fin qui, in questa noiosa disserzione. Su Fabrizio De André e la sua opera sono stati scritti libri e libri, e per tracciare un profilo completo del suo lavoro, della sua vita (altrettanto interessante), del suo pensiero, dello stile e di ogni singola canzone serve molto più dello spazio di un misero blog. In queste settimane e soprattutto oggi, radio, giornali, internet, TV, associazioni, teatri e quant’altro propongono un vasto programma per celebrare al meglio l’artista. Inoltre negli ultimi tempi si assiste a un sempre più chiaro interesse del pubblico, con conseguente lucro da parte di case discografiche ed editrici, su “nuove” ed in fretta improvvisate raccolte. Scremata tale tendenza da inutili quanto inevitabili operazioni di semplice marketing, considero molto positivo il rinato interesse nei confronti di De André: come già detto, per la stessa natura dei suoi testi si può considerare un autore atemporale, e sarebbe una incolmabile perdita culturale e umana lasciar scivolare nell’oblio un immenso lascito artistico. La sua voce, la musica, i testi sono l’eredità che ha lasciato a noi tutti, e fintanto che saremo capaci di amarla e mantenerla in vita, questa data dell’11 gennaio non significherà poi molto.

Fabrizio De André

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