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Posts Tagged ‘Berlusconi’

Questo il feroce, terribile, intimidatorio urlo del segretario da encefalogramma piatto del Partito democratico (scrivo con la maiuscola non per rispetto, ma per gli stranieri, così capiscono che sì – si parla di un partito specifico, non di “un” partito democratico in generale, e che sì – in Italia un partito democratico nello specifico si chiama Partito democratico, come chiamare, che so, il proprio cane Cane). Dichiarazione che tra l’altro preclude anche l’ultima possibilità per Bersani & Co. d’essere richiesti in tv, a Chi l’ha visto?.

È davvero possibile per questa nomenklatura settuagenaria (non è vero, ci sono anche i ganzetti sui sessanta) che il vecchio spirito piciino da supremazia partitocratica prevalga su tutto, non dico sull’amor patrio (hahahahah!!) – che ormai al punto al quale siamo può tranquillamente sfociare in preoccupazione per le condizioni di sopravvivenza stessa della patria –  ma un moto, un singulto di dignità personale, che non permetta a politici di mestiere di spacciare per ginnastica riabilitativa un coma irreversibile, sfogando sui proprio occhiali il consapevole imbarazzo per le stronzate immani dichiarate, che perlomeno quelli hanno la decenza di tacere.

Rivedevo questo intervento del buon Nanni Moretti in piazza Navona, e mi chiedevo che differenza ci fosse rispetto alla nostra situazione odierna. Poi per fortuna mi è venuto in soccorso il calendario: il filmato è del 2002, oggi è il 2010. Forse ha ragione Berlusconi, visti i tempi biblici di questa sinistra scaldabanco, fa pure in tempo a sconfiggere il cancro.

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Silvio Berlusconi è un corruttore di giudici e ufficiali della Guardia di Finanza.
Silvio Berlusconi è un evasore fiscale.
Silvio Berlusconi ha avuto stretti rapporti con la mafia.
Silvio Berlusconi detiene la maggior parte dei canali d’informazione in Italia e ha una forte, spesso predominante influenza sui restanti.
Silvio Berlusconi ha ridotto le istituzioni a bieca merce di scambio, offrendo le più alte cariche, come ad esempio quella di Ministro per le pari opportunità, a donne avvenenti senza alcuna preparazione politica in cambio di prestazioni sessuali. Sesso orale, per la precisione.
Silvio Berlusconi è un pedofilo. O almeno, la performance canora di Noemi Letizia di questi giorni dimostra che certamente i loro incontri non potevano essere incentrati, come all’epoca dichiarato, sul pianoforte e sul karaoke (a meno che il Premier non sia anche masochista: Silvio Berlusconi è un masochista?).
Silvio Berlusconi

<<Credo che a tutti sia chiaro che se di un presidente del consiglio si dice che è un corruttore di minorenni, un corruttore di testimoni, uno che uccide la libertà di stampa, che è un mafioso, addirittura uno stragista, un tiranno, è chiaro che in una mente labile, e purtroppo ce ne sono in giro parecchie, diventare tirannicidi vuol dire essere eroi nazionali e fare il bene della propria patria e dei propri concittadini e quindi acquisire un merito e una gloria importante>> Silvio Berlusconi, 20 dicembre 2009.

Secondo questa dichiarazione, contornata da esternazioni non meno memorabili come quella dell’On. Cicchitto alla Camera, mi posso ritenere di diritto complice dei “mandanti morali” di (futuri) attacchi violenti contro il Presidente del Consiglio, o fors’anche la maggioranza in solido. Certo, non ho pretesa di ergermi ad opinion maker, né l’idea che ciò che io dica o scriva possa avere lo stesso ascendente di giornalisti di stampa nazionale o televisivi (che, per altro, raramente mi pare abbiano esternato giudizi categoricamente espliciti): già mesi fa palesai i motivi per cui ritengo senza mezzi termini quello di Berlusconi un regime liberticida. Ciò nondimeno, un clima d’odio (cit.) non nasce da quattro bocche aperte dall’alto, ma si forma come concerto di voci, tiepida aria che insistentemente, senza prepotenza, si insinua in ogni minima fessura della società civile, e quando t’accorgi che la temperatura è cambiata, beh, è già cambiata. Quindi, nel mio piccolo, io contribuisco a fomentare questa campagna d’odio. Cosciente di ciò, concludo: diverse delle cose che ho detto si basano su fatti accertati in sede giudiziale. Altre non sono state provate oltre ogni ragionevole dubbio, ma sono, a mio avviso, sufficientemente concrete da poter essere avallate o perlomeno, considerata la gravità delle accuse e la posizione pubblica dell’accusato, necessariamente dibattute sino al loro completo chiarimento.

È forse questo terrorismo mediatico? Attentato alle istituzioni? Impedimento al buon governo del paese? È bieco giustizialismo? Incitamento all’odio? In una libera democrazia parrebbero dubbi leziosi, in Italia dividono anche l’opposizione.

Qual è esattamente il confine tra la libera critica, anche piccata critica, e la fomentazione all’odio, alla rabbia? Tra la libertà di espressione e di dissenso (o espressione del dissenso), e il rispetto delle istituzioni? Proprio in nome di questa libertà, sono pronto a sottoscrivere ognuna delle mie precedenti dichiarazioni, ma, in cuor mio, là dove non esiste altro che la mia parola e dove solamente io posso sapere se mento o se sono sincero, in tutta onestà dico di non odiare Silvio Berlusconi. Né come uomo, né come politico. Lo ritengo una malattia per la democrazia, un elemento da estirpare politicamente in quanto nuoce gravemente al bene del paese, eppure non ho mai pensato, detto o anche solo sperato in segreto di vederlo sanguinante, ferito o decisamente morto. Ma proprio per questa ragione, per non avere mai espresso una così forte passione nei suoi riguardi, non mi sento oggi di dover esplicare la mia solidarietà nei confronti di Berlusconi. Non comprendo perché il suo volto sanguinante dovrebbe placare il mio dissenso nei confronti del suo operato politico, la piena opposizione al suo governo, la denuncia del suo aperto tentativo di scardinare le basi costituzionali del paese per l’unico dichiarato intento di salvarsi da procedimenti penali che interferiscono col suo mandato governativo (e non solo). Non sento la necessità di dover esplicitare testualmente la condanna di quell’atto violento, perché non accetto l’idea che tale scelta venga automaticamente associata a una palese approvazione di quanto accaduto! La vera strumentalizzazione è quella che vede politici di ogni sponda e colore (tranne Di Pietro, che per questo è passato per belva sanguinaria) doversi rincorrere a chi dimostra maggiore pietà e vicinanza umana, tendere la mano al capezzale del moribondo in una teoria senza fine, che va dagli amici, ai colleghi, ai dipendenti giù giù fino al popolo, che si sa, è sempre quello dall’animo più sincero e genuino. Così oggi, noi ancora pieni della vista del suo sangue e Lui ancora convalescente, vediamo questa mano tendersi magnanima, carica di solo Amore. È però – ed è qui che s’innesta la sottile trappola – non un amore incondizionato, il perdono del gesto inconsulto e magari l’assunzione delle proprie responsabilità. È invece la carezza che si offre al cane appena bastonato, il sorriso ad un bambino da poco castigato, un gesto che ammiccante offre futura protezione, ma solo a date condizioni: che non si morda più il padrone, non si risponda più male a papà, o, fuor di allegoria, si smetta di criticare e ostacolare il Presidente del Consiglio, affinché possa finalmente raggiungere quegli obiettivi che da mesi insegue, e che hanno finora trovato per strada un inusitato numero d’ostacoli.

Sono queste le ragioni per cui la nuova politica dell’amore non è altro che l’ennesima forma di ricatto, più subdola che mai proprio perché mascherata con una parola di potente impatto, che a tutto si riferisce tranne che alle reali intenzioni del suo promulgatore. Chi osasse ergersi contro un così forte messaggio di pace sa già che ciò risulterebbe doppiamente dannoso: a livello personale, in quanto segno di umana ottusità verso i dolori altrui, e politicamente, perché prova di quanto la sinistra sia spietata e rancorosa nel fomentare il suo cieco odio nei confronti di Berlusconi. Ricorda per certi aspetti il meccanismo dipinto da Orwell, dove proprio al Ministero dell’Amore spettava, in 1984, l’ingrato compito di reprimere ogni forma di dissenso. A noi non serve tutto un dicastero, basta un partito.

Giornale Il Caffé, 29/12/2009.

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ROMA, 06 dicembre 2029 – Si è svolta ieri la ventesima manifestazione annuale No B. Day, presenti ospiti illustri di maggioranza e opposizione. Da una nota di Palazzo Chigi si legge che il Presidente avrebbe desiderato partecipare personalmente, ma accuse di conflitto d’interessi hanno portato alla scelta di seguire l’evento da casa. Il Premier ha nondimeno sottolineato la pretestuosità di critiche <<degne di un clima da terrore giustizialista di inizio secolo>>, facendo recapitare un video-messaggio andato in onda sui maxischermi di una gremita Piazza di Trevi (secondo alcune fonti, trattasi soprattutto di turisti). In esso esprime la sua vicinanza ai manifestanti e ribadisce che nonostante gli ultimi sondaggi diano il 97% degli italiani dalla sua (cifra che sale al 106% se si conteggiano anche le preferenze degli elettori di tarda età, defunti in data successiva alle ultime elezioni politiche), è pronto a lasciare l’incarico non appena la situazione di emergenza politica ed economica del paese non dovesse più richiedere la sua presenza diretta.

Ha inoltre colto l’occasione per tornare su temi di scottante attualità, promettendo presto un taglio sensibile dell’IRPEF e annunciando già per i primi giorni dell’anno venturo l’apertura dei cantieri per il ponte sullo stretto di Messina, ribadendo così l’approccio pragmatico che accomuna tanto chi scende in piazza a manifestare fisicamente, che la politica del fare dell’attuale maggioranza.

La giornata si è conclusa all’Osteria […] dietro Montecitorio, per l’occasione primo,  secondo e contorno a 65€, vino della casa e caffè inclusi.

Frange extraparlamentari e deputati IDV hanno optato anche per l’ammazzacaffè, dimostrando come il confronto e la dialettica politica siano ancora vive e piccate nel nostro paese.

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Giornale Il Caffé, 20/11/2009

Chiunque si sia mai minimamente occupato di economia conosce la teoria dei giochi, e più precisamente un concetto di risoluzione definito equilibrio di Nash, dal famoso matematico John Nash, quello di Russell Crowe in A beautiful mind, per intenderci. Secondo questo modello, i vari giocatori sono perfettamente informati sulle diverse strategie che gli altri partecipanti possono adottare, ed il profilo risultante è tale che nessuno dei giocatori può trarre ulteriore vantaggio nel cambiare la strategia messa in atto, a patto che gli altri concorrenti non modifichino le loro.

Riflettevo così l’altro giorno, in maniera piuttosto disimpegnata, riguardo al sistema politico italiano, e pensavo a come fossero passati già quindici anni – per la precisione era il 10 maggio 1994 – dal primo insediamento a Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi. Per rendere forse meglio il concetto, vorrei ricordare che in quella data alla presidenza degli Stati Uniti sedeva Bill Clinton, in Francia François Mitterrand, in Germania Helmut Kohl, ancora in carica al primo governo sulla scia della riunificazione tedesca, in Russia Boris Eltsin… Insomma, nomi che nell’immaginario comune, per i tempi della politica, appartengono al passato remoto. In un articolo di pochi giorni fa, Gianmario Pisanu ricordava come solo nella Seconda repubblica si siano già succeduti dieci governi, mentre l’attuale scricchiola tanto da tenerne i ministri svegli la notte. Al contempo è però importante ricordare che a parte pochi noti, il riciclo di nomi, sia delle più alte cariche che non, è stato tale da causare ben poche sorprese e rinnovamenti, non dico da un governo all’altro (di sinistra o destra che fosse), ma anche da una Repubblica all’altra. Così, a parte la paralisi politica dettata dalla sua endemica fragilità, si nota ben poca discontinuità, segno sempre di radicati cambiamenti in atto, col passare di governi e legislature. Pare proprio che l’Italia, o meglio le forze sociali, politiche ed economiche al suo interno, abbiano trovato un punto d’equilibrio – più o meno riuscito – dal quale non hanno ragione di spostarsi. Più il tempo passa, più gli storici problemi della penisola appaiono quanto mai cronici, dalla corruzione, alla giustizia, alla collusione tra Stato e mafie, al parassitismo, nepotismo, all’autoreferenzialità della classe politica. Il punto morto nel quale si è incagliata l’Italia è come un tumore che vegeta, e pian piano colpisce anche le cellule sane che lo circondano. Il risultato è l’apatia, la sfiducia ed il totale scoraggiamento dei cittadini, che ben consci dell’aria che tira e col fiuto affinato da secoli di servaggio, non fanno nulla perché questa situazione migliori, ma tentano a loro volta, nel loro piccolo, di trarre qualche vantaggio dall’inefficienza generale, per non pagare tasse, imposte, od anche solo un biglietto dell’autobus. Poiché la classe dirigente è la prima a (non) farlo, non si comprende perché il singolo cittadino, che in una vita non guadagnerà forse quanto taluni evadono in un anno, debba prodigarsi tanto nel rispettare come un pollo qualsiasi balzello gli venga imposto, aumentando soltanto l’entropia ed il senso di inaffidabilità dell’insieme.

È certamente vero che dovrebbe essere l’uomo politico, per primo ed autonomamente, a dare l’esempio e puntare sulla trasparenza educativa, ma appurato oramai da anni che ciò non avviene, questa colpa perde valore di scusante per il singolo. Se ognuno di noi, nel suo piccolo e senza alcun tornaconto immediato, si prodigasse nel fare, se non bene, meglio, potrebbe cambiare qualcosa? Potrebbero, forse, gli altri giocatori capire che le scelte stanno cambiando, e che la propria strategia non è più quella vincente, ma un’altra, forse più vantaggiosa per la comunità tutta? Potrebbe addirittura rivelarsi il tramonto di una classe politica, palesemente inadatta a rispondere alle esigenze di una società più pretenziosa della nostra? Oggi più che mai si punta su parole quali libertà e democrazia, più a colmare il baratro della sfiducia nello strumento politico che per una reale coscienza di concetto. Il risultato è solo uno schietto individualismo, con la più grave conseguenza di nascondere qualsivoglia progetto futuro, una visione a lungo termine, una meta verso la quale tendere il sistema paese. Ma senza una rotta precisa, sino a quando la nave potrà restare in mare aperto? E, quando si troverà ad attraccare, siamo sicuri che sarà in prossimità di un porto nel quale riparare?

Così sfiduciato, mi trovo poi a leggere giornali serbi, la ben più grave stagnazione del mio paese natale, mi dico come in fondo l’Italia non stia messa tanto male, e, con una botta d’ottimismo, che anche le pretese che ognuno pone verso lo stato in cui vive siano proporzionali allo sviluppo conseguito; come ciò che a noi, qui, può apparire grave, sia in realtà meno peggio di quanto sembri. Eppure non credo che il benchmark italiano debba essere la Serbia, quanto piuttosto Germania, Francia o Regno Unito. Ecco, forse me le annoto, per la prossima volta che mi toccherà di emigrare.

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La prossima volta che il Tg1 parla di un rumeno che ha violentato una ragazza italiana, ricordatevi per favore che è vostro diritto pretendere, per par condicio, la notizia di qualche violentatore italiano che ha stuprato una ragazza rumena.

Se a Palermo un pitbull azzanna a morte un bambino, sarebbe il caso che la Rai citasse anche qualche signore di Trento che cucina cani alla griglia.

Per ogni morto stradale del sabato sera intervisteranno quattro baldi giovani sopravvissuti, per farsi raccontare come sono tornati a casa in macchina senza problemi.

E non fermatevi ai telegiornali, no, perché in nome del più democratico pluralismo, la Rai non permetterebbe certo a una pubblicità di assorbenti e copiose perdite sanguigne di passare impunita, se a seguire non ci fosse quella per un integratore da menopausa. O almeno questa è la concezione di servizio pubblico televisivo che pare andare per la maggiore nei corridoi dell’ufficio legale Rai, virtuoso nido di ginnasti del sesso passivo. Di cosa sto parlando? Di Videocracy naturalmente, l’ultimo documentario di Erik Gandini, regista italo-svedese di discreto successo. Da settimana prossima nei cinema (4 settembre) e alla Biennale di Venezia, il film è incentrato sulla figura di Silvio Berlusconi, delle sue televisioni e del ruolo fondamentale che hanno avuto per l’ascesa politica del medesimo e nel sostegno da parte delle masse (sostantivo che non evoca mai associazioni lusinghiere). La Rai avrebbe infatti risposto picche alla domanda della casa di distribuzione Fandango nel promuovere la pellicola (Mediaset, senza bisogno di dirlo, si è accodata), in quanto essendo evidente la critica verso una certa parte politica, si dovrebbe proporre anche un messaggio diametralmente opposto. Parliamo di una pubblicità, nemmeno di un film (che probabilmente sarebbe controbilanciato da una qualsiasi delle innumerevoli puntate di Porta a Porta).

Qualche buonanima dovrebbe spendere dieci minuti per spiegare alle menti illuminate della Rai il vero significato del termine pluralismo, che comporta rispetto e tolleranza reciproca tra posizioni di pensiero contrapposte, senza conflitti e prevaricazioni da nessuna delle parti. Non l’insensata idea che gli opposti debbano sempre e comunque camminare a braccetto ed in contemporanea, come pazienti affetti da grave schizofrenia.

Ecco comunque il teaser in questione:

Non mi va di prendere per oro colato i dati offerti così seriamente in questi pochi secondi, sebbene siano cifre già sentite da altre parti non ne conosco (probabilmente per disinformazione personale, mi scuserete) la fonte e quindi preferisco non mettere la mano sul fuoco. Reputo però estremamente interessante che un messaggio del genere (l’Italia al 73° posto al mondo per libertà di stampa, e l’80% degli italiani forma la propria opinione principalmente – o solo – attraverso la televisione), venga censurato proprio da quella stessa televisione messa sotto inchiesta. Eppure, nel paese dell’assurdo, tutto è permesso, perché nulla più stupisce: il giorno in cui gli italiani torneranno a stupirsi, sarà la fine della seconda repubblica.

——

P.S. Ieri sera il derby milanese Milan – Inter si è concluso per 0 – 4. Consiglio alla Rai di non rendere la notizia di pubblico dominio fino a quando la squadra del Presidente non sarà in grado di bilanciare il fazioso risultato con un 4 – 0.

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Tratto da http://votantonioblog.splinder.com/

🙂

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