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Bager revolucija

Pochi giorni fa, il 05 ottobre, ricorreva il nono anniversario di quella che alcuni chiamano Rivoluzione di velluto, altri Rivoluzione bulldozer. Il giorno in cui, secondo i più spinti ottimisti, la Serbia dava il buongiorno alla libertà, alla democrazia, allo stato di diritto, al mondo (cit. Vreme). Una data fondamentale per la storia (politica e non) del paese, e quindi dei Balcani tutti, e, in ultima ma non troppo indiretta analisi, d’Europa. Ma cosa esattamente è successo, quel 05 ottobre 2000? Un riassunto attinente ai fatti potrebbe essere il seguente: gigantesche dimostrazioni di piazza costrinsero l’allora presidente uscente Slobodan Milošević ad accettare la sconfitta alle elezioni presidenziali della Repubblica Federale Jugoslava (Serbia e Montenegro), dopo 15 anni di regime ininterrotto. Alle precedenti elezioni presidenziali del 24 settembre, infatti, il candidato della DOS Vojislav Koštunica (Demokratska Opozicija Srbije, Opposizione democratica di Serbia), coalizione di 19 diversi partiti antigovernativi, aveva totalizzato 2.470.304 voti,  600.000 più di Milošević, il 50,24% dei voti espressi. Il governo però dichiarò che Koštunica aveva realizzato il 49% dei voti, l’1% in meno dell’allora maggioranza assoluta prescritta per passare le elezioni al primo turno, e che quindi bisognava tornare alle urne per il ballottaggio. La DOS chiamò allora a raccolta i cittadini per il 05 ottobre davanti al Parlamento, affinché venisse validata la vittoria al primo turno, per evitare che al secondo potesse essere annullata. Al presidente Milošević venne posto l’ultimatum di accettare, entro le ore 15.00 del 05 ottobre, la volontà del popolo (termine oggi troppo spesso utilizzato a sproposito) e lasciare la carica.

Parlamento Serbo, 05 ottobre 2000, Belgrado.

Parlamento Serbo, 05 ottobre 2000, Belgrado.

La corte costituzionale s’era intanto espressa, il 04 ottobre, in un clima esplosivo, su alcune irregolarità occorse in diverse circoscrizioni elettorali, soprattutto in Kosovo, invalidando quindi parte dei voti. I dati, seppure per molti versi contraddittori, che ne risultavano sono quelli precedentemente citati, con la conseguente elezione a presidente della federazione di Koštunica. Date queste premesse, alle 15.35 del 05 ottobre, nonostante il massiccio utilizzo di lacrimogeni da parte delle forze di polizia, la folla irruppe in parlamento, mentre altri dimostranti davano fuoco alla sede della TV di stato (RTS, Radio Televizija Srbije), che dalle 17.00 interruppe qualsiasi trasmissione. Essendo il paese completamente paralizzato, venne istituito un governo tecnico di transizione di cui facevano parte la DOS, l’SPS (Socijalistička Partija Srbije, Partito Socialista Serbo – il partito di Milošević) e l’SPO (Srpski Pokret Obnove, Movimento Serbo di Rinnovamento, in coalizione con l’SPS). Ben presto l’allora presidente della Serbia (da non confondere con il presidente della federazione jugoslava), Milan Milutinović, sciolse il parlamento e indisse urgentemente nuove elezioni parlamentari per il 23 dicembre 2000, in cui in un’atmosfera euforica trionfò la DOS.

Oggi, dopo nove anni, cosa resta di quei giorni, di quelle speranze? Nove anni non si possono certo definire pochi, è quasi un decennio, e qualsiasi processo o periodo di transizione dovrebbe definirsi chiuso e terminato da tempo. Qual è quindi l’attuale posizione della Serbia? È più democratica, più libera, più moderna, più aperta, più capitalista, più efficiente? Di tutto un po’, e di tutto niente. Partiamo dal presupposto che nel 2009 la qualità della vita e la ricchezza del paese sono ben lontane dai livelli del 1989, ultimo anno che può essere considerato come “normale” nella vecchia (e con imbarazzo sempre più rimpianta) SFRJ. Sì – è lecito pensare – ma per quanto il processo di modernizzazione e ricostruzione possa essere lento rispetto alla velocità con cui i tragici anni ’90 hanno saputo mettere in ginocchio un paese ed un popolo, procederà pur sempre nella giusta direzione. Ed invece si assiste ad una stagnazione, ad uno sconforto e una disillusione che sempre più assumono i toni dell’involuzione. Scetticismo, razzismo, xenofobia, povertà sono spettri sempre più concreti di cui l’attuale governo filoeuropeo dovrebbe mostrare di preoccuparsi ben più di quanto fa, agendo nella sostanza e non solo sul piano dell’immagine.

Il susseguirsi di violenze e attacchi soprattutto contro turisti stranieri, spesso occidentali, per le strade di Belgrado è giunta al suo culmine quando lo scorso 17 settembre, in un bar di pieno centro, è stato picchiato a morte Brice Taton, un tifoso francese di 28 anni arrivato nella capitale serba per assistere alla partita Partizan-Tolosa. Sedeva con alcuni amici, in tutta tranquillità e senza mostrare alcun vessillo della squadra francese, quando un gruppo di hooligan belgradesi a volto coperto è entrata con mazze e spranghe, assalendo il francese e continuando a prenderlo a calci una volta a terra, oltre che colpirlo con l’aiuto di bicchieri e posacenere. Il giovane è finito al pronto soccorso col cranio e la cassa toracica schiacciati e la mano destra fratturata. Ciò non è bastato a destare le coscienze della società civile, ed anzi nei giorni che sono seguito l’escalation di violenze per le strade è solamente aumentata, arrivando anche a sospendere il Gay Pride programmato per il 20 settembre, dopo un primo disastroso tentativo nel 2001, a causa delle continue e pressanti minacce di gruppi estremisti, con il tacito avvallo della chiesa ortodossa serba. Solo il 29 settembre, all’annuncio della sopravvenuta morte di Taton, che nonostante le rassicurazioni da entrambe le parti ha causato un grave incidente diplomatico tra Francia e Serbia, la polizia è intervenuta arrestando undici sospetti delle violenze sul ragazzo francese. L’atmosfera, nel suo complesso, è la tragica dimostrazione di come lo stato sia fondamentalmente impotente, a volte tacito complice, altre messo pavidamente in ginocchio e in balìa di correnti deviate che non dovrebbero in alcun modo poter interferire nelle scelte di un paese libero. Se le strade di Belgrado sono insicure per una manifestazione non violenta, se il moltiplicarsi nelle settimane precedenti l’evento di scritte per la città quali “A Belgrado scorrerà il sangue, la parata non si farà”, “Morte ai gay”, “Vi aspettiamo”, la notizia di pullman organizzati dal Montenegro per dare man forte ai hooligans serbi, hanno portato lo Stato, le forze dell’ordine, la città stessa non ad opporre una risposta decisa e fiera, ma a trincerarsi in silenzi dal significato ambiguo, la dice lunga sulla reale volontà del paese di voltare pagina, dove la voce dei molti che sperano in un futuro di pace e modernità viene, esattamente come negli anni ’90, smorzata e frenata dalla prepotenza e dalla violenza dei meno.

È inoltre interessante notare che questo “ritorno al buio” prende luogo pochi mesi prima dell’ingresso della Serbia nell’area Schengen, che dovrebbe finalmente consentire ai serbi di viaggiare liberamente per l’Europa. Un risultato che potrà avere risvolti concreti di vaste proporzioni, nella cultura della tolleranza  e nella capacità di percepire meglio il mondo esterno, soprattutto per le giovani generazioni cresciute all’ombra della guerra e delle restrizioni, che sognano l’Europa senza poterla in realtà immaginare, per le quali il viaggio più lontano è sempre stato il mare montenegrino. Una valvola di sfogo alla frustrazione e al senso d’impotenza dei più che segnerà un ulteriore passo verso il distacco definitivo dalle ombre del passato, e da chi quindi tenta forzosamente di ritrascinare il paese negli abissi di un autodistruttivo orgoglio nazionale e complesso d’accerchiamento.

Ognuno di questi passi è un tassello fondamentale da comporre per raggiungere il fine ultimo della Serbia, ossia l’annessione all’Unione Europea, progetto in cui negli ultimi tempi si era persa la speranza, per via di una politica europea che rimanda continuamente tale promessa a una lontana data da definirsi, e che oggi sembra più vicina anche grazie all’approvazione da parte degli irlandesi del Trattato di Lisbona, che sembrava vivere in perenne stallo, ma che la Serbia seguiva con occhio attento in quanto ben conscia della sua importanza per il proseguio dell’allargamento dell’Unione, senza più – si spera – la scusa che fintanto che non vengano sciolti i nodi interni alla comunità, è impossibile pensare ad un suo ampliamento. L’UE non deve però essere letta come una marea che alta e bassa lambisce o si ritira dalle coste serbe, ma come una presenza concreta e stabile alle sue porte, ferma nelle richieste ma pronta ad aprirle. Nove anni dopo quel 05 ottobre, la Rivoluzione di velluto sembra essersi ridotta più a un ripetitivo appuntamento agiografico, quasi un temino da scuola elementare sull’autunno in arrivo, che al seme da cui abbia saputo germogliare la pianta del progresso e del futuro benessere: oggi come non mai, i suoi fiori sembrano molto lontani dal riuscire a sbocciare.

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Signori, ci sono alcuni interventi scritti a metà, qualche frase buttata giù e discorsi non conclusi, tanti bei propositi e poco o niente condotto in porto. Insomma, c’è la storia della mia vita lì da qualche parte. C’è che mi ero ripromesso di scrivere un post di quelli belli oggi pomeriggio, ma ho troppe cose da fare, sistemare, rivedere. Ho da fare alcune chiamate che come sempre sfuggono di giorno in giorno e poi non le fai più, ho da buttare in valigia quattro stracci e partire per Beograd. E non starò qui a soffocarvi con le solite amenità riguardo a ciò che ho in programma, gli impegni da sbrigare, la gente da vedere o quant’altro, che ricordano tanto i soffocanti temini preconfezionati delle scuole elementari, mortiferi come una guida del Touring Club lasciata venticinque anni fa sul fondo di un cartone in soffitta. E cercherò di essere forte abbastanza da non parlarvene nemmeno al ritorno, a meno che non meriti davvero. Nel qual caso avrete comunque il diritto morale di sotterrarmi.

Spero comunque che me ne vogliate, per un motivo o per l’altro, significherebbe che c’è dell’interessamento per l’aria che friggo meglio d’un impiegato part-time del Mc Donald’s, ma non sarei troppo ottimista.

Comunque sia e comunque vada, ci risentiamo tra un paio di settimane, a meno che non ve ne partiate per mete migliori e lidi lontani, nel qual caso vi auguro di non tornare. (Suona minaccioso, lo so, ma non è quello l’intento…).

A presto, gente! Doviđenja!


P.S. A tutti coloro che non ho fatto in tempo (eufemismo: in tempo rispetto a quando? Per quanto?) ad avvisare o salutare, non ve la prendete troppo. Vado e torno, non c’è nulla di eccezionale in un viaggio nell’anno di nostro Signore duemilaenove, vivrete bene senza di me e io senza di voi, mi mancherete poco né d’altra parte gioirò particolarmente della vostra assenza. Gli impegni d’etichetta fossilizzano i legami affettivi. Auguri a tutti!

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Beograd 1999

Se verrà la guerra, Marcondirondero
se verrà la guerra, Marcondirondà
sul mare e sulla terra, Marcondirondera
sul mare e sulla terra chi ci salverà?

Ci salverà il soldato che non la vorrà
ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà.

Il 24 marzo 1999 la NATO, senza il consenso delle Nazioni Unite, iniziava a bombardare la Serbia e Belgrado. Oggi, dieci anni dopo, alle 12 in punto in tutto il paese si è osservato un minuto di silenzio, in memoria dei 3500 morti, di cui 2500 civili e 89 bambini.

La guerra è già scoppiata, Marcondirondero
la guerra è già scoppiata, chi ci aiuterà?

Ci aiuterà il buon Dio, Marcondirondera
ci aiuterà il buon Dio, lui ci salverà.

Buon Dio è già scappato, dove non si sa
buon Dio se n’è andato, chissà quando ritornerà.

Che cosa ricordo, io, di quei giorni? Ricordo le immagini dei telegiornali, e mia mamma che ogni sera scoppiava in lacrime vedendo la sua bellissima città così martoriata. Ricordo l’abbattimento dell’antenna TV alta 200 metri sul monte Avala, uno dei simboli più cari ai cittadini belgradesi, tutto fuorché un obiettivo militare strategico. Ricordo il bombardamento della raffineria sul Danubio, e la nera nube che coprì tutta la città. Ricordo anche quando colpirono la sede della televisione nazionale RTS, e i giornalisti e tecnici di 20-30 anni dell’edizione notturna che vi restarono sotto. Ricordo mia nonna, e quanto era difficile stabilire un collegamento telefonico, le linee sempre occupate, o a vuoto. Ricordo poi quando riuscimmo finalmente a farla venire da noi, era maggio credo (i bombardamenti continuarono incessanti fino all’11 giugno). Era stanca e provata, non dormiva da settimane per le continue sirene, le bombe, gli aerei. Ricordo che anche qui, quando capitava di scorgere un aereo di linea venire od andare da Linate, iniziava ad agitarsi, si voltava dall’altra parte, quasi non riuscisse a scaricare più l’immagine e il trauma di altri aerei in altri cieli…  quasi che a sorvolarci non fossero vacanzieri e bagagli, ma missili intelligenti e bombe all’uranio impoverito. Ricordo quando qualche anno più tardi, vedendo un documentario in TV e sentendo quel suono familiare delle sirene antiaeree, le venne quasi un attacco di panico.

L’aeroplano vola, Marcondirondera
l’aeroplano vola, Marcondirondà.

Se getterà la bomba, Marcondirondero
se getterà la bomba chi ci salverà?

Ci salva l’aviatore che non lo farà
ci salva l’aviatore che la bomba non getterà.

Poi a Belgrado giunse l’estate, e io con lei. Cos’era rimasto? Ricordo i palazzi del governo, le sedi dell’esercito, il grattacielo del partito della moglie di Milošević sfregiati dalle bombe, i ponti del Danubio annegati nelle sue acque. Impressionanti voragini su edifici costruiti in cemento armato, piegati come carta. Porte che davano sul vuoto, brandelli di tende a penzolare dalle finestre, segni di schegge e vetri rotti su tutti i palazzi circostanti, a 100 metri almeno. Ricordo le scritte sui muri, i graffiti antiamericani e contro la guerra, quell’umorismo underground così tipico di Belgrado, che nessuna guerra è riuscita e riuscirà mai a sconfiggere: “Colombo, fottuta la tua curiosità!”, o “Portare la pace con le bombe è come preservare la verginità di una ragazza trombandola”. L’antiamericanismo era alquanto diffuso, e colpiva non solo gli Stati Uniti, ma tutti i suoi alleati nell’impresa: Italia, Inghilterra, Germania, Olanda… Ricordo un McDonald’s completamente distrutto dai dimostranti a marzo, lo stesso dicasi dei centri culturali tedesco e francese nella centralissima via Knez Mihajlova. Gli studenti di lingue fecero man bassa dei volumi, e poi se li scambiarono allegramente: “Hai Hugo? Io studio francese, dallo a me, prendi questo Goethe, tieni…”. Non era però un appoggio al regime, più semplicemente la disillusione e l’amarezza di un popolo orgoglioso che si vedeva ora abbandonato anche da quell’occidente in cui credeva e in cui si rispecchiava, facendone legittimamente parte. Dopo che venne colpita la residenza di Milošević si potè leggere anche “Slobo, proprio quando avevamo più bisogno di te, non eri in casa.”

La bomba è già caduta, Marcondirondero
la bomba è già caduta, chi la prenderà?

La prenderanno tutti, Marcondirondera
sian belli o siano brutti, Marcondirondà

Sian grandi o sian piccini li distruggerà
sian furbi o siano cretini li fulminerà.

Ricordo la preoccupazione di mio papà, che non ci vandalizzassero la macchina parcheggiata, visto che portava una targa italiana. Ricordo la difficoltà di trovare la benzina, nonostante la guerra fosse finita da diverse settimane, le pompe perennemente a secco, i venditori del mercato nero ai bordi delle strade con le loro taniche piene di chissà quali intrugli. La vita intanto correva come prima, le strade piene di gente, i negozi di grandi marchi, i chiassosi caffè all’aperto o sugli splav (grossi barconi) ormeggiati sul lungofiume. Ricordo i sacchi di sabbia, i bunker, le postazioni vuote dell’esercito, gli ostacoli anticarro in cemento sulla strada verso sud, andando in Grecia al mare. Ricordo di essere passato verso Grdelica, dove era stato colpito un treno civile proprio mentre attraversava un ponte ferroviaro sulla Morava. 14 morti e 16 feriti tra i passeggeri, la carcassa del treno era ancora lì, completamente carbonizzata. A 10 anni mi lasciò a bocca chiusa, ma mi fece meno effetto del suo stesso ricordo ora.

Ci sono troppe buche, Marcondirondera
ci sono troppe buche, chi le riempirà?

Non potremo più giocare al Marcondirondera
non potremo più giocare al Marcondirondà.

E voi a divertirvi andate un po’ più in là
andate a divertirvi dove la guerra non ci sarà.

La guerra è dappertutto, Marcondirondera
la terra è tutta un lutto, chi la consolerà?

Ci penseranno gli uomini, le bestie i fiori
i boschi e le stagioni con i mille colori.

Di gente, bestie e fiori no, non ce n’è più
viventi siam rimasti noi e nulla più.

La terra è tutta nostra, Marcondirondera
ne faremo una gran giostra, Marcondirondà.

Abbiam tutta la terra Marcondirondera
giocheremo a far la guerra, Marcondirondà…

Girotondo, Fabrizio De André, Tutti morimmo a stento (1968)


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La Sava, vista dalla fortezza di Kalemegdan, confluisce nel Danubio.

La Sava, vista dalla fortezza di Kalemegdan, confluisce nel Danubio.

Sve ima svoje… I vatra i led
U kap se spoje… I čemer i med
Sve ima svoje… Vrlina i greh
Tuge postoje da bi prizvale smeh

Ogni cosa trova il suo posto… Sia il fuoco che il ghiaccio
In una goccia si mescolano… la tristezza e il miele
Ogni cosa trova il suo posto… la virtù e il peccato
I dolori esistono per richiamare il sorriso

Avete presente quelle persone che non sentite da molto, o che avete incontrato anni prima senza però, per un motivo o per un altro, aver mai stretto particolarmente i rapporti? Insomma, persone che vi ispirano fiducia, che piacciono, ma conosciute quando forse non c’era tempo, o semplicemente non era tempo. A volte il fatto di conoscersi poco però non è un ostacolo, ma anzi un incentivo a parlare senza timori, a pensare, a chiedere. Nel parlare di voi e nel raccontare fatti ai più noti, ma da un altro punto di vista, con una visione più lineare, più compatta, più decisa, vi ritrovate a riconsiderare tante cose, a domandarvi su vicende vecchie e nuove, magari anche a ricordare certe cose su cui non vi sareste mai soffermati.

Bene, proprio a una persona di questo genere ho scritto poco fa una lunga e-mail, l’ennesima di questi giorni. Da lì, collegando infiniti, insoliti flashback perfettamente incastrabili, sono uscito di casa e mi sono ritrovato a Belgrado, che non mi era mai parsa così bella e evocativa come quest’oggi. Eccomi di nuovo lì, nella città che ho sempre rifiutato, senza mai comprenderne il fascino e quanto in realtà mi rappresenti. Farà un freddo cane ora, nel grande parco di Kalemegdan che domina tutta la città, forse è nevicato, ma a me piace pensarlo come l’ho sempre vissuto, d’estate, con la gente in giro a mangiare gelati e i grandi alberi a fare ombra anche nei pomeriggi più caldi. La vista sulla Sava è da togliere il fiato, mentre lenta sfila sotto ai miei occhi, sicura di sé e del proprio fascino, prima di tuffarsi nel Danubio, ingrossandolo, dandogli e prendendo nuova vita, per proseguire uniti la via verso il mare.

Ci pensate? Dalla Foresta Nera, per quasi 3000 Km, sfiorando dieci paesi e tagliando quattro capitali, lo stesso fiume, sempre lo stesso eppure mai uguale, un possente panta rei che lega chissà quante anime perse a ricordare nelle sue acque, a rimescolare pensieri come vortici d’acqua. E’ soprattutto a loro che penso, l’unico dato che non riesco a trovare da nessuna parte, il numero più difficile da stabilire oggettivamente, per qualcuno forse anche il più futile: quante persone assorte nello stesso momento, intente a far scivolare le proprie paure, i ricordi… dubbi e rimorsi, tensioni e delusioni, ma anche felicità intravviste, a volte annegate, altre riemerse poco più a valle. Quanti destini legati, rimescolati, persi d’identità o con solo nomi diversi ma storie uguali? Quanti sospiri di fiati, che forse insieme potrebbero alzare un concerto di venti? Dove vanno, infine, tutte queste emozioni? L’acqua scorre al mare, ma per quanto concerne i pensieri raccolti lungo il percorso, dove vanno? Forse anch’essi, come acqua, non si perdono, ma si rimescolano e trovano nuova linfa in altre vite, in nuovi oceani. La Sava la vedo, il Danubio anche, solo che mi piacerebbe riuscire a distinguire così nettamente anche il corso dei miei pensieri, perché proprio come diceva l’amico di prima, l’essenziale è invisibile agli occhi.

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