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Posts Tagged ‘Balcani’

Tratto da peščanik.net (21.01.2010)
di Dubravka Ugrešić
traduzione di Filip Stefanović

Moj dečko je toliko bogat da ne mora da liže poklopac od euro-krema! [Il mio ragazzo è così ricco che non deve leccare il coperchio dell’Eurocrem.] – recita il graffito su un muro grigio di un grigio centro abitato da qualche parte in terra ex jugoslava. L’Eurocrem è rimasto nella coscienza gastronomica dei cittadini dell’Ex Jugoslavia come: a) un economico alimento per bambini; b) la merenda dei soldati dell’ex JNA (esercito jugoslavo, ndt.); c) colazione alberghiera per i poveri pensionati nazionali e stranieri che trascorrevano le vacanze negli alberghi adriatici, soprattutto in inverno.

Sembra che l’idea di povertà si sia finalmente conficcata nella testa del cittadino medio ex jugoslavo. Allettato dalla disintegrazione della Jugoslavia (“c’hanno derubato i comunisti”), dall’amor patrio, dalla guerra (“la guerra c’ha immiseriti”), dall’odio verso i serbi, o croati, o sloveni (“loro c’hanno distrutto economicamente”), il cittadino medio ha finora evitato il confronto con la propria condizione sociale. È sopravvissuto consolato da risorse parallele (“venderemo la terra”; “abbiamo ereditato da papà”; “abbiamo un grande orto, abbastanza da sfamarci”; “se bisogna stringere la cinghia, venderemo la casa delle vacanze”; “mio zio è direttore, per me si troverà sempre qualcosa”; “la nonna ci lascia la casa in eredità”; “a mio fratello in Germania le cose vanno bene, non ci lascerà, penso, morire di fame”; “affitteremo la casa per le vacanza a stranieri”; “se non altro, possiamo sempre vendere la tomba di famiglia”). Le risorse si sono spente, le opzioni sono state sfruttate, gli assi nella manica giocati, la casa della nonna è al vento, la terra venduta, la società s’è divisa tra pochi ricchi e tanti poveri, in veri campioni e perdenti. Ricchezze accumulate troppo in fretta si sciolgono, le imprese falliscono, le persone restano disoccupate in massa, lo zio-direttore è in prigione, la tomba di famiglia è stata da tempo consumata. Molti lavorano e già da mesi non ricevano lo stipendio. Lavoratori più fortunati ricevono metà paga, di questa metà in denaro, l’altra metà in buoni. I buoni tra l’altro li possono spendere solo nelle industrie in cui lavorano. Li spendono in salsicce a cui è scaduta la data o in Eurocrem a cui non scade mai. Molti lavorano anche al sabato, sebbene nessuno ci veda una ragione né un senso, se non, chiaramente, per il proprietario che con ogni mezzo lecito cerca di spingere i proprio dipendenti a dimettersi.

La coppia marito e moglie Pevec, proprietaria di una catena commerciale croata prosperosa fino a non molto tempo fa, oggi è in bancarotta. Dietro di sé hanno lasciato centinaia di lavoratori tartassati che all’inizio non hanno ricevuto lo stipendio per mesi, per poi essere finalmente licenziati. Alle recenti feste nell’hotel locale la coppia Pevec si divertiva parecchio ballando fino a notte inoltrata. Gli impiegati dell’albergo – che a sua volta è insolvente, e non li paga da mesi – osservavano l’inaccettabile divertimento dei magnati croati senza fiatare.

Solo questi “divertenti” dettagli passano per i media croati. All’amara quotidianità è rimasto di crepitare anonimamente. Le notizie in prima pagina – del tipo che l’attrice americana Jennifer Love Hewitt, a parte la costante rasatura e taglio, ha di recente adornato i suoi genitali con un piercing vaginale con cristallo Swarovski, e ora quella cosa, come lei stessa dice, splende come una palla da discoteca –  attirano le masse immiserite come irrigatori accesi notte giorno. La propria vita da schiavi sembra loro come una palla da discoteca.

Ma davvero da schiavi? L’unitario idillio europeo inizia lentamente a mostrare la sua faccia oscura: il nuovo mercato schiavista scorre per le vie sommerse d’Europa. Una “incensurata” azienda d’asparagi in Repubblica Ceca, che coltivava asparagi per un “incensurato” grossista nei Paesi Bassi, assumeva come raccoglitori degli adatti romeni. Perché adatti? Con i loro passaporti UE potevano attraversare senza problemi i confini, e la questione dei permessi di lavoro inesistenti in qualche modo veniva sottaciuta.

A reclutare i raccoglitori romeni era una banda ucraina. I romeni non hanno mai visto la paga promessa, e vitto e alloggio erano da schiavi. I brutali schiavisti ucraini li minacciavano di morte in caso di fuga.

Grazie ad alcuni fuggitivi ed al fatto che hanno trovato il coraggio di rivolgersi all’ambasciata romena in Repubblica Ceca, la catena schiavista è stata (temporaneamente) interrotta. In realtà, per tutto questo ci sono voluti due-tre anni, e ciò ha portato ai proprietari d’asparagi due-tre anni di lavoro gratuito. Di fattorie simili per l’Europa ce ne sono parecchie, di simili mercanti di schiavi molti, di simili disperati troppi, e di simili corrotti poliziotti e giudici ovunque quanto basta.

I media, al contempo marcatamente di transizione, dell’Europa dell’Est, per anni si sono sforzati di dimostrare che l’educazione, la professionalità e la competizione non sono garanzia di una vita stabile e prosperosa. Il Grande Fratello, vero divertimento di masse milionarie, ha dimostrato che chiunque può se vuole, e che può grazie a qualunque cosa. Lo show è stato in qualche modo anche una sorta d’anticipazione del futuro prossimo. L’istruzione è stata detronizzata dai media e dalla prassi quotidiana, e sul piedistallo del valore è stato piazzato il corpo. L’unica cosa che l’uomo comune ha a disposizione è il corpo, e tu pensa, s’è dimostrato che ha un suo valore sul mercato. Il corpo si può vendere. Il corpo si può abbellire, gonfiare di silicone, bucare di botox, diminuire, dimagrire, ingrossare, pompare, tatuare, vestire, denudare. Del corpo si può aumentare il valore commerciale, bisogna solo sapere come.

Prostitute, donne, ma anche uomini, vendono il corpo direttamente. Alcuni genitori vendono i proprio figli. Alcuni figli vendono se stessi, senza interlocutori. Alcuni mendicanti si impiccano da soli, per aumentare gli introiti con la pietà. Molti indiani vendono i propri organi. Alcuni uomini vendono il proprio sangue. Anche un corpo morto ha un suo valore. Secondo alcune indagini di Amnesty International, 6000 detenuti cinesi sono condannati annualmente alla pena di morte. Il 90% dei reni trapiantati provengono da detenuti cinesi giustiziati. I ricchi stranieri pagano tra i 10.000 e 40.000 dollari per un rene. La raccolta di organi non si limita solo ai reni, chiaramente. Nelle prigioni cinesi le esecuzioni vengono condotte con cura. Se il condannato è di salute cagionevole, gli si spara in petto, se è un candidato per la “raccolta di organi”, gli si spara in fronte.

I corpi comuni di gente qualunque si usano per scopi artistici. Nic Green ha messo in scena ad Edimburgo (nell’agosto 2009) un progetto, “Ricerca teatrale del femminismo contemporaneo”, chiedendo a comuni, anonime donne, volontarie, di salire sul palco nude. Alcune hanno vissuto l’esperienza di apparire senza veli sulla scena come l’affermazione della vita.

A differenza del regista inglese socialmente autistico, il regista teatrale croato Borut Šeparović dimostra una maggiore sensibilità sociale. Lui si è rivolto allo Sportello lavoro e ha chiamato le donne disoccupate ai provini. Da circa duecento candidate ne ha estratte undici. Le donne vestite con la maglia della nazionale di calcio terranno una rappresentazione in onore del calcio croato e al contempo racconteranno le loro storie personali di disoccupazione. Non sono donne volontarie, non sono interessate all’arte come affermazione di vita. Per la loro partecipazione riceveranno un modico compenso.

Chissà, forse anche il popolare show televisivo Ballando con le stelle è solo un’introduzione a una possibile prassi quotidiana, a quelle maratone del ballo che abbiamo visto quarant’anni fa nel film di Sidney Pollack Non si uccidono così anche i cavalli?. Maratone del ballo, in cui i concorrenti, coi loro danzanti, affamati corpi, lottavano per un premio in denaro, o forse solo per del cibo, erano popolari ai tempi della recessione americana.

L’artista Christian Boltanski, che ha compiuto 65 anni, ha recentemente venduto la propria vita al milionario e collezionista australiano David Walsh. Per i prossimi otto anni, a cominciare dal 1 gennaio 2010, quattro telecamere filmeranno senza interruzione l’atelier di Christian Boltanski e trasmetteranno tale inusitato Grande Fratello con un solo concorrente in qualche grotta della Tasmania. Se Boltanski sopravvive ai prossimi otto anni, riceverà l’intera somma per la vendita della propria vita. Se muore prima, non avrà nulla.

Erisitone, uomo di Tessaglia, tagliò un albero nel giardino di Demetra per costruirsi una casa. Demetra lo punì con la fame eterna. Erisitone morì mangiandosi da solo. Se rigettiamo le interpretazioni ecologiche di questo mito, allora la storia di Erisitone ci può servire come l’ennesimo esempio che per lo scopo della sopravvivenza temporanea possiamo sfruttare ciò che tutti abbiamo: il nostro corpo.

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Oggi vorrei raccontarvi un interessante aneddoto su come funzionano le privatizzazioni nei paesi est europei del post socialismo, potrebbe essere quasi divertente se non fosse tristemente reale.  Ma facciamo un passo alla volta.

Si chiama NIS (Naftna Industrija Srbije) la principale compagnia petrolifera serba, con sede a Novi Sad e monopolio delle importazioni di olio grezzo nel paese fino al 2011. Si occupa di tutti i livelli della produzione petrolifera, dalla ricerca ed estrazione di idrocarburi (principalmente nella provincia settentrionale della Vojvodina), alla loro importazione, alla raffinazione, al trasporto e alla messa in vendita sui mercati regionali. Vanta quasi 14.000 dipendenti e nel 2007 ha registrato profitti per 170 milioni di U$D.

Naftna Industrija Srbije

Frattanto, c’è che prende sempre più piede il progetto da 20 miliardi di U$D di EniGazprom per la realizzazione del gasdotto South Stream, che attraverso il Mar Nero e la Penisola Balcanica dovrà portare 63 miliardi di metri cubi annui all’Unione Europea, tanto affamata di energia. Questa grande occasione geoeconomica è una manna caduta dal cielo per la Serbia, che potrà contare oltre che sulla certezza di approvvigionamenti di gas russo, senza lo spinoso interlocutore ucraino, ad un grande afflusso di capitali per la realizzazione del condotto, a un deposito sotterraneo a Banatski Dvor, alle future tasse di transito. Ecco quindi la grande gioia della Serbia a fine 2008, e tralascio altre questioni decisive come l’appoggio politico della Russia su questioni che stanno molto a cuore ai fratelli balcanici, prima fra tutte l’indipendenza kosovara, per non mettere troppa carne sul fuoco.  In questo clima, a inizio di quest’anno la vendita di NIS prende sempre più le sembianze di una svendita, per la serie: “Ehi, i russi ci portano i loro miliardi d’investimenti, ma noi dal canto nostro gli cediamo sottocosto un’ottima azienda con alti profitti e solide prospettive!”. E all’epoca, l’analisi compiuta da Deloitte&Touche stimava il valore di NIS per 3 miliardi di U$D (2008), ma Gazprom avrebbe pagato appena 1,2 miliardi, di cui in realtà 721 milioni di U$D da ritenersi sotto forma di nuovi investimenti. E come se non bastasse ciò, lo stato non aveva nemmeno voluto prendere in considerazione altre offerte. Ma non andiamo troppo per il sottile, la Russia è un grande alleato, uno storico amico, un fedele compagno, festeggiamo per la reciproca riuscita del buon affare!

Sennonché, l’idillo dura ben poco: già a febbraio l’olandese KPMG, revisionando i bilanci NIS, dichiara che altro che profitti, per il 2008 si calcolano perdite per 3,2 miliardi di dinari (34 milioni di €UR)! Il governo la prende per un’offesa personale: che diamine vanno dicendo, ma cosa credono?! È il fior fiore dell’economia nazionale, un gioiello! Va bene, dicono i russi, sarà come dite, allora perché non prendiamo un altro revisore, per capire cosa sta succedendo? Sarebbe perfetto, ma lo stato purtroppo non dispone dei 500.000€ necessari per una nuova revisione. Nessun problema, pagano i russi! Viene così chiamato Ernst&Young che rimette mano alle cifre, rifà i calcoli, e a maggio se ne esce con un nuovo risultato: la perdita non è di 3,2, ma di 8 miliardi di dinari (85 milioni di €). Panico generale, imbarazzo del governo… chi appianerà le perdite? A chi tocca scucire? E chi, se mai verrà indicato qualcuno, verrà considerato responsabile dell’inaccuratezza dei dati (se non di frode vera e propria)? Se poi a fine 2008 si parlava di guadagni netti, NIS ha pagato delle imposte sui profitti dichiarati? In questo caso, verranno rimborsate? I russi intanto rassicurano: nessun problema, a noi interessava giusto sapere come stessero realmente le cose, nulla cambia, nessuno dovrà sborsare un centesimo. Ora, che con una perdita da 85 milioni “nessuno” debba pagare pare a dir poco sospetto… E possiamo star certi che Gazprom troverà il facile modo di rifarsi (sui serbi, of course) del tiro mancino. È infatti solo di poco tempo fa l’avviso dell’ennesimo rincaro del prezzo della benzina, giustificato questa volta non da rincari del barile sul mercato del greggio, ma da “maggiori costi di raffinazione”. Insomma, la Serbia continua a pagare il prezzo regionale più alto al litro (oltre 1€), per un carburante di qualità scadente.

La vera questione che mi preoccupa è però quale messaggio passa ora sul piano internazionale? Che immagine si faranno i potenziali futuri investitori, per un paese già declassato a classe BB- per quanto riguarda i rating sul credito, se non ci si può fidare nemmeno della classe dirigenziale, dove non sai mai se il pacco che ti rifilano è genuino o solo ben infiocchettato… Ci sono altre risorse importanti che la Serbia sarà in futuro felice di cedere, sono ora curioso di vedere poste quali premesse, a chi e con quali risultati. Perché il mondo non è la Russia.

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Bager revolucija

Pochi giorni fa, il 05 ottobre, ricorreva il nono anniversario di quella che alcuni chiamano Rivoluzione di velluto, altri Rivoluzione bulldozer. Il giorno in cui, secondo i più spinti ottimisti, la Serbia dava il buongiorno alla libertà, alla democrazia, allo stato di diritto, al mondo (cit. Vreme). Una data fondamentale per la storia (politica e non) del paese, e quindi dei Balcani tutti, e, in ultima ma non troppo indiretta analisi, d’Europa. Ma cosa esattamente è successo, quel 05 ottobre 2000? Un riassunto attinente ai fatti potrebbe essere il seguente: gigantesche dimostrazioni di piazza costrinsero l’allora presidente uscente Slobodan Milošević ad accettare la sconfitta alle elezioni presidenziali della Repubblica Federale Jugoslava (Serbia e Montenegro), dopo 15 anni di regime ininterrotto. Alle precedenti elezioni presidenziali del 24 settembre, infatti, il candidato della DOS Vojislav Koštunica (Demokratska Opozicija Srbije, Opposizione democratica di Serbia), coalizione di 19 diversi partiti antigovernativi, aveva totalizzato 2.470.304 voti,  600.000 più di Milošević, il 50,24% dei voti espressi. Il governo però dichiarò che Koštunica aveva realizzato il 49% dei voti, l’1% in meno dell’allora maggioranza assoluta prescritta per passare le elezioni al primo turno, e che quindi bisognava tornare alle urne per il ballottaggio. La DOS chiamò allora a raccolta i cittadini per il 05 ottobre davanti al Parlamento, affinché venisse validata la vittoria al primo turno, per evitare che al secondo potesse essere annullata. Al presidente Milošević venne posto l’ultimatum di accettare, entro le ore 15.00 del 05 ottobre, la volontà del popolo (termine oggi troppo spesso utilizzato a sproposito) e lasciare la carica.

Parlamento Serbo, 05 ottobre 2000, Belgrado.

Parlamento Serbo, 05 ottobre 2000, Belgrado.

La corte costituzionale s’era intanto espressa, il 04 ottobre, in un clima esplosivo, su alcune irregolarità occorse in diverse circoscrizioni elettorali, soprattutto in Kosovo, invalidando quindi parte dei voti. I dati, seppure per molti versi contraddittori, che ne risultavano sono quelli precedentemente citati, con la conseguente elezione a presidente della federazione di Koštunica. Date queste premesse, alle 15.35 del 05 ottobre, nonostante il massiccio utilizzo di lacrimogeni da parte delle forze di polizia, la folla irruppe in parlamento, mentre altri dimostranti davano fuoco alla sede della TV di stato (RTS, Radio Televizija Srbije), che dalle 17.00 interruppe qualsiasi trasmissione. Essendo il paese completamente paralizzato, venne istituito un governo tecnico di transizione di cui facevano parte la DOS, l’SPS (Socijalistička Partija Srbije, Partito Socialista Serbo – il partito di Milošević) e l’SPO (Srpski Pokret Obnove, Movimento Serbo di Rinnovamento, in coalizione con l’SPS). Ben presto l’allora presidente della Serbia (da non confondere con il presidente della federazione jugoslava), Milan Milutinović, sciolse il parlamento e indisse urgentemente nuove elezioni parlamentari per il 23 dicembre 2000, in cui in un’atmosfera euforica trionfò la DOS.

Oggi, dopo nove anni, cosa resta di quei giorni, di quelle speranze? Nove anni non si possono certo definire pochi, è quasi un decennio, e qualsiasi processo o periodo di transizione dovrebbe definirsi chiuso e terminato da tempo. Qual è quindi l’attuale posizione della Serbia? È più democratica, più libera, più moderna, più aperta, più capitalista, più efficiente? Di tutto un po’, e di tutto niente. Partiamo dal presupposto che nel 2009 la qualità della vita e la ricchezza del paese sono ben lontane dai livelli del 1989, ultimo anno che può essere considerato come “normale” nella vecchia (e con imbarazzo sempre più rimpianta) SFRJ. Sì – è lecito pensare – ma per quanto il processo di modernizzazione e ricostruzione possa essere lento rispetto alla velocità con cui i tragici anni ’90 hanno saputo mettere in ginocchio un paese ed un popolo, procederà pur sempre nella giusta direzione. Ed invece si assiste ad una stagnazione, ad uno sconforto e una disillusione che sempre più assumono i toni dell’involuzione. Scetticismo, razzismo, xenofobia, povertà sono spettri sempre più concreti di cui l’attuale governo filoeuropeo dovrebbe mostrare di preoccuparsi ben più di quanto fa, agendo nella sostanza e non solo sul piano dell’immagine.

Il susseguirsi di violenze e attacchi soprattutto contro turisti stranieri, spesso occidentali, per le strade di Belgrado è giunta al suo culmine quando lo scorso 17 settembre, in un bar di pieno centro, è stato picchiato a morte Brice Taton, un tifoso francese di 28 anni arrivato nella capitale serba per assistere alla partita Partizan-Tolosa. Sedeva con alcuni amici, in tutta tranquillità e senza mostrare alcun vessillo della squadra francese, quando un gruppo di hooligan belgradesi a volto coperto è entrata con mazze e spranghe, assalendo il francese e continuando a prenderlo a calci una volta a terra, oltre che colpirlo con l’aiuto di bicchieri e posacenere. Il giovane è finito al pronto soccorso col cranio e la cassa toracica schiacciati e la mano destra fratturata. Ciò non è bastato a destare le coscienze della società civile, ed anzi nei giorni che sono seguito l’escalation di violenze per le strade è solamente aumentata, arrivando anche a sospendere il Gay Pride programmato per il 20 settembre, dopo un primo disastroso tentativo nel 2001, a causa delle continue e pressanti minacce di gruppi estremisti, con il tacito avvallo della chiesa ortodossa serba. Solo il 29 settembre, all’annuncio della sopravvenuta morte di Taton, che nonostante le rassicurazioni da entrambe le parti ha causato un grave incidente diplomatico tra Francia e Serbia, la polizia è intervenuta arrestando undici sospetti delle violenze sul ragazzo francese. L’atmosfera, nel suo complesso, è la tragica dimostrazione di come lo stato sia fondamentalmente impotente, a volte tacito complice, altre messo pavidamente in ginocchio e in balìa di correnti deviate che non dovrebbero in alcun modo poter interferire nelle scelte di un paese libero. Se le strade di Belgrado sono insicure per una manifestazione non violenta, se il moltiplicarsi nelle settimane precedenti l’evento di scritte per la città quali “A Belgrado scorrerà il sangue, la parata non si farà”, “Morte ai gay”, “Vi aspettiamo”, la notizia di pullman organizzati dal Montenegro per dare man forte ai hooligans serbi, hanno portato lo Stato, le forze dell’ordine, la città stessa non ad opporre una risposta decisa e fiera, ma a trincerarsi in silenzi dal significato ambiguo, la dice lunga sulla reale volontà del paese di voltare pagina, dove la voce dei molti che sperano in un futuro di pace e modernità viene, esattamente come negli anni ’90, smorzata e frenata dalla prepotenza e dalla violenza dei meno.

È inoltre interessante notare che questo “ritorno al buio” prende luogo pochi mesi prima dell’ingresso della Serbia nell’area Schengen, che dovrebbe finalmente consentire ai serbi di viaggiare liberamente per l’Europa. Un risultato che potrà avere risvolti concreti di vaste proporzioni, nella cultura della tolleranza  e nella capacità di percepire meglio il mondo esterno, soprattutto per le giovani generazioni cresciute all’ombra della guerra e delle restrizioni, che sognano l’Europa senza poterla in realtà immaginare, per le quali il viaggio più lontano è sempre stato il mare montenegrino. Una valvola di sfogo alla frustrazione e al senso d’impotenza dei più che segnerà un ulteriore passo verso il distacco definitivo dalle ombre del passato, e da chi quindi tenta forzosamente di ritrascinare il paese negli abissi di un autodistruttivo orgoglio nazionale e complesso d’accerchiamento.

Ognuno di questi passi è un tassello fondamentale da comporre per raggiungere il fine ultimo della Serbia, ossia l’annessione all’Unione Europea, progetto in cui negli ultimi tempi si era persa la speranza, per via di una politica europea che rimanda continuamente tale promessa a una lontana data da definirsi, e che oggi sembra più vicina anche grazie all’approvazione da parte degli irlandesi del Trattato di Lisbona, che sembrava vivere in perenne stallo, ma che la Serbia seguiva con occhio attento in quanto ben conscia della sua importanza per il proseguio dell’allargamento dell’Unione, senza più – si spera – la scusa che fintanto che non vengano sciolti i nodi interni alla comunità, è impossibile pensare ad un suo ampliamento. L’UE non deve però essere letta come una marea che alta e bassa lambisce o si ritira dalle coste serbe, ma come una presenza concreta e stabile alle sue porte, ferma nelle richieste ma pronta ad aprirle. Nove anni dopo quel 05 ottobre, la Rivoluzione di velluto sembra essersi ridotta più a un ripetitivo appuntamento agiografico, quasi un temino da scuola elementare sull’autunno in arrivo, che al seme da cui abbia saputo germogliare la pianta del progresso e del futuro benessere: oggi come non mai, i suoi fiori sembrano molto lontani dal riuscire a sbocciare.

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Wake up! Wake up, crowd!
Wake up from your boring dream!

Unza Unza Time, Emir Kusturica & the No Smoking Orchestra, Unza Unza Time (2000)

…’coz it’s unza-unza-unza-unza-unza-unza-unza-unza time!

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Beograd 1999

Se verrà la guerra, Marcondirondero
se verrà la guerra, Marcondirondà
sul mare e sulla terra, Marcondirondera
sul mare e sulla terra chi ci salverà?

Ci salverà il soldato che non la vorrà
ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà.

Il 24 marzo 1999 la NATO, senza il consenso delle Nazioni Unite, iniziava a bombardare la Serbia e Belgrado. Oggi, dieci anni dopo, alle 12 in punto in tutto il paese si è osservato un minuto di silenzio, in memoria dei 3500 morti, di cui 2500 civili e 89 bambini.

La guerra è già scoppiata, Marcondirondero
la guerra è già scoppiata, chi ci aiuterà?

Ci aiuterà il buon Dio, Marcondirondera
ci aiuterà il buon Dio, lui ci salverà.

Buon Dio è già scappato, dove non si sa
buon Dio se n’è andato, chissà quando ritornerà.

Che cosa ricordo, io, di quei giorni? Ricordo le immagini dei telegiornali, e mia mamma che ogni sera scoppiava in lacrime vedendo la sua bellissima città così martoriata. Ricordo l’abbattimento dell’antenna TV alta 200 metri sul monte Avala, uno dei simboli più cari ai cittadini belgradesi, tutto fuorché un obiettivo militare strategico. Ricordo il bombardamento della raffineria sul Danubio, e la nera nube che coprì tutta la città. Ricordo anche quando colpirono la sede della televisione nazionale RTS, e i giornalisti e tecnici di 20-30 anni dell’edizione notturna che vi restarono sotto. Ricordo mia nonna, e quanto era difficile stabilire un collegamento telefonico, le linee sempre occupate, o a vuoto. Ricordo poi quando riuscimmo finalmente a farla venire da noi, era maggio credo (i bombardamenti continuarono incessanti fino all’11 giugno). Era stanca e provata, non dormiva da settimane per le continue sirene, le bombe, gli aerei. Ricordo che anche qui, quando capitava di scorgere un aereo di linea venire od andare da Linate, iniziava ad agitarsi, si voltava dall’altra parte, quasi non riuscisse a scaricare più l’immagine e il trauma di altri aerei in altri cieli…  quasi che a sorvolarci non fossero vacanzieri e bagagli, ma missili intelligenti e bombe all’uranio impoverito. Ricordo quando qualche anno più tardi, vedendo un documentario in TV e sentendo quel suono familiare delle sirene antiaeree, le venne quasi un attacco di panico.

L’aeroplano vola, Marcondirondera
l’aeroplano vola, Marcondirondà.

Se getterà la bomba, Marcondirondero
se getterà la bomba chi ci salverà?

Ci salva l’aviatore che non lo farà
ci salva l’aviatore che la bomba non getterà.

Poi a Belgrado giunse l’estate, e io con lei. Cos’era rimasto? Ricordo i palazzi del governo, le sedi dell’esercito, il grattacielo del partito della moglie di Milošević sfregiati dalle bombe, i ponti del Danubio annegati nelle sue acque. Impressionanti voragini su edifici costruiti in cemento armato, piegati come carta. Porte che davano sul vuoto, brandelli di tende a penzolare dalle finestre, segni di schegge e vetri rotti su tutti i palazzi circostanti, a 100 metri almeno. Ricordo le scritte sui muri, i graffiti antiamericani e contro la guerra, quell’umorismo underground così tipico di Belgrado, che nessuna guerra è riuscita e riuscirà mai a sconfiggere: “Colombo, fottuta la tua curiosità!”, o “Portare la pace con le bombe è come preservare la verginità di una ragazza trombandola”. L’antiamericanismo era alquanto diffuso, e colpiva non solo gli Stati Uniti, ma tutti i suoi alleati nell’impresa: Italia, Inghilterra, Germania, Olanda… Ricordo un McDonald’s completamente distrutto dai dimostranti a marzo, lo stesso dicasi dei centri culturali tedesco e francese nella centralissima via Knez Mihajlova. Gli studenti di lingue fecero man bassa dei volumi, e poi se li scambiarono allegramente: “Hai Hugo? Io studio francese, dallo a me, prendi questo Goethe, tieni…”. Non era però un appoggio al regime, più semplicemente la disillusione e l’amarezza di un popolo orgoglioso che si vedeva ora abbandonato anche da quell’occidente in cui credeva e in cui si rispecchiava, facendone legittimamente parte. Dopo che venne colpita la residenza di Milošević si potè leggere anche “Slobo, proprio quando avevamo più bisogno di te, non eri in casa.”

La bomba è già caduta, Marcondirondero
la bomba è già caduta, chi la prenderà?

La prenderanno tutti, Marcondirondera
sian belli o siano brutti, Marcondirondà

Sian grandi o sian piccini li distruggerà
sian furbi o siano cretini li fulminerà.

Ricordo la preoccupazione di mio papà, che non ci vandalizzassero la macchina parcheggiata, visto che portava una targa italiana. Ricordo la difficoltà di trovare la benzina, nonostante la guerra fosse finita da diverse settimane, le pompe perennemente a secco, i venditori del mercato nero ai bordi delle strade con le loro taniche piene di chissà quali intrugli. La vita intanto correva come prima, le strade piene di gente, i negozi di grandi marchi, i chiassosi caffè all’aperto o sugli splav (grossi barconi) ormeggiati sul lungofiume. Ricordo i sacchi di sabbia, i bunker, le postazioni vuote dell’esercito, gli ostacoli anticarro in cemento sulla strada verso sud, andando in Grecia al mare. Ricordo di essere passato verso Grdelica, dove era stato colpito un treno civile proprio mentre attraversava un ponte ferroviaro sulla Morava. 14 morti e 16 feriti tra i passeggeri, la carcassa del treno era ancora lì, completamente carbonizzata. A 10 anni mi lasciò a bocca chiusa, ma mi fece meno effetto del suo stesso ricordo ora.

Ci sono troppe buche, Marcondirondera
ci sono troppe buche, chi le riempirà?

Non potremo più giocare al Marcondirondera
non potremo più giocare al Marcondirondà.

E voi a divertirvi andate un po’ più in là
andate a divertirvi dove la guerra non ci sarà.

La guerra è dappertutto, Marcondirondera
la terra è tutta un lutto, chi la consolerà?

Ci penseranno gli uomini, le bestie i fiori
i boschi e le stagioni con i mille colori.

Di gente, bestie e fiori no, non ce n’è più
viventi siam rimasti noi e nulla più.

La terra è tutta nostra, Marcondirondera
ne faremo una gran giostra, Marcondirondà.

Abbiam tutta la terra Marcondirondera
giocheremo a far la guerra, Marcondirondà…

Girotondo, Fabrizio De André, Tutti morimmo a stento (1968)


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