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Ο Παρθενώνας [Parthenon], Costa Gavras (2003)

Fu tra il 1801 e il 1812 che, con l’avvallo dell’occupante ottomano, l’ambasciatore britannico in Grecia, Lord Thomas of Elgin, trafugò i marmi del Partenone (ma anche rocche di colonne, capitelli…) da Atene a Londra, vendendoli poi al governo britannico. Sin dall’indipendenza greca, nel 1833, il governo ellenico iniziò a richiederne la restituzione, ma oramai a 200 anni dai fatti i marmi riposano ancora all’interno del British Museum. Nel 1982, il Ministro per la Cultura greco, Melina Mercouri, sottopose ufficialmente la questione all’Unesco, ed un anno più tardi al governo inglese. È un dovere morale oltre che culturale e storico la restituzione di tali opere d’arte, che ridonerebbero al travagliato tempio ateniese la sua unità ed imponenza, oltre che la stessa stabilità architettonica dell’edificio.

Scriveva Henry Miller del suo viaggio in Grecia, ne Il colosso di Marussi:

La luce acquista una qualità trascendentale: non è solo la luce del Mediterraneo, è qualcosa di più, qualcosa di insondabile, qualcosa di sacro. Qui la luce penetra direttamente nell’anima, apre le porte e le finestre del cuore, sei nudo, esposto, isolato in una beatitudine metafisica che rende tutto chiaro senza che sia conosciuto.

È sotto questa luce che sono stati scolpiti tali marmi, ed è a questa stessa luce che è giunto il tempo di restituirli, perché possano nella loro dimensione naturale inneggiare nuovamente alla grandezza dell’Uomo.

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Te lo immagini un lampione acceso a buio, in una giornata assolata?

Te lo immagini un mondo dipinto a olio, tranne che per le tele dei quadri, geometrie bianche di pausa calma in un mondo di colori imposti?

Seduto sul soffitto dipingo la mia tela impermeabile, immergendo il pennello nella tavolozza: qui manca uno sbuffo di Respiro, là una pennellata tenue di Aria. Manca Vita, e la passerei volentieri su tutto il quadro per dare un tocco di brillantezza, ma ho finito i primari, Tempo e Illusione; mi toccherà entrare in bottega a rubarli, che a credito non me li concedono più.

Stanco, mi appoggio con le mani tese dietro la schiena, i palmi si macchiano subito dei colori del mondo, quelli che imbrattano le mani, che ungono tutto attorno. Guardo sotto di me, specchiandomi nel Lago della Vergogna, e vedo quanto sono sporco, i vestiti macchiati di ogni tonalità, non mi sono risparmiato niente. Solo il quadro è immacolato, candido, e nel suo vuoto riconosco tutti i toni che disperatamente cerco. È proprio un bel soggetto, penso, e capisco in un momento che è bello perché non si lascia toccare, e non si lascia rovinare nemmeno da tutta l’attenzione che ci metto, sordo ai miei goffi tentavi di miglioramento. Non ha bisogno di me, della mia mano, posso passarci un altro dito di Superbia, lui non si appesantirà, non lo sentirà nemmeno. È forse troppo per me, talmente troppo che non si accorge della mia ammirazione malcelata. Ora mi irrita.

<<Ehi, quadro, che pensi, di poter vivere senza di me? Che sei Arte, e non figlio mio? E allora? Cos’è un libro che dorme su uno scaffale, un tomo serrato di pagine non scorse? Carta. L’anima del libro è solo nel lettore, prende corpo nel momento in cui viene letto ma chiusa la copertina torna cadavere: così tu, cosa sei, quadro? Ti guardo, e sei tutto: un oceano, una città, un viso di donna, uno strumento musicale, una finestra sul mondo, una casa cieca… Ma se smettessi di osservarti? Torni un pezzo di tela, ecco cosa!>>

Tace.

Lo guardo ancora un po’, con la mano impiastricciata di colore mi gratto sovra pensiero la guancia, che in un momento si macchia di Stupore. Cambio pennello, ne prendo uno a punta più fine, lo intingo in Morte e nell’angolo basso a destra battezzo il dipinto.

“Umana stupidità”

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Mi sono deciso a cambiare la copertina del sito. Nulla in contrario all’immagine precedente, ma era priva di significato, oltre a trovarsi in altri blog wordpress che usano questo stesso tema. E poi i lifting sono di moda.

L’onore è toccato alla Battaglia di Anghiari, di Leonardo. In realtà non è proprio corretto dire che si tratti di Leonardo, essendo una copia del Rubens, ma di meglio non s’è potuto fare… D’altronde quel genio inarrivabile non è che fosse così portato per gli affreschi (basti vedere lo sfacelo che vive il Cenacolo, destinato a rovinarsi definitivamente): fossi stato gonfaloniere di Firenze nel 1503, avrei pensato bene di affidarla a qualcun altro quella parete di Palazzo Vecchio. Di certo non a un vecchio irascibile, così lento e pignolo nello svolgere le sue opere da non avere la mano adatta per un affresco, che – incredibile ma vero – va dipinto a fresco. Leonardo però, astuto come una lince, decise di  ovviare al problema con un goffo tentativo d’encausto: colore mescolato a cera e acqua per mantenerlo liquido, da far velocemente asciugare con una fonte di calore non appena posto sulla parete. Peccato però che l’esito non fu granché felice, visto che i bracieri atti a tale scopo vennero adagiati per terra, seccando così solo la parte inferiore (il dipinto misurava 25×6 metri), mentre dall’alto il colore colava ancora. In fondo la brillante idea gli era venuta leggendo gli scritti di Plinio il Vecchio, che descriveva minuziosamente il procedimento: insomma, un altro genio del crimine, uno di quelli che “uh, guarda, il Vesuvio erutta!”, e sta lì a scrivere aspettando di morire intossicato… Uno che probabilmente l’11 settembre si sarebbe messo di corsa a salire in cima alle Torri gemelle per parlarci della skyline newyorkese.

Per fortuna arrivò Vasari a sistemare le cose, quando Cosimo I richiese l’intervento di un internal designer per ammodernare la sala. Strinse pareti, alzò soffitti, costruì capriate e cassettoni. C’era però quel murales del maestro, che sì, aveva fatto un po’ di porcate durante la realizzazione, ma l’idea non era affatto malvagia: l’anatomia delle figure, strette nella morsa della morte, nell’orgasmo della battaglia. Una lotta disperata e violenta di uomini e cavalli senza più distinzione, perché la natura feroce accomuna tutti di fronte all’estremo passo. E’ la forza inumana di chi affoga e con ogni mezzo cerca di tirarsi a galla, spingendo gli altri sotto. Mors tua vita mea. Stava in questo la grandezza dell’opera, tra le più espressive di Leonardo (altro che il sorriso stitico da “ce-l’ho-solo-io” di quella frigida al Louvre): la vita come lotta incessante, come sforzo disumano per sconfiggere le proprie paure, i dolori, la morte stessa. Una battaglia persa in partenza, alla quale però nessuno di noi si sottrae, si vuole sentire battuto.

Pare quindi che l’architetto facesse innalzare una seconda parete, sulla quale poi apporre il proprio affresco, di modo da preservare l’opera sottostante. Le ultime indagini spettrografiche hanno rivelato la presenza dei colori di Leonardo, resta da capire se il suo lavoro è definitivamente perduto o solo nascosto dalla successiva ricostruzione. A dare retta al Vasari, chi cerca trova. O almeno così ha scritto sul suo affresco, su una bandiera a poca distanza da dove sorgeva l’opera precedente. Si riferiva proprio a questo? Chissà. Cerca, trova.

Fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.

P.S. Ma almeno vi piace? Spero di sì, perché resta. 😀

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