Feeds:
Articoli
Commenti

Chi sei? Chi sono. Me lo chiedo sempre più spesso. Non mi conosco, e se non mi conosco io, chi può? E se non mi conosce nessuno, esisto? Continuo a scrivere, per la mia malaugurata inclinazione a ritenere più convincente, più concreto, quello che cedo alla carta che al corpo. Così poi, un giorno, quando passerò davanti a uno specchio scoprendo improvvisamente di non lasciare nessuna immagine riflessa, potrò correre qui, a scorrere queste pagine, e confortarmi che sono, che esisto, o che almeno in passato c’ero stato.

Che immagine ci potremo mai fare di noi stessi se ci troviamo perennemente in nostra compagnia, come un carcerato col suo piantone? Come potremo mai misurare i mutamenti del nostro carattere se li viviamo costantemente, in tempo reale, nel loro parsimonioso scorrere di sabbia fine? Ogni tanto vorrei uscire di casa, sedermi in un bar, e poi tornare dimenticando me stesso lì, al tavolino. Poi un giorno, con calma, attraverso qualche vecchio amico in comune, ci potremmo presentare a vicenda.

Ciao!

Ciao, piacere! Sono Filip.

Anch’io. Piacere mio.

Chissà che impressione mi farei. Simpatico? Bah. Bello? Certo non da girarsi a guardare. Un cesso? Può darsi, anche se non mi piango troppo addosso. Intelligente? Pretenzioso. Di compagnia? Il primo quarto d’ora. Forse non ci scambierei neanche il numero, con me stesso. Ce ne torneremmo a casa, e da quel giorno ogni volta che si organizzasse un’uscita dove ci sono anch’io, me ne starei a casa, per non incontrarmi. O starei sempre circondato da altri, per non farmi agganciare.

Magari tutti dovrebbero, un giorno o l’altro, conoscersi come estranei. Potrebbe rivelarsi un ottimo esercizio di igiene sociale. Certo, ci sarebbero sempre gli eccessi, quelli così pieni di sé da innamorarsi e metter su casa assieme, che hanno vagonate di amor proprio da farci su famiglia, altri talmente disperati da suicidarsi piuttosto che vedersi una volta di più allo specchio, o per strada. Poi ci sarebbe la maggioranza, che rimarrebbe delusa di sapere quanto è piccola, insignificante e meschina. Se tutti quanti scoprissimo dall’oggi al domani che gli aggettivi più miseri non si applicano agli altri, a loro, a quelli fuori, forse si sdoganerebbe una salutare dose di modestia. L’imbarazzo per la nostra nullità ci renderebbe più credibili, fors’anche più simpatici.

Forse. Un giorno. Intanto se mi incontrate da qualche parte fatemi il favore di non darmi il mio numero, ora come ora mi eviterei alla grande.

Il seguente filmato dice tutto.

Non riesco nemmeno a commentare.

Questo il feroce, terribile, intimidatorio urlo del segretario da encefalogramma piatto del Partito democratico (scrivo con la maiuscola non per rispetto, ma per gli stranieri, così capiscono che sì – si parla di un partito specifico, non di “un” partito democratico in generale, e che sì – in Italia un partito democratico nello specifico si chiama Partito democratico, come chiamare, che so, il proprio cane Cane). Dichiarazione che tra l’altro preclude anche l’ultima possibilità per Bersani & Co. d’essere richiesti in tv, a Chi l’ha visto?.

È davvero possibile per questa nomenklatura settuagenaria (non è vero, ci sono anche i ganzetti sui sessanta) che il vecchio spirito piciino da supremazia partitocratica prevalga su tutto, non dico sull’amor patrio (hahahahah!!) – che ormai al punto al quale siamo può tranquillamente sfociare in preoccupazione per le condizioni di sopravvivenza stessa della patria –  ma un moto, un singulto di dignità personale, che non permetta a politici di mestiere di spacciare per ginnastica riabilitativa un coma irreversibile, sfogando sui proprio occhiali il consapevole imbarazzo per le stronzate immani dichiarate, che perlomeno quelli hanno la decenza di tacere.

Rivedevo questo intervento del buon Nanni Moretti in piazza Navona, e mi chiedevo che differenza ci fosse rispetto alla nostra situazione odierna. Poi per fortuna mi è venuto in soccorso il calendario: il filmato è del 2002, oggi è il 2010. Forse ha ragione Berlusconi, visti i tempi biblici di questa sinistra scaldabanco, fa pure in tempo a sconfiggere il cancro.

Tempi bui…

Nota a margine/2

Oggi ha soffiato un vento fortissimo che ha spazzato ogni cosa, così poco fa sono uscito fuori, e alzando la testa ho visto le stelle. Me le ero dimenticate, le stelle. Non erano molte, ma neanche poche, di più non si può pretendere dall’illuminatissima notte lombarda. Tanto è bastato perché mi tornassero in mente, e ricordare è un po’ scoprire, si apre una nuova porta nell’anima e dietro ci siamo ancora noi, con volti differenti. Tutto poi crolla, spinto in un domino di sentimenti pacifici, terribile il senso di colpa che scaturisce quando ci si aliena dai problemi del mondo, si sminuiscono le proprie colpe e le ingiustizie altrui. Non serve che spieghi nulla, chi sa già comprende, chi non vede non può accettare per differita, se ha cuore lo vivrà sulla propria pelle, come ha vissuto nei millenni passati.

Niente ha con voi da spartire la dolcezza di questa mia solitudine, che mi parla più nitida delle vostre voci vive. Mai come ora vi sento vicini, ed è solo nella vostra completa assenza che riesco ad amarvi, e darvi un senso che non v’appartiene. Triste è il prezzo da pagare per essere felici, pericoloso il senso di precarietà nel momento in cui lo si sente. In che tempo viviamo lo spocchioso cammino? Nel rimpianto del passato o nell’oppiacea speranza del futuro? Solo dell’ora non ci fidiamo, pericolosamente concreto per trovare il coraggio di respirare. Malleabile vita di cera scaldata, si spezza o si appiccica, prende forma di cose a lei estranee, che fanno sì che assuma una forma piuttosto che l’altra. La colpa è solo mia: non bisognerebbe mai sottovalutarle, le stelle.

Redemption Day, Johnny Cash, American VI: Ain’t No Grave (2010)