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Archive for marzo 2010

Questo il feroce, terribile, intimidatorio urlo del segretario da encefalogramma piatto del Partito democratico (scrivo con la maiuscola non per rispetto, ma per gli stranieri, così capiscono che sì – si parla di un partito specifico, non di “un” partito democratico in generale, e che sì – in Italia un partito democratico nello specifico si chiama Partito democratico, come chiamare, che so, il proprio cane Cane). Dichiarazione che tra l’altro preclude anche l’ultima possibilità per Bersani & Co. d’essere richiesti in tv, a Chi l’ha visto?.

È davvero possibile per questa nomenklatura settuagenaria (non è vero, ci sono anche i ganzetti sui sessanta) che il vecchio spirito piciino da supremazia partitocratica prevalga su tutto, non dico sull’amor patrio (hahahahah!!) – che ormai al punto al quale siamo può tranquillamente sfociare in preoccupazione per le condizioni di sopravvivenza stessa della patria –  ma un moto, un singulto di dignità personale, che non permetta a politici di mestiere di spacciare per ginnastica riabilitativa un coma irreversibile, sfogando sui proprio occhiali il consapevole imbarazzo per le stronzate immani dichiarate, che perlomeno quelli hanno la decenza di tacere.

Rivedevo questo intervento del buon Nanni Moretti in piazza Navona, e mi chiedevo che differenza ci fosse rispetto alla nostra situazione odierna. Poi per fortuna mi è venuto in soccorso il calendario: il filmato è del 2002, oggi è il 2010. Forse ha ragione Berlusconi, visti i tempi biblici di questa sinistra scaldabanco, fa pure in tempo a sconfiggere il cancro.

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Oggi ha soffiato un vento fortissimo che ha spazzato ogni cosa, così poco fa sono uscito fuori, e alzando la testa ho visto le stelle. Me le ero dimenticate, le stelle. Non erano molte, ma neanche poche, di più non si può pretendere dall’illuminatissima notte lombarda. Tanto è bastato perché mi tornassero in mente, e ricordare è un po’ scoprire, si apre una nuova porta nell’anima e dietro ci siamo ancora noi, con volti differenti. Tutto poi crolla, spinto in un domino di sentimenti pacifici, terribile il senso di colpa che scaturisce quando ci si aliena dai problemi del mondo, si sminuiscono le proprie colpe e le ingiustizie altrui. Non serve che spieghi nulla, chi sa già comprende, chi non vede non può accettare per differita, se ha cuore lo vivrà sulla propria pelle, come ha vissuto nei millenni passati.

Niente ha con voi da spartire la dolcezza di questa mia solitudine, che mi parla più nitida delle vostre voci vive. Mai come ora vi sento vicini, ed è solo nella vostra completa assenza che riesco ad amarvi, e darvi un senso che non v’appartiene. Triste è il prezzo da pagare per essere felici, pericoloso il senso di precarietà nel momento in cui lo si sente. In che tempo viviamo lo spocchioso cammino? Nel rimpianto del passato o nell’oppiacea speranza del futuro? Solo dell’ora non ci fidiamo, pericolosamente concreto per trovare il coraggio di respirare. Malleabile vita di cera scaldata, si spezza o si appiccica, prende forma di cose a lei estranee, che fanno sì che assuma una forma piuttosto che l’altra. La colpa è solo mia: non bisognerebbe mai sottovalutarle, le stelle.

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Redemption Day, Johnny Cash, American VI: Ain’t No Grave (2010)

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Era il 20 marzo 2003, gli Stati Uniti invadevano l’Iraq. Già il 1 maggio, Bush, a bordo della portaerei Abraham Lincoln, annunciava la fine delle principali operazioni di combattimento. Oggi, sette anni più tardi, sono ancora lì…

…alcuni.

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A vent’anni occorrerebbero altre dieci vite, perlomeno per i dieci errori più gravi già commessi.

Per ognuna di queste, dieci vite ulteriori. E ancora, altre dieci, perché ci sarà sempre la voglia ingiustificabile di ripetere gli stessi sbagli.

Per ogni rinuncia, dieci notti di ripensamenti. Per ogni momento di commozione, dieci abbracci.

Per ogni illusione, per ogni sogno, per ogni attimo inatteso, la voglia di rimanere nuovamente imbrogliati.

Dieci volte ventiquattro ore in un giorno, che il tempo per tutti pare non esserci mai. E guardare sempre negli occhi, a lungo, abbracciare l’imbarazzo, afferrare la distanza. Dieci sorrisi per ogni momento in cui la sintonia ci vorrebbe portare al pianto.

Di dieci mesi prolungare la vita per ogni volta che si rimanda un progetto, che si calpesta un desiderio. Morire tra otto secoli con la nostalgia per una vita corsa troppo veloce.

Dieci orizzonti avanti a noi, per quando ci si volta indietro, a commiserare la propria miopia.

Dieci amici, per ogni volta che s’è detto “domani”. Dieci donne, e per ognuna una vita sola, ed intera.

Dieci viaggi senza mappa, dieci modi diversi di fallire completamente per dover ricostruire tutto a partire solo da noi stessi, dieci passi per volta.

Cento tentativi di carpire la vita, scanditi da mille altri per descriverne l’essenza. Urlare, anche una volta sola, in mezzo a una folla di perfetti estranei tutti i dieci che non avremo mai, e le decine di volte che avremmo potuto cambiare strada e siamo rimasti in corsia, senza muoverci.

Dieci pianti di quelli senza imbarazzo, senza bisogno di chiedere perché si piange. Per la bellezza del mondo, per la grandezza dell’uomo, per la poesia dei suoi limiti, dei suoi sprechi, dei suoi errori. Dieci volte più grandi dei nostri personali, dieci volte meno sentiti.

Dieci volte dominare la cima, e volerne condividere l’infinita solitudine con qualcuno, senza al contempo rinunciare all’incanto del proprio esistere, nella sua fiera ragione del perché sì.

Dieci volte realizzare la concretezza di ogni istante, che prima che fotografia, per un minuto, per un secondo, per un millesimo è roccia, è granito tremendo.

Dieci volte riscrivere questa pagina, per catturare qualcosa che non vuole uscire, o almeno strapparlo a voi, per sentirmi dieci volte meno solo.

E se vivere fosse solo un istante, perdonatemi, ma non lo voglio sapere.

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Ljubljana, 1947. Gruppo di emigrati isontini durante una pausa del lavoro volontario.

Oggi vorrei raccontare di una parentesi minore ma molto significativa del dopoguerra italiano, scivolata via – chissà perché – dai canali della storia ufficiale, eppur così interessata in questi ultimi anni a studiare e riscoprire le vicende degli italiani in Jugoslavia alla fine della Seconda guerra mondiale. Io stesso mi ci sono imbattuto del tutto casualmente, attraverso uno splendido radiodocumentario realizzato da Andrea Giuseppini nel 2006, prodotto da Amis e Radioparole, gentilmente inviatomi dall’autore stesso.

Il sogno di una cosa prende il titolo da un’opera pasoliniana e, come il lavoro narrativo di Pasolini, nasce nel mondo rurale di un Friuli immiserito. Tra il 1946 e il 1947 alcune migliaia di lavoratori, contadini, disoccupati lasciano l’Italia e passano illegalmente la frontiera jugoslava. Sono anni confusi, di inquietudine e speranza. Anni in cui lo stesso destino di Trieste pare oscillare fra Est e Ovest, dove alcuni, forse più di quanti si voglia far credere oggi, aspirano alla “settima federativa”, a quella porzione di territorio comprendente Trieste e provincia che si vorrebbe far passare sotto lo stato jugoslavo. Manca il lavoro, mancano le case, il cibo. Eppure non è solo la fame a spingere a questo controesodo, è anche qualcos’altro, qualcosa di più: è l’ideale di un mondo diverso, perché “di là era il comunismo, a cercare la fortuna”.

È un paese che deve rinascere, venire ricostruito dalle fondamenta. Mancano le infrastrutture, i servizi, e soprattutto le maestranze e le conoscenze per dare vita a tale processo. Così se da un lato sarà la competenza dei lavoratori di Monfalcone a dar vita alle industrie cantieristiche di Pola e Fiume, dall’altro molti zappaterra verranno formati proprio lì, sul posto, a diventare costruttori edili, carpentieri, falegnami. Attraverso le vecchie, calde voci di alcuni testimoni, uomini e donne ormai ottuagenari, riaffiora in un linguaggio semplice, a tratti desueto, il sogno, la speranza di una società nuova, nuda ma per questo intesa come ricca di opportunità, a cui volgersi e dedicarsi con l’idea di “andare a costruire il socialismo”.  Lo stupore maggiore è scoprire che davvero, nonostante tutte le difficoltà del dopoguerra, le prospettive sono effettivamente superiori a quelle di un’Italia stagnante, ancora lontanissima dal boom economico che solo dagli anni ’60 le permetterà di risollevarsi da una miseria cronica e diffusa. La partecipazione entusiastica alle brigate di lavoro volontario per la costruzione di grandi opere, strade e ferrovie, alla vita locale, agli spettacoli, alle manifestazioni sportive, crea un senso d’appartenenza e fiducia tra popolazione locale e immigrati italiani stupefacente, considerato anche il recentissimo passato di occupazione nazista e fascista. Sono anni in cui davvero l’impossibile sembra possibile, dove i diritti fondamentali, l’uguaglianza e la giustizia paiono mete raggiungibili e pilastri realizzabili.

Tutto ciò però giunge a una fine brusca e inattesa, quando nell’estate del 1948 la Jugoslavia di Tito viene espulsa dal Cominform, la lega dei partiti comunisti voluta da Stalin dopo la fine della guerra, e che univa i PC dei diversi paesi europei, tra cui anche l’Italia.  Si entra in un fase di terrore, sospetto, nella quale il partito jugoslavo usa il pugno di ferro contro gli stalinisti veri e presunti, nella pericolosa (e poi riuscita) lotta di mantenimento del controllo e dell’indipendenza rispetto alla sfera d’influenza sovietica, alle sue porte. Gli italiani, in maggioranza legati ad un PCI che attraverso Togliatti aveva manifestato il proprio appoggio alla scomunica di Tito per la sua politica “deviazionista”, si trovano spiazzati. Non comprendono più il corso degli eventi, legati ancora al mito della Russia socialista, non accettano il nuovo corso jugoslavo, e come tali, di fatto, si trovano costretti, con le buone ma spesso con le cattive, a lasciare il paese. La maggioranza dei friulani e monfalconesi rientrano in Italia, ma alcune centinaia solo dopo aver trascorso anni nelle dure prigioni del regime titino, come l’isola di Goli Otok, per la rieducazione dei cominformisti.

Ritengo che questa vicenda possa rivelarsi un’efficace chiave di lettura per quanto riguarda la precedente e forse anche contemporanea vicenda dell’esodo italiano dall’Istria e dalla Dalmazia, che si tende spesso a far passare, per ragioni discutibili, un mero fatto etnico e di odio razziale, quando ha avuto alla base ben più gravi e implicanti motivazioni politiche e storiche, poi certo degenerate, ma non credo pregiudizievoli verso gli italiani semplicemente in quanto tali.

Per chi fosse interessato lascio l’indirizzo di Radioparole, con la speranza che progetti di ricerca come questo riescano a trovare più spazio e voce in un mondo che sempre più spesso e sempre più forte grida senza cognizione di causa né interesse alla (ri)scoperta.

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