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Archive for ottobre 2009

Amerika, Rammstein, Reise, Reise (2004)

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Giornale Il Caffé, 21/10/2009

Nel Regno Unito è in corso un acceso dibattito del quale da noi, qui in provincia, giunge appena qualche mormorio stentato. Oggetto della diatriba è l’annuncio che la banca d’investimenti Goldman Sachs, che si fa pernacchie della crisi sfornando bilanci trimestrali in netto avanzo uno dietro l’altro – il terzo e ultimo a oggi redatto mostra profitti pari a 3 mld/$ (2,11 mld/€), attesi in crescita per l’ultimo quarto dell’anno in corso – offrirà ai suoi 30.700 dipendenti, proiettando i dati al 31 dicembre, tra retribuzioni, bonus e benefit vari, la bellezza totale di 24 mld/$ (16 mld/€). Detto in altre parole, più di 520.000 € a testa, non così equamente distribuiti: ad alcuni top trader spetteranno premi da 27 milioni di €, ad altri 14, 7 e così via. Se così sarà, vorrà dire che nel 2009, con una crisi che fiduciosamente si ritiene già alle spalle ma dalla quale non si è propriamente usciti e, in verità, è difficile prevedere davvero quando, il gruppo americano oltrepasserà la soglia record registrata nel 2007 di 21 mld/$.

La stessa Goldman Sachs che meno di un anno fa ricevette aiuti statali per 10 miliardi di $, prontamente restituiti a luglio 2009, con una solerzia che in molti hanno un poco ingenuamente letto come dimostrazione di buona volontà, altri, più malignamente, sotto l’annuncio della presidenza Obama che i gruppi che hanno usufruito del piano di sostegno Tarp avrebbero avuto tetti di compenso per manager e dirigenti fissati dallo stato. Insomma, come diceva Giulio Andreotti, “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”.

A mio vedere, cifre di queste dimensioni spingono un lettore interessato a porsi, a ritroso, una domanda fondamentale: cos’è Goldman Sachs? Ventiquattro miliardi di dollari sono forse troppi per disinnescare la domanda con un semplice “banca”.

GS è fondamentalmente una holding finanziaria, vigilata ora dalla Federal Reserve, che trae per la maggior parte profitti da operazioni su ogni sorta di mercato finanziario, scommettendo sul valore futuro dei più disparati asset: materie prime, tassi d’interesse, titoli azionari, indici, valute, in un far west nel quale i cowboy tra più famosi sono belli che stecchiti (Bear Stearns, Merrill Lynch, Lehman Brothers), e dove l’ultimo gringo rimasto, Goldman Sachs appunto, è ora padrone (o quasi) dell’intera prateria. Orbene, se però il nostro pistolero è il solo capace di centrare il bersaglio, sarà che ha la mano più ferma del west oppure è il bersaglio a materializzarsi dove lui spara? Detto meglio: se Goldman Sachs opera su mercati incerti e invisibili, scommettendo su valori futuri illeggibili ex ante, dove quindi tutto si gioca sulla quantità, qualità e attendibilità dell’informazione e di chi crea tale informazione, oltre che dal comportamento degli altri operatori (i defunti e i malaticci), quanto pesano le analisi stesse dei partner della Goldman sui risultati? Si tratta di stabilire, in breve, se non ci si trovi di fronte alle classiche profezie autorealizzanti, e quanto spazio sia quindi ancora concesso più che al rischio al vero e proprio azzardo. Certo resta che il banco vince sempre, se consideriamo il fatto che i vari compensi rappresentano quasi il 50% dei ricavi netti. Dato che la dice lunga sulla scala di valori e urgenze che guidano le scelte dei nostri bravi traders, senz’altro sempiterni innamorati della massimizzazione dei profitti, talebani neoclassici che si nascondono dietro il dogma mai dimostrato della perfetta razionalità dei mercati e, perché no, dei mercanti. Il chiasso alzato da chi dal gioco d’azzardo non è mai stato attratto, e perciò resta immune al fascino del tavolo verde della borsa, meno allo scandalo di premi milionari, è salito un po’ troppo: si è cercato di correre ai ripari promettendo che la Goldman devolverà forse più di un miliardo di dollari in beneficenza, il classico piatto di lenticchie per godersi il grosso della torta senza occhiate velenose dalla finestra.

Insomma, che etica e finanza non vadano a braccetto non mi pare una scoperta recente né poco condivisa, il vero nodo da sciogliere è quello di capire se ciò sia prima di tutto corretto e, ora come non mai, sicuro per i futuri sviluppi dell’economia globale, oppure se ci sia bisogno di regolamenti e controlli più rigidi e ricercati, senza per questo alzare lo spauracchio di un paventato spettro statalista. Qualsiasi marcato intervento di regolazione dovrà però essere adottato a livello mondiale, che sia l’imposizione di tetti massimi a commissioni e retribuzioni, oppure al rapporto d’indebitamento tra asset totale e capitale di rischio. Lo sforzo risulterebbe altrimenti non solo vano e controproducente, ma difficilmente realizzabile. Un argomento che sarebbe interessante portare al tavolo del G20, e verificare se sia troppo pretenzioso credere si possa cambiare qualcosa con la stessa rapidità con la quale si è saputo rispondere alla crisi nell’autunno dell’anno passato. A chi invece contro ogni evidenza storica crede ancora, o torna a farlo, negli ingranaggi perfetti di un mercato a orologeria, mi sento solo d’augurare un’orchestra decente e un concerto indimenticabile, mentre il Titanic corre verso il prossimo iceberg.

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Bager revolucija

Pochi giorni fa, il 05 ottobre, ricorreva il nono anniversario di quella che alcuni chiamano Rivoluzione di velluto, altri Rivoluzione bulldozer. Il giorno in cui, secondo i più spinti ottimisti, la Serbia dava il buongiorno alla libertà, alla democrazia, allo stato di diritto, al mondo (cit. Vreme). Una data fondamentale per la storia (politica e non) del paese, e quindi dei Balcani tutti, e, in ultima ma non troppo indiretta analisi, d’Europa. Ma cosa esattamente è successo, quel 05 ottobre 2000? Un riassunto attinente ai fatti potrebbe essere il seguente: gigantesche dimostrazioni di piazza costrinsero l’allora presidente uscente Slobodan Milošević ad accettare la sconfitta alle elezioni presidenziali della Repubblica Federale Jugoslava (Serbia e Montenegro), dopo 15 anni di regime ininterrotto. Alle precedenti elezioni presidenziali del 24 settembre, infatti, il candidato della DOS Vojislav Koštunica (Demokratska Opozicija Srbije, Opposizione democratica di Serbia), coalizione di 19 diversi partiti antigovernativi, aveva totalizzato 2.470.304 voti,  600.000 più di Milošević, il 50,24% dei voti espressi. Il governo però dichiarò che Koštunica aveva realizzato il 49% dei voti, l’1% in meno dell’allora maggioranza assoluta prescritta per passare le elezioni al primo turno, e che quindi bisognava tornare alle urne per il ballottaggio. La DOS chiamò allora a raccolta i cittadini per il 05 ottobre davanti al Parlamento, affinché venisse validata la vittoria al primo turno, per evitare che al secondo potesse essere annullata. Al presidente Milošević venne posto l’ultimatum di accettare, entro le ore 15.00 del 05 ottobre, la volontà del popolo (termine oggi troppo spesso utilizzato a sproposito) e lasciare la carica.

Parlamento Serbo, 05 ottobre 2000, Belgrado.

Parlamento Serbo, 05 ottobre 2000, Belgrado.

La corte costituzionale s’era intanto espressa, il 04 ottobre, in un clima esplosivo, su alcune irregolarità occorse in diverse circoscrizioni elettorali, soprattutto in Kosovo, invalidando quindi parte dei voti. I dati, seppure per molti versi contraddittori, che ne risultavano sono quelli precedentemente citati, con la conseguente elezione a presidente della federazione di Koštunica. Date queste premesse, alle 15.35 del 05 ottobre, nonostante il massiccio utilizzo di lacrimogeni da parte delle forze di polizia, la folla irruppe in parlamento, mentre altri dimostranti davano fuoco alla sede della TV di stato (RTS, Radio Televizija Srbije), che dalle 17.00 interruppe qualsiasi trasmissione. Essendo il paese completamente paralizzato, venne istituito un governo tecnico di transizione di cui facevano parte la DOS, l’SPS (Socijalistička Partija Srbije, Partito Socialista Serbo – il partito di Milošević) e l’SPO (Srpski Pokret Obnove, Movimento Serbo di Rinnovamento, in coalizione con l’SPS). Ben presto l’allora presidente della Serbia (da non confondere con il presidente della federazione jugoslava), Milan Milutinović, sciolse il parlamento e indisse urgentemente nuove elezioni parlamentari per il 23 dicembre 2000, in cui in un’atmosfera euforica trionfò la DOS.

Oggi, dopo nove anni, cosa resta di quei giorni, di quelle speranze? Nove anni non si possono certo definire pochi, è quasi un decennio, e qualsiasi processo o periodo di transizione dovrebbe definirsi chiuso e terminato da tempo. Qual è quindi l’attuale posizione della Serbia? È più democratica, più libera, più moderna, più aperta, più capitalista, più efficiente? Di tutto un po’, e di tutto niente. Partiamo dal presupposto che nel 2009 la qualità della vita e la ricchezza del paese sono ben lontane dai livelli del 1989, ultimo anno che può essere considerato come “normale” nella vecchia (e con imbarazzo sempre più rimpianta) SFRJ. Sì – è lecito pensare – ma per quanto il processo di modernizzazione e ricostruzione possa essere lento rispetto alla velocità con cui i tragici anni ’90 hanno saputo mettere in ginocchio un paese ed un popolo, procederà pur sempre nella giusta direzione. Ed invece si assiste ad una stagnazione, ad uno sconforto e una disillusione che sempre più assumono i toni dell’involuzione. Scetticismo, razzismo, xenofobia, povertà sono spettri sempre più concreti di cui l’attuale governo filoeuropeo dovrebbe mostrare di preoccuparsi ben più di quanto fa, agendo nella sostanza e non solo sul piano dell’immagine.

Il susseguirsi di violenze e attacchi soprattutto contro turisti stranieri, spesso occidentali, per le strade di Belgrado è giunta al suo culmine quando lo scorso 17 settembre, in un bar di pieno centro, è stato picchiato a morte Brice Taton, un tifoso francese di 28 anni arrivato nella capitale serba per assistere alla partita Partizan-Tolosa. Sedeva con alcuni amici, in tutta tranquillità e senza mostrare alcun vessillo della squadra francese, quando un gruppo di hooligan belgradesi a volto coperto è entrata con mazze e spranghe, assalendo il francese e continuando a prenderlo a calci una volta a terra, oltre che colpirlo con l’aiuto di bicchieri e posacenere. Il giovane è finito al pronto soccorso col cranio e la cassa toracica schiacciati e la mano destra fratturata. Ciò non è bastato a destare le coscienze della società civile, ed anzi nei giorni che sono seguito l’escalation di violenze per le strade è solamente aumentata, arrivando anche a sospendere il Gay Pride programmato per il 20 settembre, dopo un primo disastroso tentativo nel 2001, a causa delle continue e pressanti minacce di gruppi estremisti, con il tacito avvallo della chiesa ortodossa serba. Solo il 29 settembre, all’annuncio della sopravvenuta morte di Taton, che nonostante le rassicurazioni da entrambe le parti ha causato un grave incidente diplomatico tra Francia e Serbia, la polizia è intervenuta arrestando undici sospetti delle violenze sul ragazzo francese. L’atmosfera, nel suo complesso, è la tragica dimostrazione di come lo stato sia fondamentalmente impotente, a volte tacito complice, altre messo pavidamente in ginocchio e in balìa di correnti deviate che non dovrebbero in alcun modo poter interferire nelle scelte di un paese libero. Se le strade di Belgrado sono insicure per una manifestazione non violenta, se il moltiplicarsi nelle settimane precedenti l’evento di scritte per la città quali “A Belgrado scorrerà il sangue, la parata non si farà”, “Morte ai gay”, “Vi aspettiamo”, la notizia di pullman organizzati dal Montenegro per dare man forte ai hooligans serbi, hanno portato lo Stato, le forze dell’ordine, la città stessa non ad opporre una risposta decisa e fiera, ma a trincerarsi in silenzi dal significato ambiguo, la dice lunga sulla reale volontà del paese di voltare pagina, dove la voce dei molti che sperano in un futuro di pace e modernità viene, esattamente come negli anni ’90, smorzata e frenata dalla prepotenza e dalla violenza dei meno.

È inoltre interessante notare che questo “ritorno al buio” prende luogo pochi mesi prima dell’ingresso della Serbia nell’area Schengen, che dovrebbe finalmente consentire ai serbi di viaggiare liberamente per l’Europa. Un risultato che potrà avere risvolti concreti di vaste proporzioni, nella cultura della tolleranza  e nella capacità di percepire meglio il mondo esterno, soprattutto per le giovani generazioni cresciute all’ombra della guerra e delle restrizioni, che sognano l’Europa senza poterla in realtà immaginare, per le quali il viaggio più lontano è sempre stato il mare montenegrino. Una valvola di sfogo alla frustrazione e al senso d’impotenza dei più che segnerà un ulteriore passo verso il distacco definitivo dalle ombre del passato, e da chi quindi tenta forzosamente di ritrascinare il paese negli abissi di un autodistruttivo orgoglio nazionale e complesso d’accerchiamento.

Ognuno di questi passi è un tassello fondamentale da comporre per raggiungere il fine ultimo della Serbia, ossia l’annessione all’Unione Europea, progetto in cui negli ultimi tempi si era persa la speranza, per via di una politica europea che rimanda continuamente tale promessa a una lontana data da definirsi, e che oggi sembra più vicina anche grazie all’approvazione da parte degli irlandesi del Trattato di Lisbona, che sembrava vivere in perenne stallo, ma che la Serbia seguiva con occhio attento in quanto ben conscia della sua importanza per il proseguio dell’allargamento dell’Unione, senza più – si spera – la scusa che fintanto che non vengano sciolti i nodi interni alla comunità, è impossibile pensare ad un suo ampliamento. L’UE non deve però essere letta come una marea che alta e bassa lambisce o si ritira dalle coste serbe, ma come una presenza concreta e stabile alle sue porte, ferma nelle richieste ma pronta ad aprirle. Nove anni dopo quel 05 ottobre, la Rivoluzione di velluto sembra essersi ridotta più a un ripetitivo appuntamento agiografico, quasi un temino da scuola elementare sull’autunno in arrivo, che al seme da cui abbia saputo germogliare la pianta del progresso e del futuro benessere: oggi come non mai, i suoi fiori sembrano molto lontani dal riuscire a sbocciare.

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Comincio con lo scusarmi per non aver scritto più nulla da qualche settimana, ma è iniziato l’anno accademico e ho scoperto di esser ben più impegnato di quanto credessi. È però una strana pianta questo blog, che pure a non annaffiarla non secca o appassisce, anzi cresce e germoglia indifferente a me, con visite in crescita costante, sia che io ci sia che non ci sia, e allora quasi mi viene d’andare in pensione, che le sono diventato non indispensabile.

C’è quella barzelletta, dell’uomo che cammina giorni e giorni nel deserto, e termina le riserve d’acqua. Stremato dalla sete, incontra un venditore e gli chiede se ha dell’acqua, ma quello vende solo cravatte. E così continua, sempre più esausto, e incontra un altro venditore di cravatte, e un altro ancora, e niente acqua. Alfine arriva davanti a un cancello, dietro si scorge un’oasi verde, tavolini all’ombra, gente seduta che sorseggia dai bicchieri. Un cameriere all’ingresso lo ferma: “Spiacente, l’ingresso è consentito solo ai Signori con cravatta”. Me la raccontavano in casa, da piccolo, e mi è tornata in mente stamane non so come né perché.

C’è che qualche settimana fa – non ve l’ho raccontata questa – stavo salendo su un tram a Milano, di quelli vecchi modello 1500, i più belli, con le panchine scomode, tutti in legno e i lampadari in vetro. Salivo dalla porta centrale, si era appena aperta e non sembrava ci fosse nessuno che dovesse scendere, la carrozza era pressoché vuota. Al primo gradino però mi giunge incontro un signore distinto, direi sulla sessantina, forse di più, subito mi scosto di lato ma quello se la prende a voce alta: “Allora, non è possibile ogni volta! Da questa porta si scende, si sale da davanti! Indietro, indietro!”. Regola teoricamente vera, ma che a Milano non ho mai visto venire rispettata. Cose degne di uno stato evoluto insomma, e pur potendomi avvalere della scusante che tutto un branco di selvaggi alle mie spalle mostrava la mia stessa intenzione, non ho potuto non ammirare la foga e forza di questo soggetto non ancor stanco di innervosirsi e lottare contro il pressapochismo, la confusione e la mancanza di rispetto (qualità che, uno e trino, incarnavo alla perfezione in quel momento) tipiche di questo paese. Ancora capace non solo di alterarsi per le solite dimostrazioni di maleducazione spiccia, talmente blande e talmente diffuse da rientrare nella normalità del vivere quotidiano italico, ma voglioso di combatterle. In Serbia si dice raddrizzare le Drine storte, ossia raddrizzare le anse dei fiumi, dedicandosi follemente a una causa persa.

Poi già che siamo in Serbia ho finalmente ritrovato una busta che cercavo da mesi, con una trentina di foto di famiglia che ho sgraffignato a mia nonna tempo addietro, vanno dagli anni ’20 agli anni ’60 su per giù. Tuffatevi un po’ nel folclore serbo: riconosco la mia bisnonna a destra in punta di piedi, e il trisnonno col colbacco. Gli altri partecipanti sono a me sconosciuti, ingrata discendenza smemorata…

Preci

<<È come una stampella>>, disse con lo sguardo perso oltre i tetti. <<Quando sei zoppo è il migliore sostegno al tuo cammino, ma se le tue gambe sono sane è solo d’intralcio, un terzo piede di troppo.>>
Si accese l’ennesima sigaretta della serata, era il primo giorno e già la sua decisione di liberarsi dai vizi minori andava a puttane, meglio dire non era mai decollata.
<<È così anche con gli uomini; il bisogno li fa incontrare, li fa innamorare: il bisogno di sconfiggere la solitudine, di ottenere certezze, di sentirsi parte centrale di un mondo che per una volta non sia il proprio, ma quello dell’altro. Cosa succede invece a quelle persone che raggiungono le proprie motivazioni per altre vie? Avranno ancora voglia, tempo, bisogno di amare? E se poi questo equilibrio sopraggiungesse quando si è già impegnati?
Lo zoppo buttò le stampelle in aria, e corse, corse felice in viso contro al sole ed al vento. Ed io ero d’un tratto quella stampella.>>

Abbozzo di un racconto mai proseguito (2008), F.S.

Parlerò, e Hollywood starà a sentire… quanto tempo che non ascoltavo del buon swing. Per non parlare delle gocce di cioccolato sui biscotti, un’invenzione meravigliosa. Tutto questo non ha senso, ma che importa? A volte il senso è deleterio, fa perdere tante cose che forse non meriterebbero di esser perdute.

Sensazioni, credo.

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