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Archive for luglio 2009

Signori, ci sono alcuni interventi scritti a metà, qualche frase buttata giù e discorsi non conclusi, tanti bei propositi e poco o niente condotto in porto. Insomma, c’è la storia della mia vita lì da qualche parte. C’è che mi ero ripromesso di scrivere un post di quelli belli oggi pomeriggio, ma ho troppe cose da fare, sistemare, rivedere. Ho da fare alcune chiamate che come sempre sfuggono di giorno in giorno e poi non le fai più, ho da buttare in valigia quattro stracci e partire per Beograd. E non starò qui a soffocarvi con le solite amenità riguardo a ciò che ho in programma, gli impegni da sbrigare, la gente da vedere o quant’altro, che ricordano tanto i soffocanti temini preconfezionati delle scuole elementari, mortiferi come una guida del Touring Club lasciata venticinque anni fa sul fondo di un cartone in soffitta. E cercherò di essere forte abbastanza da non parlarvene nemmeno al ritorno, a meno che non meriti davvero. Nel qual caso avrete comunque il diritto morale di sotterrarmi.

Spero comunque che me ne vogliate, per un motivo o per l’altro, significherebbe che c’è dell’interessamento per l’aria che friggo meglio d’un impiegato part-time del Mc Donald’s, ma non sarei troppo ottimista.

Comunque sia e comunque vada, ci risentiamo tra un paio di settimane, a meno che non ve ne partiate per mete migliori e lidi lontani, nel qual caso vi auguro di non tornare. (Suona minaccioso, lo so, ma non è quello l’intento…).

A presto, gente! Doviđenja!


P.S. A tutti coloro che non ho fatto in tempo (eufemismo: in tempo rispetto a quando? Per quanto?) ad avvisare o salutare, non ve la prendete troppo. Vado e torno, non c’è nulla di eccezionale in un viaggio nell’anno di nostro Signore duemilaenove, vivrete bene senza di me e io senza di voi, mi mancherete poco né d’altra parte gioirò particolarmente della vostra assenza. Gli impegni d’etichetta fossilizzano i legami affettivi. Auguri a tutti!

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I’ve got my indignation, but I’m pure in all my thoughts…
Guaranteed, Eddie Vedder, Into the Wild OST (2007)

Piegàti in ginocchio non c’è modo d’essere liberi
alzando un calice vuoto prego in silenzio
che tutte le mie mete accettino ciò che io sono
così che io possa respirare

I cerchi crescono e inghiottono persone intere
metà della loro vita augurano buonanotte a mogli che mai conosceranno
ho una mente piena di domande ed un insegnante nell’anima
va così

Non avvicinarti oltre o me ne dovrò andare
mi inchiodano come gravità luoghi che attraggono
se c’è mai stato qualcuno in grado di tenermi a casa
sei tu

Tutti quelli che ho incontrato in gabbie da loro comprate
riflettono di me e del mio vagabondare
ma io non sono mai ciò che  pensano
ho la mia indignazione ma sono puro in ogni mio pensiero
sono vivo

Vento tra i miei capelli, mi sento parte di ogni luogo
sotto il mio essere c’è una strada che è sparita
tardi la notte ascolto gli alberi
cantano coi morti
in alto

Lasciami fare perché ho trovato una maniera di essere
considerami un satellite per sempre in orbita
conoscevo tutte le regole ma le regole non conoscevano me
garantito

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Circolare del 16.07.2009, CENTRO RESIDENZIALE TOBLERONE 2

Richiamo alcune norme stabilite tra le regole di condominio, regolarmente disattese (la vostra maleducazione è la mia vergogna), come da delibera assembleare del 12.04.2002:

1. I giovani sono una risorsa per il sistema paese, non per il condominio. È pertanto severamente vietato generare figli in numero superiore a 2 (due) per famiglia, o in ogni caso più di 1 (uno) ogni 50 m² di suolo abitativo. Il limite può essere abbassato a 0 (zero) in maniera del tutto arbitraria e soggettiva da parte dell’Amministratore in caso di coppia procreatrice palesemente ignorante, zotica, esteticamente sgradevole o per qualsivoglia ragione incapace di rendere migliore il pianeta con un figlio a immagine e somiglianza di un bagaglio genetico in partenza fallimentare.

2. È di conseguenza severamente vietata la fornicazione senza l’utilizzo di contraccettivi per nuclei familiari che hanno già sfiorato il tetto massimo. L’amministratore dispone della piena facoltà di irrompere nottetempo negli appartamenti dei Sig. condòmini per verificare il corretto posizionamento dello strumento in lattice sul pene dei Sig. condòmini uomini, ovvero l’utilizzo della pillola anticoncezionale da parte delle Sig.re condòmine donne.

3. Rapporti omosessuali sono consentiti, purché n. 10 (dieci) famiglie, ovvero 2/3 (due terzi) dei proprietari di immobile abbiano firmato specifica liberatoria. I firmatari devono necessariamente presenziare all’atto per accertarne la regolarità. Non sono concesse deleghe.

4. È vietato introdurre animali domestici non di proprietà dei Sig. condomini all’interno del cortile e/o esternamente al fabbricato. Ciò si applica in particolar specie agli amici di razza umana dei pargoli dei Sig. condòmini.

5. I bambini vanno tenuti tassativamente al guinzaglio per non arrecare molestia e disturbo ai condòmini, inquilini e alle persone di sviluppato raziocinio in generale; in particolare ai bambini che già hanno sviluppato o ancora non hanno perduto i denti da latte, va apposta apposita museruola.

6. Viene introdotto il waterboarding per tutti i vicini che si fermano per le scale, o all’ingresso del cancelletto, o all’ingresso del portone di condominio, o in qualsiasi altro collo di bottiglia per il quale è necessario passare, con il palese ed unico intento di attaccare bottone con un gentile e umile “Buonasera”, per poter poi succhiare notizie rilevanti di carattere personale o divulgare informazioni sensibili a danno di condòmini non presenti, con le micidiali quattro parole “Ma ha sentito che…”.

7. Recare disturbo o molestia ai condòmini o inquilini con schiamazzi, suoni, radio, danze, allarmi d’ascensore, sabbe, orge, omicidi all’arma bianca, colpi d’arma da fuoco, crisi isterichi, pianti infantili, disperate richieste di aiuto in caso di vita o morte oltre gli orari consentiti dalle disposizioni vigenti (orari di riposo: dalle 23.00 alle 7.30 e dalle 13.30 alle 15.30).

8. La coltivazione su balconi e terrazze di grano, mais, riso, marijuana, luppolo, tabacco, bachi da seta, l’allevamento in garage e cantine di bovini, ovini, suini, volatili  è apertamente appoggiata, come prescritto dai Piani Quinquennali per il raggiungimento di un’equa Autarchia Socialista dei Popoli e Popolazioni della Libera Repubblica Popolare di Toblerone 2.

9. È vietato gettare oggetti dalle finestre e dai balconi. La cosa si applica anche alle ex mogli.

10. I corpi delle ex mogli vanno nell’umido, non nel secco, onde evitare di incorrere in sanzioni.

Cogliendo l’occasione per porgerVi i più cordiali saluti,

l’Amministratore

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Tratto da http://votantonioblog.splinder.com/

🙂

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Nel 1981 viene pubblicato il decimo album in studio di De André (se si escludono dal conteggio le prime registrazioni della Karim). Intitolato semplicemente Fabrizio De André, viene spesso chiamato L’indiano per via della copertina, sulla quale è riportata un’opera di Frederic Remington, The Outlier (1909):

L'indiano

È essenzialmente un album di rinascita, ed è in quest’ottica che viene intitolato col solo nome dell’artista, come di solito avviene per le opere prime.

Rinascita da quattro mesi di prigionia, trascorsi con Dori Ghezzi tra l’agosto e il dicembre 1979 sui monti della Sardegna, per mano dell’anonima sequestri. Un periodo che farà molto riflettere Fabrizio, passando dalla condizione microscopica di carcerato-carceriere a quella macroscopica di oppresso-oppressore, in un teatro sfumato nel quale è molto difficile definire con certezza i ruoli: intervistato a ventiquattr’ore dalla sua liberazione, il 23 dicembre, commenterà la vicenda dicendo che <<Noi [Fabrizio e Dori] ne siamo venuti fuori, mentre loro [i sequestratori] non potranno farlo mai>>. Perché se per De André gli aguzzini sono stati quattro briganti armati, per i briganti stessi gli aguzzini sono ben più temibili di un ceppo di persone reali, quanto la società tutta, il degrado collettivo, la privazione della libertà.

Da qui l’idea di accostare un popolo, quello dei Nativi Americani, ad un altro, quello sardo, entrambi costretti e schiacciati dalle maggioranze, protetti ed allo stesso tempo incarcerati nelle loro isole di pianura (riserve) o di mare, in lotta per la sopravvivenza. Sopravvivenza non tanto fisica, quanto morale, culturale, storica e dello spirito. Un discorso parallelo ed intrecciato a quello intrapreso quindici anni dopo nel suo ultimo lavoro, Anime salve, nel quale tratterà proprio le minoranze in senso lato, non puramente etnico, ma con sintomi e meccanismi affatto dissimili.

È una soluzione che si amalgama fin dai primi secondi, con l’apertura di Quello che non ho, voci e tiri di schioppo registrati dal vivo, che più che ad una caccia al cinghiale (come effettivamente è: “La caccia al cinghiale è stata registrata in Gallura nel mese di gennaio 1981 grazie alla Compagnia di caccia di Marco Lattuneddu. Grazie a Sandro Colombini che a rischio di fucilate e fratture multiple, sprezzando il pericolo di un’indigestione ci ha aiutati nella registrazione della caccia”), ricorda quella al bisonte nelle praterie d’America. È una denunzia orchestrata e divisa per argomenti e simbologie occidentali, che parte dalla proprietà di inutili orpelli del potere bianco (il treno, le pistole, la camicia…), passando dal monopolio dell’istruzione (Canto del servo pastore: Qual è la direzione? Nessuno me lo imparò / Qual è il mio vero nome? Ancora non lo so), non sempre sinonimo di cultura, a quello violento della guerra (Fiume Sand Creek: Le lacrime più piccole, le lacrime più grosse / Quando l’albero della neve fiorì di stelle rosse / Ora i bambini dormono nel letto del Sand Creek). E dove solo morte e ingiustizia regnano, l’unica speranza è in altri cieli ed altri mondi (Ave Maria).

Con Hotel Supramonte torniamo di peso in Sardegna, per toccare il punto più basso della dolorosa introspezione dell’autore: in una realtà di solitudine ed abbandono (E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo / Tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo), nemmeno i sentimenti umani sanno più attecchire, come l’arida macchia sulla roccia della montagna sarda (Ma dov’è? Dov’è il tuo amore? / Ma dove è finito il tuo amore?). Eppure c’è ancora speranza, c’è quella disperata ricerca della felicità che è sempre stato il fiore più leggero di De André, l’arma che non ha mai concesso al pessimismo delle sue canzoni di oscurare del tutto il sole, banalizzando ed uniformandone il dolore (Passerà anche questa stazione senza far male / Passerà questa pioggia sottile come passa il dolore). Franziska è una romantica raffigurazione del bandito marinaio di foresta, leggera e ironica, dov’egli è nascosto sui monti (Tu bandito senza luna / Senza stelle e senza fortuna / Questa notte dormirai col suo rosario / Stretto intorno al tuo fucile), e lei, di riflesso, stanca e incapace di concedersi ai tanti pretendenti che la circondano (Hanno detto che Franziska / È stanca di ballare / Con un uomo che non ride / E non la può baciare, o ancora, L’altro giorno un altro uomo / Le ha sorriso per la strada / Era certo un forestiero  / Che non sapeva quel che costava). Se ti tagliassero a pezzetti porta all’apice un altro discorso di fondo di De André, ossia il rapporto dell’uomo con la natura vista come rifugio dalla corruzione e dal dolore della società umana: è quando l’uomo perde il contatto dalle sue origini, dalla terra, lì dove fiorisce il rosmarino, dove mio padre è un falco, mia madre un pagliaio, è allora che si perde la propria libertà. Ed infatti la protagonista è una ragazza felice, pura e innamorata (Ti ho trovata lungo il fiume / Che suonavi una foglia di fiore / Che cantavi parole leggere, parole d’amore), ma che presto abbandona l’ingenuità dei primi anni per varcare le porte di quel mondo di toni spenti e obblighi imposti che è la società moderna (T’ho incrociata alla stazione / Che inseguivi il tuo profumo / Presa in trappola da un tailleur grigio fumo / I giornali in una mano e nell’altra il tuo destino / Camminavi fianco a fianco al tuo assassino). In fondo però, come ho già sottolineato, c’è sempre speranza, e a noi non resta che cercare Verdi pascoli, dove la radio suona sempre canzoni da ballare e non c’è niente da scommettere, tutto da giocare / lassù, lassù nei verdi pascoli.

E adesso, alla fine di tutto questo? Ora che la speranza nel futuro ha più il sapore del rimpianto per qualcosa che avevamo, e che per ingordigia e stupidità abbiamo perduto? E adesso aspetterò domani / per avere nostalgia / Signora Libertà, Signorina Anarchia Fantasia

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