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Archive for giugno 2009

Donne di camorraHo letto e ripropongo un – a mio parere –  interessante articolo sul ruolo e sulla condizione femminile in terra di mafia, pubblicato da Repubblica a firma di Roberto Saviano.

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Wake up! Wake up, crowd!
Wake up from your boring dream!

Unza Unza Time, Emir Kusturica & the No Smoking Orchestra, Unza Unza Time (2000)

…’coz it’s unza-unza-unza-unza-unza-unza-unza-unza time!

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Ci sono alcune istantanee che hanno segnato il mondo, condensando in uno scatto interi capitoli della storia recente; chi non ricorda il miliziano caduto in Spagna, le fotografie del D-Day di Capa, oppure gli americani che issano la bandiera in cima al monte Suribachi?

L’immagine che più di ogni altra viene associata alla Guerra fredda è senz’altro quella di Conrad Schumann.

Schumann, nato il 28 marzo 1942, è stato il primo e forse più famoso evasore della Repubblica Democratica Tedesca: nato nell’odierna Sassonia, arruolato nella Bereitschaftspolizei, le squadre speciali e antisommossa della polizia, sorvegliava la costruzione del muro di Berlino. Era l’agosto del 1961, e sotto gli occhi increduli dei berlinesi i soldati dell’NVA (Nationale Volksarmee, Esercito Nazionalpopolare) piantavano i primi paletti e stendevano il filo spinato, tra le lacrime di chi si vedeva per sempre strappato ai propri cari, parenti, amici…

Forse non fu solo il desiderio di libertà, di una vita normale e serena fuori dal giogo della dittatura comunista, forse fu anche il coraggio dell’incoscienza, di quei 19 anni nascosti sotto l’uniforme e l’elmetto calato sugli occhi, a dare al giovane Conrad il coraggio di prendere la corsa e saltare, quel caldo 15 agosto 1961. Il fotografo Peter Leibing ebbe l’accortezza e la fortuna di riuscire ad immortalare il miracolo, gli stivali che schiacciano il filo spinato, il fucile in spalla, le braccia aperte a spiccare il volo, il volto teso, in apnea, quasi a vedere come andrà a finire, se riprenderà a respirare o se verrà invece colpito alle spalle dai propri compagni.

È una fotografia carica di significato non solo perché dipinge la realtà storica di un’epoca, il dramma interiore della città simbolo della Guerra fredda e dei suoi cittadini, ma perché travalica il momento politico, trasmettendo un messaggio universale e eterno: la ricerca della libertà, la lotta contro ogni forma di limitazione della vita umana, unica e preziosa, che troppe volte, in troppe parti del mondo è stata schiacciata dal volere e dalla forza di pochi. È una fotografia in cui non trionfa l’Ovest sull’Est, ma solo un uomo e la sua volontà di scelta, di decidere della propria vita e del proprio futuro, senza ostacoli o paletti imposti da un potere calato dall’alto.

Bernauer Straße, Berlin, 15.8.1961 (© Filip Stefanović)

Bernauer Straße, Berlin, 15.8.1961 (cartolina autografata © Filip Stefanović)

La fuga riuscì, ma non si può parlare di lieto fine: in esilio da casa, Conrad visse tutta la vita in Baviera, lontano dalla propria famiglia e senza fortuna, lavorando presso l’Audi di Ingolstadt. Per tutta la vita ricevette lettere dai familiari nelle quali lo pregavano di ritornare da loro, scoprendo solo dopo il tracollo della DDR essere state sempre scritte per imposizione della Stasi. Caduto il muro si ritornò a parlare di Conrad e della sua vicenda, ed egli ammise quanto ebbe da soffrire per la sua scelta, di essere stato anche alcolizzato per una decina d’anni: <<Solo dal 9 novembre 1989 [caduta del Muro, ndr] mi sono sentito realmente libero.>>

Nel 1990 poté finalmente tornare a far visita in Sassonia, per scoprire tristemente che in molti non avevano mai perdonato il suo gesto, sia tra gli amici che tra i parenti, e trent’anni dopo non gli rivolgevano nemmeno la parola.

Pose fine alle proprie sofferenze il 20 giugno 1998, con un cappio attorno al collo nel frutteto dietro casa, senza lasciare alcun messaggio. <<Sono ancora orgoglioso di quello che ho fatto, non c’era altra possibilità anche se ho corso un grande pericolo e ho tagliato ogni ponte col mio passato: ho perso la famiglia, gli amici, il lavoro, tutto>>, aveva detto una volta. Ma non sempre la certezza di aver fatto la scelta giusta basta per scacciare i fantasmi del passato.

E in fondo, cosa cambia? Conrad Schumann ha raggiunto l’immortalità molto tempo prima, a 19 anni, ad un metro dal suolo, sopra il filo spinato: ha spiccato il volo come un falco, e non è più atterrato.

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Dal Nuovo vocabolario illustrato della lingua italiana, di G.Devoto e G.C.Oli, edizione 1992:
Puttanière – s.m. Dongiovanni da strapazzo. [Der. di puttana].

Dal Sinonimi e Contrari Zanichelli, di G.Pittàno, edizione 1989:
Puttanière –  s.m. 1 (volg.) frequentatore di puttane 2 (est.) donnaiolo.

Da La morale secondo Ghedini, di N.Ghedini, edizione 2009:
Puttanière – s.m. 1 Uomo rispettoso del mondo femminile 2 (giuridico) Utilizzatore finale.

Berlusconi

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Te lo immagini un lampione acceso a buio, in una giornata assolata?

Te lo immagini un mondo dipinto a olio, tranne che per le tele dei quadri, geometrie bianche di pausa calma in un mondo di colori imposti?

Seduto sul soffitto dipingo la mia tela impermeabile, immergendo il pennello nella tavolozza: qui manca uno sbuffo di Respiro, là una pennellata tenue di Aria. Manca Vita, e la passerei volentieri su tutto il quadro per dare un tocco di brillantezza, ma ho finito i primari, Tempo e Illusione; mi toccherà entrare in bottega a rubarli, che a credito non me li concedono più.

Stanco, mi appoggio con le mani tese dietro la schiena, i palmi si macchiano subito dei colori del mondo, quelli che imbrattano le mani, che ungono tutto attorno. Guardo sotto di me, specchiandomi nel Lago della Vergogna, e vedo quanto sono sporco, i vestiti macchiati di ogni tonalità, non mi sono risparmiato niente. Solo il quadro è immacolato, candido, e nel suo vuoto riconosco tutti i toni che disperatamente cerco. È proprio un bel soggetto, penso, e capisco in un momento che è bello perché non si lascia toccare, e non si lascia rovinare nemmeno da tutta l’attenzione che ci metto, sordo ai miei goffi tentavi di miglioramento. Non ha bisogno di me, della mia mano, posso passarci un altro dito di Superbia, lui non si appesantirà, non lo sentirà nemmeno. È forse troppo per me, talmente troppo che non si accorge della mia ammirazione malcelata. Ora mi irrita.

<<Ehi, quadro, che pensi, di poter vivere senza di me? Che sei Arte, e non figlio mio? E allora? Cos’è un libro che dorme su uno scaffale, un tomo serrato di pagine non scorse? Carta. L’anima del libro è solo nel lettore, prende corpo nel momento in cui viene letto ma chiusa la copertina torna cadavere: così tu, cosa sei, quadro? Ti guardo, e sei tutto: un oceano, una città, un viso di donna, uno strumento musicale, una finestra sul mondo, una casa cieca… Ma se smettessi di osservarti? Torni un pezzo di tela, ecco cosa!>>

Tace.

Lo guardo ancora un po’, con la mano impiastricciata di colore mi gratto sovra pensiero la guancia, che in un momento si macchia di Stupore. Cambio pennello, ne prendo uno a punta più fine, lo intingo in Morte e nell’angolo basso a destra battezzo il dipinto.

“Umana stupidità”

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Mrtvi, Đorđe Balašević, Devedesete (2000)
Spinto via da pubblicità e cattive notizie
sono finito sul terzo canale
dove, per qualche strano motivo, scorreva una famosa burlesca…
Tutti quegli scherzi e le stesse facce
un album di fotografie da sfogliare
malinconicamente, come un quaderno d’appunti trovato sul fondo del cassetto
il sorriso si ghiaccia all’istante:
dove sono, ora, Stanlio & Ollio
e questo strabico arrabbiato ed il suo cane bianco?
Oh, sono tutti morti, portati via…
L’edera da tempo ha ricoperto i versi,
dal male e dalle fatiche si sono liberati
ma una brillante allegria, come un’aureola
ancora pioviggina loro attorno.

Erano tempi di vendemmia, è rimasta una foto di lei,
in un anno sconosciuto del Signore…
Beh, comunque, quelle botti sono state bevute da tempo!
Papà col cappello, risaputo, in tweed
scarica la cesta dalle spalle,
il nonno depone il fieno falciato davanti allo stallone,
all’ombra bruna dei peschi
riconosco mia madre solo per la camicetta
ed è come se sentissi implorazioni e risatine lungo la via,
ma sono tutti morti, e beati…
L’edera da tempo ha ricoperto i versi,
da tempi nefasti sono stati risparmiati
e una traccia d’onestà e di bontà, come un’aureola
ancora pioviggina loro attorno.

Nell’annuario scolastico
facce importanti di fighetti e sfigati
ma solo un motto: “Tienti forte, Pianeta!”
Sognatori, geni, campioni
sacrificati come pedine.
Sono cadute le bandiere nel quarantacinque,
ogni volta che li incontro, si lamentano
bisbigliano come cospiratori,
ma è un alito ubriaco il vento che non alza aquiloni.
Tanto, sono già morti, e camminano…
Io non sono nato per aspettare la rovina, no
la mia vita non è in vendita
e quando lavori a maglia la tua aureola
non c’è luogo più adatto dell’oscurità…

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Francia…

 

Barack Obama in Francia 1Barack Obama in Francia 2Barack Obama in Francia 3Barack Obama in Francia 4

  

…Italia

Muammar Gheddafi in Italia 1Muammar Gheddafi in Italia 2Muammar Gheddafi in Italia 3Muammar Gheddafi in Italia 4

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