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Archive for aprile 2009

“E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo
come lacrime nella pioggia.”
Roy Batty in Blade Runner (1982)

Quasi che per scrivere debba serbare sempre veleno dentro, e che senza rancore non ci sia arte né parte. Sempre più me ne convinco, guardando il tempo passare e nulla che mi sembra valga la pena di essere discusso; i giorni come perle opache sul filo di una collana che più non si porta, intrecciati e indistinguibili l’uno dall’altro, bigiotteria che mi soddisfa nel suo risplendere inutile, anche con la pioggia. Semplicemente così, un’altra settimana chiude, o inizia, cosa cambia?

E questo inverno che non finisce più ben si addice al mio orologio interno, non tanto per il suo bigio squallore, quanto più per un senso di immutabilità che strascica e depone, come un fitto e silenzioso velo di neve misericordiosa, dandomi la parvenza che no, il tempo in effetti non passi mai, e che no, non siamo alle porte di maggio 2009: mi lascio scivolar via in questa beata incoscienza tipica degli anni che porto, che la gioventù va e viene come la primavera, che l’inverno è lungo, ma sì, per certo tornerà il caldo.  Lo aspetto stoicamente, senza fretta, ed è meglio non voltarsi indietro e pensare da quanto già lo attendo… Non mi tocca, non mi stupisce, solo gocce di tempo sparse come manciate di semi lungo i solchi della vita. Per carità, non fraintendetemi, sono tutto meno che depresso, o triste, o scoraggiato per qualunque futile motivo. Semplicemente mi sento come se vivessi in un mondo di pellicola, avvolto in un sottile traslucido strato di banalità che lo rende unito e uniforme, una gomma che attutisce ogni emozione possa io provare nei suoi confronti: cosa conta davvero? E più questa domanda acquista forza, più ne consegue un’indipendenza che mi rende forte, ma allo stesso tempo parzialmente manchevole di quella joie de vivre che ho sempre sentito come una delle mie caratteristiche più marcate. Dove diavolo mi sono perso questa volta?!

Eduard von Grützner, Falstaff mit großer Weinkanne und Becher (1896)

Eduard von Grützner, Falstaff mit großer Weinkanne und Becher (1896)

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[E’ un canto del giovedì che precede la Pasqua greco-ortodossa, e rappresenta il lamento della Vergine Maria alla vista di Gesù morto.]

O! Gliki mou ear, Vangelis Papathanassioy e Irene Papas, Rapsodies (1986)

O, mia dolce primavera!

Le donne che portavano profumi sparsero la tomba di fragranze, essendo arrivate molto presto la mattina. La tua purissima madre iniziò a piangere perché tu, Verbo, eri morto. E la giovane ragazza piangeva di calde lacrime, che la spezzavano di dentro:

“O, mia dolce primavera, mio dolcissimo figlio, dov’è tramontata la tua bellezza? Le generazioni a venire pregheranno con un inno il tuo funerale, mio Bellissimo.”

O! Gliki mou ear

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Pulizie

Sono silente da diversi giorni, la Pasqua è stata abbastanza indaffarata. Non so perché mi ha preso la pazza voglia di mettere a posto, e così ho passato due giorni interi in box a spostare, muovere, selezionare, buttare, spolverare, risistemare, portare in discarica, ricollocare. Degni di nota:

  1. Macchina per il pane. Stato: funzionante. Anno di produzione: metà anni ’90. Ultimo utilizzo: metà anni ’90.
  2. Due aspirapolveri. Non funzionanti.
  3. Friggitrice. Funzionante e incrostata. Produzione: primi anni ’90. Ultimo utilizzo: fine anni ’90. Contesa da più parti per le sue valorose doti di frittura con olio di mais, è erroneamente finita alla piazzola comunale, con gran rammarico di amici e fans del macrobiotico.
  4. Scanner. Funzionante? Metà anni ’90. Era abbinato al mio vecchio Pentium I 133Mhz, regalato alla Caritas secoli addietro.
  5. Fax e fotocopiatrice. Tecnologia giapponese degli anni ’80. Degna di qualche museo dell’elettronica. Funzionante? Peso complessivo: all’incirca come una Smart.
  6. Macinacaffè elettrico, con uno di quei bottoni grossi in plasticona rossa anni ’70. Non credo di aver comprato caffè in chicchi in vita mia.
  7. Parcheggio in plastica a 3 piani, con pompa della benzina, meccanico e ascensore. Un must dei pomeriggi sul tappeto tra decine di macchinine sparse ai tempi dell’asilo. L’avrei tenuto (potevo riappassionarmici), ma si è rotto.
  8. Le fioriere di mia madre: l’unica cosa che è riuscita a far durare più di una stagione sono le erbacce. Involontariamente. Se si fosse impuntata di crescere erbacce, sarebbero morte.

Terminata la titanica impresa avrei voluto buttare giù un materasso in box e dormirci, per apprezzare al meglio il frutto di tanta fatica. Perciò oggi ho deciso anche di lavare la macchina, non poteva mica stare sporca in un garage tanto pulito e amorevolmente curato. Altre 3 ore: interno ed esterni. Ora, se c’è una cosa che non faccio MAI è pulire la macchina. Me ne sbatto. Me ne sbatto delle macchine. Sono uno di quegli uomini che non concepisce due cose: il calcio e le macchine. Il termine tecnico credo sia omosessuale. Solo che non sono omosessuale. Non ancora, almeno.

Insomma, oggi mi decido al grande passo, l’ultima volta che ho fatto questa pazzia risale a prima di capodanno, ed erano solo gli esterni, niente interni. Prendo l’aspirapolvere e inizio: bagagliaio, sedili dietro, sedili davanti, tappetini… Poi rifiniture, cruscotto… insomma, due palle. Perché sono una persona nella norma (credo), ovvero una di quelle che l’operazione “lavare la macchina” la posiziona nella lista delle scocciature, di quelle cose che ci tocca ma che sì, si può fare domani… e domani domani, e così via. Tanto che m’importa, da quando ho scoperto l’eterno ritorno di Nietzsche ho capito che qualsiasi pulizia è fondamentalmente inutile.

Orbene, terminata la tappezzeria prendo e mi dirigo all’autolavaggio fai-da-te. Qui scopro una piacevole novità: l’autolavaggio fai-da-te è divenuto punto di ritrovo per tutti i truzzi di Pandino, roba che nemmeno Bar Nazionale e oratorio maschile sanno più fare. Mi vedo questo branco di ragazzini con magliette a strisce, gilettino bombato nero, cappellino in testa, occhiali da sole a mascherina, in gruppi di quattro o cinque, intorno alle loro Alfa (156 o Mito, non importa). I più scarsi con pochi cash si accontentano di una Fiat Brava pimpata di brutto. La cosa che mi risulta poco chiara è perché arrivino in cinque con una macchina sola, voglio dire, se la devi lavare non solo non serve l’A-Team al completo, ma può essere anche d’intralcio mentre strofini gli interni. O forse no, forse il loro ruolo è quello di porta-occhiali da sole. Stanno dentro ipnotizzati dall’ultimo remix del Diabolika mentre il capetto passa il vetril sul parabrezza.

All’autolavaggio ci sono cinque posti per pulire la macchina, e sono un po’ confuso, perché tra questo proliferare di vetture non so se sono in coda e quindi mi devo mettere in fila anch’io, o cosa… Ma per fortuna ci pensano i porta-occhiali da sole: uno mi vede e inzia a sbracciarsi in panico, che non mi vuole mica togliere il piacere di lucidare il mio bolide. “Vai, vai!”. Come per dire, “Stai tranq fratello che qua stiamo finendo, ma che invidia mi laverei anche la tua”. E quasi mi viene da proporglielo, se vuole divertirsi un po’ con la mia, ma forse la Yaris non ha abbastanza attrattiva per lui, dovrei prima attaccarci l’adesivo di Fast and Furious dietro.

Lavo la macchina e mi dirigo verso casa. Il sole è basso, la giornata volge già verso la fine. Bestemmio, mentre in controluce compaiono i primi aloni del vetril.

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Robinia

Nutro, Signor Giudice, una profonda ammirazione per il suo ruolo, perché mai mi ci vorrei trovare.

E nutro, Signor Giudice, un sincero rispetto per le leggi.

Lei è uomo di cultura, ha studiato, la fronte alta, il portamento d’un signore, si vede, e io… io.

Sono certo, Signor Giudice, che lei gli uomini ormai li conosce, e chissà quanti ne ha visti passare davanti a quella cattedra, e quanto rettamente li ha giudicati, condannati o assolti. Tutto conforme a legge, tutto conforme al giusto. E non starò a difendermi Signor Giudice, ho troppo rispetto per lei, e per la Legge, e per la mia dignità, per mentire. No, non cercherò nulla del genere, e nessuno di quei tanti cavilli che mi consentirebbero di nascondermi al mondo e al diavolo da qui alla vecchiaia, che si sa, Signor Giudice, dove portano titoli, articoli e paragrafi. Rovi di spine fitte, che se t’aggrappi e graffi con una, perdi l’equilibrio e cadi su altre cento, e non ne esci più…

La legge è legge, ma forse che l’onore non è onore? O non conta così tanto? Non qui, non dove siamo noi. E che se si fosse rispettata la legge, io, io per primo avrei… oh, Signor Giudice! Quanto ho pregato, sperato, implorato che fosse la legge, la stessa che ora pronta si preoccupa di me, che fosse dico quella a proteggermi quando era tempo, quando c’era tempo, quando… e saranno forse ora le pagine del suo codice ad asciugare il sangue?

Avevo tutta la cascina, sa Signor Giudice, era tutta nostra. E il granaio dietro, e i campi a maggese, e i prugneti e vigneti là a scendere, curvati ai raggi del sole. E poi, là, dall’altra parte, là, Signor Giudice, vede? Dietro quel volo di rondini, tutto un bosco di robinie… quant’erano alte, e forti, e belle. E prima vennero a piedi, dove avevo appena arato. Il giorno dopo ancora, e li rimandai indietro. Ma ogni giorno tornavano, di più. E calpestavano i prugneti, rubavano l’uva. Tutto volevano prendere, era loro, dicevano, da prima, prima che nascessi, e nascesse mio padre, e il suo a sua volta. Era loro, dicevano, lo rivolevano indietro. E la legge, no, la legge era dalla mia, ma lei dov’era, Signor Giudice? Non c’era, nemmeno quando mi presero le vacche. Quanto era dolce il loro latte, e ricco.

Non prendiamoci in giro, di ladri ne sono sempre esistiti, come le puttane, e sempre ce ne saranno. Ma questi… questi davano a me del ladro! E rubavano. Dicevano ch’ero io l’intruso, eppure venivano loro da lontano. E che non ero io, e che non era il mio passato, ma il loro. E i racconti di mio nonno, delle sue mani che alzavano pareti… vento a perdersi. Che cos’è un uomo senza le sue origini, senza la sua terra? E nei loro occhi vedevo lo stesso passato, ma non era possibile, era mio, e me lo volevano portare via… Ma come fa un albero a restare in piedi senza radici? Così arrivarono alle robinie, e corsi fuori. E mi creda Signor Giudice, cercai di convincerli, li implorai, li minacciai… andatevene! Lasciatele perdere! Volevano tagliarle. Dico, lei sa a che profondità arrivano le radici di quelle piante? E quel pendio che addolciva verso il paese, era tenuto solo da loro. Chi mi avrebbe difeso dai venti, chi m’avrebbe trattenuto dallo scivolar via con le prime piogge? Quelle radici erano le mie dita conficcate in questa terra così poca, dove Dio c’ha abbandonati in così tanti…

E senza l’ombra di quelle chiome frondose, chi avrebbe più protetto il mio segreto d’oro come ducati? Che sotto di loro la baciai la prima volta, scalza e tremante. Lo so, Signor Giudice, la legge è legge, l’onore è onore, ed il pianto è pianto. E nessun codice, creda, potrà mai asciugare le lacrime. Sa, nemmeno me ne accorsi quando premetti il dito, gli s’aprì un fiore rosso in mezzo al petto, e non so chi fosse più stupito tra i due. Era strano, quel fiore rosso in mezzo a tutti quei germogli bianchi. Non c’entrava niente, non era di lì, non era nostro. No, Signor Giudice, non mi chieda se sono pentito, né se conosco la legge, e so che senza ci sarebbero più assassini che nocciolaie in volo per il nord… Ma anche l’ordine è ordine, e ci sono titoli, e articoli e paragrafi che pure il diavolo ci si perderebbe. Ma non hanno saputo proteggere. Né me né loro.

Lo sa, la baciai davvero, lì, sotto quei rami, ed il sole era un mosaico tra le foglie, e solo le robinie ormai ricordano il mio cuore che batteva… e come potevo io, senza le mie radici?

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