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Archive for marzo 2009

Beograd 1999

Se verrà la guerra, Marcondirondero
se verrà la guerra, Marcondirondà
sul mare e sulla terra, Marcondirondera
sul mare e sulla terra chi ci salverà?

Ci salverà il soldato che non la vorrà
ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà.

Il 24 marzo 1999 la NATO, senza il consenso delle Nazioni Unite, iniziava a bombardare la Serbia e Belgrado. Oggi, dieci anni dopo, alle 12 in punto in tutto il paese si è osservato un minuto di silenzio, in memoria dei 3500 morti, di cui 2500 civili e 89 bambini.

La guerra è già scoppiata, Marcondirondero
la guerra è già scoppiata, chi ci aiuterà?

Ci aiuterà il buon Dio, Marcondirondera
ci aiuterà il buon Dio, lui ci salverà.

Buon Dio è già scappato, dove non si sa
buon Dio se n’è andato, chissà quando ritornerà.

Che cosa ricordo, io, di quei giorni? Ricordo le immagini dei telegiornali, e mia mamma che ogni sera scoppiava in lacrime vedendo la sua bellissima città così martoriata. Ricordo l’abbattimento dell’antenna TV alta 200 metri sul monte Avala, uno dei simboli più cari ai cittadini belgradesi, tutto fuorché un obiettivo militare strategico. Ricordo il bombardamento della raffineria sul Danubio, e la nera nube che coprì tutta la città. Ricordo anche quando colpirono la sede della televisione nazionale RTS, e i giornalisti e tecnici di 20-30 anni dell’edizione notturna che vi restarono sotto. Ricordo mia nonna, e quanto era difficile stabilire un collegamento telefonico, le linee sempre occupate, o a vuoto. Ricordo poi quando riuscimmo finalmente a farla venire da noi, era maggio credo (i bombardamenti continuarono incessanti fino all’11 giugno). Era stanca e provata, non dormiva da settimane per le continue sirene, le bombe, gli aerei. Ricordo che anche qui, quando capitava di scorgere un aereo di linea venire od andare da Linate, iniziava ad agitarsi, si voltava dall’altra parte, quasi non riuscisse a scaricare più l’immagine e il trauma di altri aerei in altri cieli…  quasi che a sorvolarci non fossero vacanzieri e bagagli, ma missili intelligenti e bombe all’uranio impoverito. Ricordo quando qualche anno più tardi, vedendo un documentario in TV e sentendo quel suono familiare delle sirene antiaeree, le venne quasi un attacco di panico.

L’aeroplano vola, Marcondirondera
l’aeroplano vola, Marcondirondà.

Se getterà la bomba, Marcondirondero
se getterà la bomba chi ci salverà?

Ci salva l’aviatore che non lo farà
ci salva l’aviatore che la bomba non getterà.

Poi a Belgrado giunse l’estate, e io con lei. Cos’era rimasto? Ricordo i palazzi del governo, le sedi dell’esercito, il grattacielo del partito della moglie di Milošević sfregiati dalle bombe, i ponti del Danubio annegati nelle sue acque. Impressionanti voragini su edifici costruiti in cemento armato, piegati come carta. Porte che davano sul vuoto, brandelli di tende a penzolare dalle finestre, segni di schegge e vetri rotti su tutti i palazzi circostanti, a 100 metri almeno. Ricordo le scritte sui muri, i graffiti antiamericani e contro la guerra, quell’umorismo underground così tipico di Belgrado, che nessuna guerra è riuscita e riuscirà mai a sconfiggere: “Colombo, fottuta la tua curiosità!”, o “Portare la pace con le bombe è come preservare la verginità di una ragazza trombandola”. L’antiamericanismo era alquanto diffuso, e colpiva non solo gli Stati Uniti, ma tutti i suoi alleati nell’impresa: Italia, Inghilterra, Germania, Olanda… Ricordo un McDonald’s completamente distrutto dai dimostranti a marzo, lo stesso dicasi dei centri culturali tedesco e francese nella centralissima via Knez Mihajlova. Gli studenti di lingue fecero man bassa dei volumi, e poi se li scambiarono allegramente: “Hai Hugo? Io studio francese, dallo a me, prendi questo Goethe, tieni…”. Non era però un appoggio al regime, più semplicemente la disillusione e l’amarezza di un popolo orgoglioso che si vedeva ora abbandonato anche da quell’occidente in cui credeva e in cui si rispecchiava, facendone legittimamente parte. Dopo che venne colpita la residenza di Milošević si potè leggere anche “Slobo, proprio quando avevamo più bisogno di te, non eri in casa.”

La bomba è già caduta, Marcondirondero
la bomba è già caduta, chi la prenderà?

La prenderanno tutti, Marcondirondera
sian belli o siano brutti, Marcondirondà

Sian grandi o sian piccini li distruggerà
sian furbi o siano cretini li fulminerà.

Ricordo la preoccupazione di mio papà, che non ci vandalizzassero la macchina parcheggiata, visto che portava una targa italiana. Ricordo la difficoltà di trovare la benzina, nonostante la guerra fosse finita da diverse settimane, le pompe perennemente a secco, i venditori del mercato nero ai bordi delle strade con le loro taniche piene di chissà quali intrugli. La vita intanto correva come prima, le strade piene di gente, i negozi di grandi marchi, i chiassosi caffè all’aperto o sugli splav (grossi barconi) ormeggiati sul lungofiume. Ricordo i sacchi di sabbia, i bunker, le postazioni vuote dell’esercito, gli ostacoli anticarro in cemento sulla strada verso sud, andando in Grecia al mare. Ricordo di essere passato verso Grdelica, dove era stato colpito un treno civile proprio mentre attraversava un ponte ferroviaro sulla Morava. 14 morti e 16 feriti tra i passeggeri, la carcassa del treno era ancora lì, completamente carbonizzata. A 10 anni mi lasciò a bocca chiusa, ma mi fece meno effetto del suo stesso ricordo ora.

Ci sono troppe buche, Marcondirondera
ci sono troppe buche, chi le riempirà?

Non potremo più giocare al Marcondirondera
non potremo più giocare al Marcondirondà.

E voi a divertirvi andate un po’ più in là
andate a divertirvi dove la guerra non ci sarà.

La guerra è dappertutto, Marcondirondera
la terra è tutta un lutto, chi la consolerà?

Ci penseranno gli uomini, le bestie i fiori
i boschi e le stagioni con i mille colori.

Di gente, bestie e fiori no, non ce n’è più
viventi siam rimasti noi e nulla più.

La terra è tutta nostra, Marcondirondera
ne faremo una gran giostra, Marcondirondà.

Abbiam tutta la terra Marcondirondera
giocheremo a far la guerra, Marcondirondà…

Girotondo, Fabrizio De André, Tutti morimmo a stento (1968)


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Direi che non fa una piega… quanto amo quest’uomo! 😀

Amore e guerra, Woody Allen (1975)

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The Wrestler è uno dei film più complessi che abbia visto da molto tempo a questa parte. È il miglior frutto di quel modo del tutto americano di fare cinema, che qui da noi manca completamente: la capacità di costruire un film su diversi strati, come una millefoglie, perfettamente armonizzati tra di loro, offrendo una copertina avvincente e scene dinamiche per chi cerca solo l’intrattenimento, ma analizzando molto di più per chi va oltre, e prova a ragionare sui perché e percome di una vita che in fondo, come tutte le vite, declina inarrestabile.

locandina

Non è facile trovare la porta corretta per entrare in questo film, le immagini si accavallano le une alle altre, ed è come un caleidoscopio frammentato nel quale ogni dettaglio, ogni frase assumono un ruolo fondamentale ed imprescindibile per comprendere davvero il personaggio. Non è nemmeno possibile collocare cronologicamente la vicenda, per quanto si svolga tutto ai giorni nostri, Randy Robinson (Mickey Rourke) è in realtà un fantasma del passato, uno scarto degli anni ’80, rimasto ancorato al suo decennio, alla sua epoca, al suo momento. Ma il mondo non aspetta, né tantomeno rallenta, e quindi i tempi di comprensione del film non sono più i nostri, ma quelli di un vecchio rimasto ai margini della storia senza nemmeno essersene reso conto, un ariete (The Ram, questo il nome da battaglia di Randy) da tempo sacrificato all’altare del successo, che ancora spera, come una fenice, di risorgere dalle proprie ceneri. Non è però solo il ring a non essere più quello di vent’anni prima, è il mondo che ormai, semplicemente, ha dimenticato l’Ariete: non siamo più ai tempi dei Guns N’ Roses, degli AC/DC, e nemmeno del Nintendo a 8 bit col quale spera di intrattenere i suoi ultimi fan, i ragazzini del vicinato… è di dettagli come questi, di fotografie sparse e vecchi articoli di giornale che è ovattato tutto il film, cosicché, senza rendercene conto, siamo direttamente proiettati all’interno della vita di un vecchio wrestler, non più come semplici spettatori simpatizzanti, ma altrettanto isolati dalla realtà circostante, in grado quindi di provare la più sincera compassione nei suoi confronti, intesa proprio come sofferta partecipazione ai dolori altrui [De Mauro]. Le prime lunghe carellate con le quali si apre la pellicola ce lo mostrano costantemente di schiena, un gigante dalle spalle grosse che oscura tutto il campo, e la telecamera che lo segue pedantemente da vicino non può scoprire un solo dettaglio, né del personaggio né delle sue intenzioni. Ci è estraneo, non lo conosciamo e non ne comprendiamo le scelte. È solo due ore più tardi, lasciata la sala, che capiamo quanto ci siamo in realtà legati a questo pezzo di carne maciullata, alla sua vita disastrata, a quella perdizione figlia di ottusità oltre che di sfortuna.

Randy The Ram

Un’annotazione a parte va poi fatta per il wrestling, sul quale è stato proprio questo film a farmi riflettere. È interessante tracciare un parallelo tra il lottatore e la lotta, tra quello che succede sul ring e la vita all’esterno. Non so se si possa definire propriamente come uno sport, vista l’alta componente teatrale che incorpora: è tutto talmente falso da sapere già a priori chi vincerà l’incontro, e quei mostri iperpalestrati pronti a massacrarsi sono in realtà candidi agnellini che si salutano e sostengano fuori dal palco. È tutto così vero che le botte preconfezionate arrivano a fare veramente male, il filo spinato e le spillatrici graffiano orrendamente la carne, ed il sangue che sgorga è reale come la terra. Ciò che conta in realtà non è la componente (alta) di premeditazione e orchestrazione nei riguardi dell’incontro, ma il primitivo, genuino entusiasmo che lega i due avversari ed il pubblico assediante il ring, quello sì reale e sì spontaneo. Come nella commedia dell’arte, ogni attore conosce a memoria la propria parte, ricorda le componenti fondamentali del canovaccio e non esce dal proprio ruolo, ma all’interno di esso si muove e improvvisa come più gli piace, con l’unico paletto di portare alla fine la storia al suo scontato epilogo. Ed il wrestling è proprio questo, il teatro popolare più vecchio del mondo, l’atavica lotta tra Bene e Male, dove su macchinazioni, insulti, botte da orbi, sotterfugi e riscosse, resta la confortante certezza che alla fine, nonostante tutto, a trionfare sarà lui, il buono, ed assieme a lui tutti noi.

The Ram

È in questo mondo che il nostro The Ram, braccato dalla vita, cerca riparo. E’ su quel palco dove sa di essere amato, nell’abbraccio virtuale di un pubblico che non conosce, ma che lo ha sorretto per tutta la vita, che trova quel conforto che gli è mancato, scivolato via come sabbia tra le dita, nel rapporto mancato con una figlia fino all’ultimo trascurata ed ignorata, ed una spogliarellista in là con gli anni, ultima delusione a riprova che i sentimenti ai quali tentiamo sempre d’ancorarci finiscono solo per farci male. In tanti l’hanno deriso, in tanti non hanno avuto fiducia in lui, e tanto ha lui stesso sbagliato, a sua volta ferito e fatto male alle persone che più gli volevano bene. Ma questo è solo Randy Robinson: un padre assente, un uomo mediocre, il commesso dietro al bancone di un supermercato, il fallito che non riconosce la propria miseria. Questo è Randy Robinson, non è The Ram. L’Ariete è l’eroe dei poster, l’Ariete è la stella più fulgida, la candela che brucia dai due lati, la forza di rialzarsi sempre, di vincere ogni ostacolo, di rompere ogni barriera, sconfiggere chiunque si stagli sul suo percorso. L’Ariete è tutto ciò che vorremmo essere, e che non avremo mai la forza di raggiungere. Il salto nel vuoto che compie Mickey Rourke alla fine del film rappresenta ciò: l’abbandono delle spoglie mortali di un Randy Robinson qualunque, per entrare, per sempre, nella Leggenda.

The Wrestler è questo, e tanto, tanto altro. Ve lo consiglio con tutto il cuore, soprattutto agli scettici: non ve ne pentirete.

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Ebbene sì, eccomi sul sito del Sole 24 ORE in un articolo riguardante immigrazione e permessi di soggiorno. Lo potete leggere A QUESTO INDIRIZZO.

Il Sole 24 ORE

La lettera integrale è qui, nell’archivio di gennaio.

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La fenice, Radiodervish, In Search of Simurgh (2004)

Oltre il cielo,
su lontani cammini
attraverserò le porte del buio
per nuove luci…

Nella valle della dimenticanza,
nei campi del fuoco
ho bevuto il vino della solitudine
per lunghe stagioni…

Racconterò le favole delle nuvole
per dormire mille anni,
griderò la mia nostalgia alle stelle
per risvegliarmi al loro chiarore.

Oh Vita, seguirò solitaria la tua eco
per poterne cantare i segreti
e alla fine della terra
raccoglierò un fiore dimenticato.

Dal silenzio delle parole,
dalle spighe di grano
riprenderà il colore la cenere
ed i miei occhi torneranno ad amare di nuovo.

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The Visitor

<<E’ come in Siria.>>

Così dice la madre di Tarek nella seconda metà del film, riferendosi agli Stati Uniti. L’ospite inatteso è un film dai toni lenti, caldi e umani. E’ la storia dell’atipico, eppure riuscito incontro di classi sociali assolutamente lontane: un professore americano di economia del Connecticut, Walter, una giovane coppia di immigrati, Tarek, musicista siriano, e Zainab, venditrice ambulante senegalese.

Walter è un professore sessantenne, vedovo, senza passioni e senza progetti, che lavora privo del minimo interesse per il proprio mestiere. Viene mandato a New York per presentare un libro di cui risulta coautore, senza averci in realtà apportato alcun contributo. A New York ha un appartamento di proprietà che non vede mai, vivendo nel Connecticut, e che in sua assenza è stato affittato per inganno a due giovani, Tarek e Zainab. I tre finiscono per qualche giorno a convivere, e tra di loro, ma soprattutto fra Tarek e Walter, si instaura un legame sempre più stretto, un’amicizia resa goffa dalla timidezza del professore, nonché dalla differenza generazionale e culturale. E’ soprattutto attraverso la musica ed il suono primordiale di un tamburo africano (djembe), al cui ritmo il professore si appassiona e prende lezioni, che il loro legame matura. Fino al giorno in cui casualmente, in metropolitana, Tarek viene fermato da due poliziotti e arrestato per un malinteso. Si scopre così che è un clandestino, e viene rinchiuso in un centro d’immigrazione in città. Da quel momento Walter si spende nel tentare di salvare il suo amico, anche con l’aiuto della madre del ragazzo, Mouna, arrivata a New York pochi giorni dopo l’arresto. I rapporti che si instaurano tra i vari personaggi sono raccontati in modo maturo e spontaneo, nella complessa casualità che guida vite mediocri, attraversate da conflitti interiori e lasciti del passato, ombre che si sfiorano senza conoscersi, senza aprirsi l’una con l’altra, eppure finendo irrimediabilmente per intrecciarsi. Il titolo dell’opera è ambiguo quanto azzeccato: chi è l’ospite? Il ragazzo siriano che vive nella casa del professore, o il professore stesso, che varca l’uscio di vite altrui, scoprendo realtà che altrimenti mai avrebbe conosciuto tanto a fondo? Il finale, assolutamente in linea con la pellicola, è lontano dai classici cliché cinematografici, che vedono all’ultimo momento sciogliersi tutti i nodi presenti nella storia, per mantenerci saldi a una realtà triste, ingiusta, eppure così concreta da poter solo essere accettata per quello che è.

L’America che alla fine ne esce fuori non è il paese delle grandi opportunità, e nemmeno la democrazia la cui forza sono i suoi immigrati, come recita un cartello al centro d’immigrazione nel quale Tarek viene rinchiuso.  E’ invece un paese spaventato, sospettoso, incapace di chiudere le proprie ferite dopo l’11 settembre. La paura però, come sempre, rende ciechi e porta a scelte inefficaci. La diffidenza per lo straniero, per il diverso che in realtà diverso non è, la rabbia, l’incomprensione… a farne le spese sono sempre gli innocenti, perché come dice il ragazzo siriano in un momento di rabbia, <<che cosa pensano, che sia un terrorista? Non ci sono terroristi qui [nel centro], i terroristi hanno soldi, hanno appoggi.>> A pagare le conseguenze di politiche inflessibili sono solo gli indifesi, i poveracci che non hanno né il desiderio né la forza di delinquere, in cerca di una vita migliore, del proprio angolo di pace dove vivere con la certezza di poter costruire qualcosa di duraturo. L’ingiustizia è questo: non l’espellere chi non ha diritto di stare in un certo paese, ma colpire con forza solo e proprio quelle persone che non hanno modo di difendersi, né motivo di aggredire, ma che anzi sarebbero le prime e più volenterose nel seguire uno stile di vita onesto, nel costruire un futuro, proprio perché sanno quale grande fortuna ciò significhi, al contrario spesso di chi questo diritto già ce l’ha acquisito fin dalla nascita. E’ come in Siria, dove il padre di Tarek, giornalista, è stato rinchiuso per nove anni solo perché aveva osato scrivere un articolo contro il partito Ba’th. La madre ha quindi visto prima rinchiudere un marito innocente, e poi il figlio altrettanto innocente, in un altro paese, in quella democrazia che fino a ieri aveva vissuto come speranza, come possibilità di rivalsa e di pace. Ai suoi occhi quindi non c’è nessuna differenza. Non importa la matrice, né le giustificazioni o l’entità delle misure intraprese: dove dominano odio e paura non potrà che nascere e perpetuarsi l’ingiustizia.

Non ho potuto evitare di riflettere sulla situazione presente oggi anche qui in Italia. Tutto il mondo è paese.

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A vele spiegate

O navis, referent in mare te novi
fluctus.

[O nave, nuovi flutti ti riporteranno
in mare.]

Orazio, Odi, I, 14 (v. 1)

Da qualche tempo la mia vita scorre, e sento di aver poco da scrivere. Sarà che tra poco è primavera, o che sono io ad essere rimasto in mutande, ma mi sento così leggero che potrei volar via, anzi è come se fossi appeso ad un filo di seta, su a qualche stella persa nel freddo cosmico. Sono giorni che mi capitano strani déjà vu, si accavallano date e luoghi con precisione disarmante, e mi tocca anzi stare attento perché le coincidenze non risultino poi troppe, e sorrido di questa insensatezza, e del mio star bene, non dover giustificare niente a nessuno. Eppure persino frenare è un ripetere atti già proposti.

So di risultare parecchio ermetico, ed anche se mi dilungassi a raccontarvela ciascuno di voi riconoscerebbe solo una parte della storia, e di me. Il vostro, i vostri Filip, non il mio. Inoltre sono seriamente combattuto nello sviscerare amenità personali da queste parti, a meno che esse non abbiano qualche risvolto utile per argomentazioni di ampio respiro e carattere generale, che so, da una caduta in bicicletta tornando dall’edicola alla sicurezza delle strade in Italia. D’altro canto se ripenso alle premesse che hanno dato vita a questo blog, non hanno nulla di pretenzioso, se non appunto dialogare con me stesso di me stesso. Pur sapendo che sono i discorsi che meno attirano, e meno interessano.

Da un paio di settimane ho (ri)preso a nuotare, ieri quasi mi ammazzavo in macchina, venerdì ci starebbe bene il greco di Pavia, che slitta da giusto un paio di mesi, e par proprio che questa volta gli astri siano propizi. Il tempo che di questi tempi sto rubando al sonno, per poi finire secco a dormire 3 ore filate al sabato pomeriggio, gli album di Vangelis, che da giorni sono la mia colonna sonora costante, i film di Woody Allen di cui sto facendo indigestione, e più li scopro più li apprezzo. Poi c’è la mia nuova passione per le biblioteche, non importa se quella della Bocconi o di Crema, il mio rinato interesse per quei libri che fino a qualche tempo fa pensavo non avrei mai potuto studiare, ma non erano evidentemente loro a pesarmi, ma io. Meglio tardi che mai, o forse meglio mai che tardi, almeno non ti rendi conto del tempo perso. Non importa, sento che gli ingranaggi iniziano a girare e cigolare, dopo esser stati fermi per troppo, ed è un suono che a me pare una musica, perché ne carpisco il senso. Comincio anche a riconoscere il ritmo, e lo difenderò a calci e a morsi da chi proverà a interromperlo, sappiate che da questo istante l’ingresso alla mia vita è consentito solo ai ballerini e ballerine migliori, quelli che sapranno andare a tempo senza pretesa di ergersi a miei metronomi. Faber est suae quisque fortunae. Io della mia, voi della vostra. Issate l’ancora, spiegate le vele, è tempo di riscoprire questo bellissimo mare!

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