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Archive for febbraio 2009

Il disco si chiama “Le nuvole”, e sia il titolo che la chiave di lettura sono stati presi a prestito dalla omonima commedia di Aristofane. Queste nuvole sono da intendersi come quei personaggi ingombranti, incombenti sulla nostra vita economica, politica e sociale, il cui ruolo fondamentale sembra quello di mettersi fra noi e il cielo per nasconderci la luce del sole, come fanno quelle nuvole che vanno e vengono senza darci neanche il conforto di una goccia di pioggia. Sotto questo via vai di cirri, di nembi, di cumuli, si muove il popolo che, per quanto gli è ancora concesso, continua a farsi i fatti suoi… che però non dimostra una grande vocazione ormai alla protesta, purtroppo.

Fabrizio De André (da un’intervista del 1990)

Le nuvole, Fabrizio De André, Le nuvole (1990)

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And any fool knows a dog needs a home,
A shelter from pigs on the wing.

Pigs on the Wing Pt. 2, Pink Floyd, Animals (1977)

C’è questo fatto che gli inglesi trovano sempre la maniera di raffigurare le cose nel migliore dei modi… e a me tocca quindi di partire da lontano.

C’era una volta la Seconda guerra mondiale, e c’erano i ragazzi della Royal Air Force che volavano sui loro Hurricane e Spitfire rincorrendosi coi Messerschmitt della Luftwaffe tedesca; quelli su cui poi Churchill avrebbe detto: Never was so much owed by so many to so few.
Inizialmente comunque, la tattica dei piloti RAF era quella di volare in piccole formazioni a V di tre aerei ciascuna, il comandante in testa e gli altri due piloti accostati ai due lati, leggermente arretrati. Questo schema in realtà limitava fortemente la capacità offensiva dell’unità nel complesso, in quanto mentre il pilota di testa era impegnato a cercare di agganciare il nemico, gli altri due aerei dovevano stare soprattutto attenti a rimanere in formazione stretta rispetto al comandante. Ciò comportava prima di tutto l’impossibilità di rendersi tempestivamente conto della presenza di caccia tedeschi di sotto o alle spalle (visual blind spots), limitando inoltre la possibilità di agili viraggi e cambi di rotta, perché a rischio di collisione: i tedeschi battezzarono ben presto tali unità idiotenreihen, file di idioti. Gli inglesi, da parte loro, cercavano di evitare questi agganci alle spalle da parte di pigs on the wing, porci – nazisti – in volo.

Spitfire inglesi

Due formazioni "vic" di spitfire inglesi durante la Battaglia d'Inghilterra.

Col tempo, pigs on the wing è divenuto un modo di dire usato per indicare tutti quegli incontri fortuiti nella vita di ogni giorno, quando incappiamo senza volerlo in persone che non ci stanno per niente simpatiche, ma che sfortuna nostra conosciamo, e ci tocca pure fermarci a scambiare due parole. Non so voi, ma per quanto mi riguarda è impressionante la quantità di persone che hanno le carte in regola per rientrare in questa gloriosa categoria… Sì che forse se non facessimo un poco di volume attorno a noi vivremmo tutti in chalet di montagna isolati dal mondo (in formazioni a tre magari), ma certo che ci sono anche quelle scorie proprio fastidiose, che si attaccano come vecchie gomme da masticare alla scarpa, per non scollarsi più.

Gli spitfire erano solitamente equipaggiati con mitragliatrici Browning .303 britanniche, 1140 colpi al minuto, e all’occorrenza portavano una coppia di bombe da 110 Kg l’una. Io che sono pacifista non posso invece farci nulla, se non dedicare questo articolo a tutti i miei porci in volo. Che tanto non mi leggeranno mai.

Pigs on the Wing

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Ne volim januar, Đorđe Balašević, Bezdan (1986)

Non mi piace gennaio, né i bianchi demoni invernali.
In ogni neve vedo le stesse impronte,
impronte di piccoli piedi, numero trenta e chissà,
che piano si allontanano.


Non passo più per via Dositej
e non ho idea di dove sia quando qualcuno chiede,
quei duecentosei passi lungo il vicolo
io non li ho mai contati.


Non ti ho mai protetto,
non ti ho mai carezzato, curato.
Calpestavo il tuo amore,
inventavo numeri per tutto.


Non ti ho mai risparmiato,
e non ho saputo fermarmi né restare.
Cosa rimarrà di me,
piccolo angelo mio?


Non guardo quei film dei primi anni settanta,
troppe lacrime e addii infelici.
Chi è il regista? Ce n’è di gente strana,
così facile alle lacrime.


Non ti ho mai protetto,
non ti ho mai carezzato, curato.
Calpestavo il tuo amore,
inventavo numeri per tutto.


Non ti ho mai risparmiato,
e non ho saputo fermarmi né restare.
Cosa rimarrà di me,
piccolo angelo mio?

[Ed era una notte di quelle che quasi nemmeno sanno più esserci, a Novi Sad, sul Danubio…
Io venivo da un posto dove erano tutti rossi in viso, come il vino caldo che bevevano, dove odoravano tutti di chiodi di garofano e cantavano “Roždestvo tvoje”, e altre canzoni che… non è che proprio si cantassero allora.
Era notte, e a lungo sono rimasto sotto la sua finestra, davanti a quella casa numero 7A, in via Dositej. C’era silenzio, solo l’eco dei passi, giù, lontano, verso l’autostrada, dietro quel cavalcavia, forse anche più lontano… e lo sbattere di ali perse attorno alla chiesa di Almašk. C’era silenzio, ma invano, nemmeno per un secondo l’ho sentita respirare, nel sonno… la mia piccola, che respira…]

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Kostantinos Petrou Kavafis, poeta e giornalista greco vissuto a cavallo di due secoli (1863 – 1933), ebbe il grande merito di ridare lustro e fama alla letteratura greca moderna.

Itaca è una delle sue poesie più famose, un pensiero riguardo al senso della vita, nel quale il mito di Ulisse si sposa alle grandi domande esistenziali. Itaca è sia la meta ultima, la morte, che il viaggio che ad essa porta, la vita: i due volti di una stessa medaglia, inseparabili e irriconoscibili l’uno senza l’altro. E’ inutile, per Kavafis, provare delusione per il triste finale, ma saggio tenerlo sempre a mente, e così facendo vivere con gioia e pienezza ogni momento del presente, cercando di scoprire sempre qualcosa in più: la ricchezza della vita si svela solo quando la si è già goduta, ed è per questo che non bisogna avere timore nel vivere l’oggi. Verrà il giorno in cui potremo sederci e volgere indietro lo sguardo, con calma. Il giorno in cui potremo realizzare quanto prezioso sia stato quel viaggio allora intrapreso. Quel percorso che noi, ora, stiamo passo passo compiendo.

Il video è in inglese, la voce è di Sean Connery e la musica di Vangelis. La traduzione in italiano del testo è mia: libera, andante non troppo.

ITACA

Quando inizierai il tuo viaggio verso Itaca,
prega che la strada sia lunga,
ricca di avventure, ricca di conoscenza.
Lestrigoni e Ciclopi,
Poseidone furioso – non averne timore:
non ne incontrerai mai sul tuo cammino,
se i tuoi pensieri rimarranno alti, se una gentile
emozione accarezzerà il tuo spirito e il tuo corpo.
Lestrigoni e Ciclopi,
Poseidone selvaggio, non li incontrerai mai
se già non li porti dentro la tua anima,
se l’anima non li frapporrà ai tuoi passi.

Prega che la strada sia lunga.
Che le mattine d’estate siano molte, quando
con grande piacere, con grande gioia,
entrerai per la prima volta in porti mai visti;
fermati ai mercati fenici,
compra le merci migliori,
di madreperla e corallo, ambra ed avorio,
caldi profumi di ogni genere –
profumi caldi quanti ne puoi portare.
Visita molte città egizie,
per imparare ancora ed ancora dai sapienti.

Tieni sempre Itaca a mente:
raggiungerla è il tuo ultimo scopo.
Non affrettare però minimamente il viaggio,
meglio lasciarlo durare molti anni;
attraccare alfine all’isola quando sarai vecchio,
ricco di tutto ciò che avrai raccolto per strada,
senza pretendere che Itaca ti offra altri tesori.

Itaca ti ha donato il Viaggio meraviglioso.
Senza di lei tu non saresti mai partito per la tua via.
Essa non ha null’altro da offrirti.

Se la troverai povera, non credere che Itaca t’abbia ingannato.
Saggio come sei diventato, con sì tanta esperienza,
avrai già compreso cos’Itaca realmente rappresenti.

Un altro video, tratto dal film del 1996 “Cavafy”, per sentirla in originale.

ΙΘΑΚΗ

Σα βγεις στον πηγαιμό για την Ιθάκη,
να εύχεσαι νάναι μακρύς ο δρόμος,
γεμάτος περιπέτειες, γεμάτος γνώσεις.
Τους Λαιστρυγόνας και τους Κύκλωπας,
τον θυμωμένο Ποσειδώνα μη φοβάσαι,
τέτοια στον δρόμο σου ποτέ σου δεν θα βρείς,
αν μέν’ η σκέψις σου υψηλή, αν εκλεκτή
συγκίνησις το πνεύμα και το σώμα σου αγγίζει.
Τους Λαιστρυγόνας και τους Κύκλωπας,
τον άγριο Ποσειδώνα δεν θα συναντήσεις,
αν δεν τους κουβανείς μες στην ψυχή σου,
αν η ψυχή σου δεν τους στήνει εμπρός σου.

Να εύχεσαι νάναι μακρύς ο δρόμος.
Πολλά τα καλοκαιρινά πρωϊά να είναι
που με τι ευχαρίστησι, με τι χαρά
θα μπαίνεις σε λιμένας πρωτοειδωμένους·
να σταματήσεις σ’ εμπορεία Φοινικικά,
και τες καλές πραγμάτειες ν’ αποκτήσεις,
σεντέφια και κοράλλια, κεχριμπάρια κ’ έβενους,
και ηδονικά μυρωδικά κάθε λογής,
όσο μπορείς πιο άφθονα ηδονικά μυρωδικά·
σε πόλεις Αιγυπτιακές πολλές να πας,
να μάθεις και να μάθεις απ’ τους σπουδασμένους.

Πάντα στον νου σου νάχεις την Ιθάκη.
Το φθάσιμον εκεί είν’ ο προορισμός σου.
Αλλά μη βιάζεις το ταξίδι διόλου.
Καλλίτερα χρόνια πολλά να διαρκέσει·
και γέρος πια ν’ αράξεις στο νησί,
πλούσιος με όσα κέρδισες στον δρόμο,
μη προσδοκώντας πλούτη να σε δώσει η Ιθάκη.

Η Ιθάκη σ’ έδωσε το ωραίο ταξίδι.
Χωρίς αυτήν δεν θάβγαινες στον δρόμο.
Αλλο δεν έχει να σε δώσει πια.

Κι αν πτωχική την βρεις, η Ιθάκη δεν σε γέλασε.
Ετσι σοφός που έγινες, με τόση πείρα,
ήδη θα το κατάλαβες η Ιθάκες τι σημαίνουν.

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Dal blog di Chiarelettere, commento dell’avvocato torinese Massimo Ottolenghi, classe 1915.

“Situazione triste e allarmante quella in cui versa il nostro Paese: sono angoscianti le analogie con le vicende che io, testimone ultranovantenne, ho già vissuto sotto il fascismo, e che oggi non posso e non devo tacere.

La grave crisi finanziaria si presenta di nuovo come occasione per scardinare lo Stato di diritto. E offre la tentazione di svincolare il potere da qualsiasi ostacolo e controllo conclamando, nel caso di Eluana Englaro, il trionfo di un’invocata legge naturale o divina in spregio alle sentenze definitive dei supremi organi giudiziari.

La crisi si presta a individuare come nemici la Costituzione e i “diversi”, che appaiono come la fonte di tutti i guai, mentre il Parlamento è costituito da rappresentanti designati dalle segreterie di partiti anziché essere eletti dal popolo, così come era costituita la Camera delle Corporazioni durante il Fascismo.

Inoltre, con i nuovi provvedimenti avviati dal governo, la giustizia viene spogliata dal potere di avviare le indagini su notizie di reato; potere che viene invece conferito alla polizia giudiziaria, soggetta direttamente all’esecutivo. Nel contempo la polizia, depotenziata di mezzi, viene umiliata dal controllo di costituende ronde di volontari designati dai partiti: una nuova milizia costituita da squadre di tifosi e di facinorosi così come è accaduto sotto il Fascismo. E per controllare l’opinione pubblica e trasformare l’informazione in propaganda, non sarà più permesso divulgare prima del processo i contenuti delle intercettazioni sebbene messe a disposizione delle parti.

Si tende infine a trasformare i cittadini in delatori, a cominciare dai medici, che ora sono indotti a denunciare gli immigrati irregolari, in violazione dei loro principi deontologici. Mancano solo i capifabbricato e la taglia sui diversi. Non occorre neppure la marcia su Roma né il Concordato: bastano un nuovo uomo della Provvidenza e un Papa re.”

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Ho visto un paese fossilizzato. Ho visto un Presidente del Consiglio come un padre amorevole, caricarsi in spalla il cadavere di una figlia non sua e trascinarlo per vessillo della sua pietà, della sua umanità, della sua giustizia, carità, fede. Ho visto una subdola dittatura insinuarsi negli angoli più invisibili di una società intorpidita. Non una dittatura di ideali, non una dittatura di visioni e missioni, e nemmeno una dittatura di odio e di fatti. Per questo più pericolosa, per questo inarrestabile. La dittatura di chi tutto possiede e da nulla è opposto. La dittatura di chi governa ogni mezzo di comunicazione, visivo o stampato. Ho visto un paese assuefarsi lentamente, piano piano, per quindici anni, a una certa icona del potere. Ho visto il timore e la rabbia del tanto vituperato giustizialismo post-tangentopoliano trasformarsi in ammirazione per i truffatori: mi hai ingannato, mi hai raggirato, hai piegato i poteri ai tuoi fini personali e per questo sei stato più bravo di me, più capace di me; per questo io ora ti voto. Per premiare la tua astuzia, per mascherare la mia ignoranza sotto un falso, tardivo e cinico ideale d’arrivismo. Ho visto una Chiesa cieca e medievale difendere il proprio potere secolare con ogni mezzo. Ho visto la laicità di un paese umiliata e ferita a sangue, rosso come porpora cardinalizia. Ho visto i più grandi miscredenti mascherare le proprie mire sotto scudi crociati, piegare quella stessa Chiesa ai propri fini di conquista. Ho visti mezzuomini guidare le sorti di questa storia di fine impero, grigi burocrati e rozzi contadini cavalcare le paure della massa ignorante per nutrire il proprio potere. Ho visto una generazione lobotomizzata crescere dei propri fantasmi, della paura del diverso, dello straniero, del nuovo. Ronde padane e sans papiers ai quali vengono negati diritti di cura. Io pago. Tu crepa. Ho visto un’opposizione sfumare lentamente, senza colpo ferire, senza morire, amalgamarsi a quella grande onda nera senza nome. Lì ho capito che la debolezza di ogni movimento storico è sempre stata la bandiera: la bandiera identifica, ma pone anche dei limiti. Oggi siamo tutti vincitori. Oggi vince il re: relativismo, revisionismo, revanscismo… Ho visto i soldati per le strade delle nostre città, gente addestrata per i campi di battaglia e non per operazioni di polizia, scorrazzare sui Defender90 dell’esercito, ed è stato paradossalmente lì che ho iniziato a sentirmi meno sicuro. Scene da Sud America. Per fortuna non ne abbiamo uno per donna, uscire in strada sarebbe stato entrare in guerra. Dobbiamo difenderci, ma da noi stessi, dal vuoto mostro dell’insensatezza, della noia, del tutto e subito. Ho visto giovani picchiare e bruciare un senzatetto, per una serata diversa, in un incubo di fantarealtà kubrickiana. Ho vissuto la difficoltà di focalizzare l’attenzione sui fatti, la capacità di deviare l’attenzione da ciò che accade per offrire a tutti noi comode poltrone in salotti radical-chic per parlare di vita ed eutanasia, tra l’agriturismo di Al Bano in Puglia e il matrimonio di Scamarcio. Dal greco ευθανασία, dolce morte. Come quella che sta vivendo l’Italia, e con essa tutti noi. La morte di uno stato di diritto, la morte della democrazia. La fine della suddivisione dei poteri. L’ingerenza dittatoriale di un governo sulle decisioni di giudici e tribunali, il trasferimento forzato di PM da una procura all’altra, la corruzione propagarsi come un tumore di cellule, ultimo sforzo per tenere in piedi un corpo, quello d’Italia, incapace di sopravvivere alla malattia. Ho visto attentare alla Costituzione, e ho annusato la fine stanca di un’era. Dovuta, forse. Ma forse tanto vigliacco da non volerla vivere io questa fine. Ho rispolverato la mia visione ciclica della Storia, un Occidente che muore come duemila anni fa, il buio alle porte e nessun appiglio. Ho visto la gloria di secoli spegnersi così, in un orgasmo di culi e di tette. Di spettacoli da baraccone, reality-show, talk-show, grandi fratelli e piccole puttane, cosce al chilo e cocaina all’etto, luci di natale, consumismo sfrenato, crisi economica, ville abusive in Costa Smeralda, terrorismo di stato, guerre coloniali, barconi di disperati, mercedes di nuovi ricchi, biblioteche deserte, inquinamento globale. Ho visto le menti migliori scappare, ammutolire, morire. Leggi fascistissime alle porte. Non ci sarà baccano, non ci sarà rumore, non ci sarà differenza. Non ce ne accorgeremo neanche. Quei tempi sono lontani. Forse no, le leggi non ci saranno. Di certo, in ogni caso, non ci sarà nessuna secessione dell’Avventino. Su quello possiamo stare certi. Siamo barche spinte da un mare straniero, che per noi sceglie. Ho visto le nostre facce, riflesse in quello specchio d’acqua. Erano facce tranquille, serene, spensierate, giovani e vecchie. Sagge e riposate. Le facce di condannati a morte.

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Oggi avrei voluto pubblicare una poesia, avevo già l’articolo pronto tra le bozze.

Poi ho letto del tentativo di suicidio al Centro di prima accoglienza di Lampedusa. Dieci immigrati hanno inghiottito lamette da barba e bulloni, o hanno provato ad impiccarsi coi loro quattro vestiti. La decisione di Maroni di rispedire al mittente un gruppo di tunisini ha alimentato le angosce, in un periodo già teso al Cpa, che al momento ospita 1800 persone, mentre il tetto massimo è di 600, 800 nei casi limite. Crepare, piuttosto che tornare indietro, vanificando quel viaggio della speranza descritto magistralmente dal fotografo francese Olivier Jobard qualche anno fa (l’eccezionale filmato a questo indirizzo).

Mi sono chiesto che dolore si provi a mandar giù una lametta che taglia lo stomaco da dentro. Lì mi è passata la poesia.

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