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Archive for gennaio 2009

I want you for Facebook!

Nell’intraprendere questo discorso vedo già chiaramente tutta la difficoltà di trattare l’argomento Facebook: in primo luogo nel riuscire a preservare una qualche onestà intellettuale, mantenendo le mie critiche lontane da certi atteggiamenti radical-chic di rifiuto di tutto ciò che fa tendenza, e poi per il fatto che Facebook incarna al momento meglio di ogni altro social network questo nuovissimo settore della comunicazione. E la comunicazione, sappiamo bene, è già di per sé un argomento talmente vasto e complesso da essere difficilmente inquadrabile in una visione ampia e ben definita, tant’è che è materia di sociologi, psicologi, manager, economisti, politici, filosofi e chiunque altro si voglia aggregare a tale circo. Orbene, fatta questa dovuta premessa, cercherò di fare del mio meglio, ovvero meno peggio. (Continua a leggere…)

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“I got God on my side,
I’m just trying to survive.
What if what you do to survive
kills the things you love,
fear’s a powerful thing
:
it can turn your heart black, you can trust;
it’ll take your God filled soul
and fill it with devils and dust…”

Devils & Dust, Bruce Springsteen, Devils & Dust (2005)

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A volte.

A volte vorremmo riuscire ad esprimerci in forma scritta, parlata, o anche con un gesto, non importa il mezzo, ma solo rompere le barriere dell’incomprensione.

A volte mi chiedo come mi sentirei se fossi libero dalle mie paure: la paura del futuro, la paura degli altri, la paura delle nostre azioni e di ciò che non facciamo per paura della paura; la paura di non riuscire in quel niente che inseguo ogni giorno, la paura che ciò a cui dovrei dare importanza non abbia in realtà alcun peso, e la paura che ciò che sospetto essere privo di significato sia invece fondamentale per il mio futuro, col rischio di accorgermene solo tardi, troppo tardi.

A volte sorrido, mi guardo attorno e vedo che non c’è niente nella vita che conti davvero, e che quindi tutto ha lo stesso fondamentale valore. Possiamo fare tutto, vedere tutto, conoscere tutto, crearci a nostra immagine e preferenza.

A volte sento il bisogno di qualcuno accanto, da stringere per sentirmi vivo nella vita altrui.

A volte sto così bene da solo che vorrei staccare la spina al mondo, cinque minuti soltanto. Che i televisori saltassero dalle finestre, che le radio non trovassero l’etere, i telefoni implodessero, i computer fondessero.

A volte vorremmo non dover più giustificare il nostro semplice respirare agli altri, altre invece che fossero proprio loro a dirci che ci stiamo qua a fare, e come abbiano mai fatto a trovarci.

A volte mi capita ancora, anche al freddo di una notte d’inverno, tornando a casa da solo, di fermarmi d’un tratto fuori, nel buio di uno sperduto paesino lombardo, quando la vita si ferma ed il silenzio è vero Silenzio, e sentirmi immensa parte di quel cielo enorme e nuvoloso sopra di me, di provare il peso della terra sotto ai piedi salire dalle gambe, come se la gravità improvvisamente si invertisse, di sentirmi finalmente parte viva di quel tutto che non vediamo mai, talmente abituati ad averlo attorno. Felice solo di quel mistero così celato da non capire nemmeno se è in me o se nasce dal di fuori.

A volte vorrei essere murato vivo in camera, con la sola compagnia di tutti quei libri che non ho ancora avuto il tempo di leggere, che mi nutrirebbero più del cibo.

A volte libero la valvola della mia umanissima mediocrità, e mi godo appieno il banale perder tempo ai tavoli di un bar, il chiacchierio degli amici, le battute sull’ultima gnocca entrata da quella porta ed un cocktail che il più delle volte non vale metà dei 7 euro che è costato. E poi al solito mi pento e mi perdo a pensare a tutti gli usi alternativi che avrei potuto fare di quei soldi buttati, e mi chiedo se c’è qualcuno al tavolo disposto a scambiare il mio bicchiere con un biglietto del cinema, o al massimo due Tennent’s…

A volte basta poco per rendere tutto semplice, altre volte non c’è verso di convincermi che qualcosa non sia assurdamente complicato, foss’anche un 2+2 (che tra l’altro potrebbe benissimo fare 5, come Orwell ci insegna).

A volte mi rendo conto di quanto siamo frammentari, e che sono tutti i piccoli a volte, a volte, a volte a fare di noi ciò che siamo. E’ quindi normale lasciare impressioni tanto diverse agli altri, perché quale sarà la volta che noteranno di più dipende dalla sensibilità e dalle inclinazioni personali, oltre che dalla giornata in cui ci si incontra, dal tempo che fa, dagli impegni, dal colore delle calze e dal profumo che si porta. Forse anche se ce ne rendessimo conto non cambierebbe nulla. Forse il giorno che si incastreranno a perfezione il colore delle calze, il profumo, l’ora e l’inclinazione del sole e degli astri, i pensieri e gli umori reciproci, le macchine per strada ed i passanti attorno, la disposizione confusa dei giornali nella sala d’attesa del dentista, dei passanti sotto gli affollati portici del centro di Milano, le orate sui banconi della Vucciria di Palermo… ecco, forse sarà in uno di quei giorni qualunque, quando il mondo tocca la perfezione nel non senso del suo svolgersi, come un’orchestra di organi sordi tra loro ma che perennemente suona, che potrà nascere l’amore.

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…a Walter Pistarini, webmaster del sito Via del Campo, per la pubblicazione del mio racconto di Dolcenera.

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Un commento a riguardo della nuova tassa sui permessi di soggiorno, e della sclerosi di matrice leghista che ha colpito questa povera Italia.

15/01/2009

Viene finalmente approvato il contributo per il rilascio del permesso di soggiorno, che le solite malelingue di sinistra etichettano come “tassa”. Si tratta di un giusto provvedimento, a detta di molti: che questi sporchi immigrati pretendano tutti i servizi che gli italiani di sangue pagano duramente è cosa nota. C’è però un piccolo particolare, sfuggito ai più che ancora a fatica distinguono tra un immigrato regolare ed un clandestino, associando perennemente l’extracomunitario alla carretta del mare nei pressi di Lampedusa. L’immigrato regolare è quello straniero che regolarmente risiede, vive, opera e lavora sul territorio italiano, con un regolare permesso e con tutti i doveri (qualche diritto in meno, come ad esempio l’elettorato, ma è cosa più che giusta) di qualsiasi altro cittadino. Egli quindi paga le tasse, i contributi per la previdenza sociale, l’assicurazione della macchina, il canone Rai, imposte e balzelli come chiunque altro. Non pesa quindi sui bilanci dello stato più di qualsiasi cittadino italiano, ma anzi partecipa al mantenimento complessivo della cosa pubblica secondo l’oggettivo criterio della progressività. Non esiste una sola tassa o imposta applicata ai cittadini italiani che non debba essere pagata anche dagli stranieri. Sotto questa luce, il nuovo provvedimento assume i caratteri di una palese discriminazione razziale verso chi non ha la cittadinanza.
Pochi italiani sanno in realtà come funzioni il rinnovo di un permesso di soggiorno, ed è su questo punto che mi vorrei soffermare. Innanzitutto bisogna ricordare che tale procedimento comporta già ora un costo per lo straniero, facilmente verificabile sul sito delle poste italiane: 27,50 euro su bollettino di conto corrente postale per i cittadini extraeuropei, 14,62 euro di marca da bollo ed altri 30 euro di spese postali varie. In totale quindi superiamo i 70 euro. Ma come funziona il processo di rinnovo? In breve: lo straniero si presenta ad uno sportello postale e richiede un “kit” di fogli da compilare, al quale, a seconda della tipologia di permesso di soggiorno a cui ha diritto (motivi famigliari, di lavoro, di studio, ecc.), deve allegare una documentazione più o meno estesa, attestante la residenza, il contratto di lavoro, gli introiti e quant’altro. Raccolti tutti i fogli necessari, pagate le spese sopracitate, il fascicolo viene spedito alla questura di  competenza, rilasciando al contempo allo straniero una ricevuta attestante il rinnovo in corso. In questura viene verificata la regolarità della domanda e la correttezza e validità della documentazione a corredo. L’Ufficio Immigrazione invia quindi una lettera raccomandata al richiedente, per convocarlo ad una data stabilita per i rilievi fotodattiloscopici (rilascio delle impronte digitali e presentazione di alcune fototessere) e la presentazione della documentazione originale allegata alla richiesta. Una volta fatto ciò, l’intero fascicolo viene mandato a Roma, poiché con l’introduzione del permesso di soggiorno elettronico (una carta chip simile alle nuove tessere sanitarie regionali), solo l’Istituto poligrafico e Zecca dello stato S.p.A. è competente a stampare tale documento. Quando il permesso di soggiorno è pronto, viene rispedito alla questura di competenza, la quale ha già preventivamente avvertito il richiedente sui tempi approssimativi di consegna. Presentandosi in questura personalmente, di modo da registrare nuovamente le sue impronte digitali, lo straniero si vedrà alfine rilasciare il permesso di soggiorno.
Il procedimento risulta quindi, come chiunque può constatare, alquanto macchinoso. Ho però fin qui tralasciato appositamente, per non complicare ulteriormente la cosa, i reali tempi in cui tutto questo si svolge. Per quanto riguarda questo punto, mi avvarrò della mia personale esperienza di immigrato, e spero che non vi perdiate nel seguire le date perché sono molto istruttive: il mio ultimo permesso di soggiorno scadeva il 30/09/2008. La ricevuta postale di cui sopra ho parlato dimostra che ho presentato richiesta di rinnovo in data 23/07/2008. La lettera dell’Ufficio Immigrazione, datata 11/08/2008, mi convoca per i vari rilievi sopracitati in data 03/03/2009. Tre marzo duemilanove, sette mesi e dieci giorni dalla data di avvio del procedimento. A questo bisogna poi aggiungere il tempo che serve perché venga poi stampato a Roma il permesso, e perché venga poi spedito alla mia questura. Grossomodo, per esperienza passata, posso dire che quest’ultima fase impegna non meno di altri tre mesi. Vuol dire che verso giugno di quest’anno (2009), se tutto va bene potrò aspettarmi di ricevere il mio permesso, il quale ovviamente non varrà da tale data, ma dal giorno successivo alla scadenza del permesso precedente, quindi dal 01/10/2008. La cosa più grave per quanto riguarda il mio caso personale è che si tratta di un permesso di soggiorno per motivi di studio, il che comporta che la sua validità è di un anno. Per assurdo quindi, ogni anno vengo sottoposto a un processo che dura all’incirca dieci mesi, per ottenere un documento che ne vale dodici, e la cui validità è in gran parte già scaduta a causa dei pantagruelici tempi della burocrazia italiana. Nel frattempo, ovviamente, non avendo a portata di mano un permesso di soggiorno valido, non sono libero di viaggiare fuori dai confini italiani in area Schengen, e l’unico paese che posso raggiungere è quello di origine per via aerea. Ho quindi una breve finestra di libertà che dura solitamente due o tre mesi, dall’ottenimento del permesso di soggiorno e prima della scadenza dello stesso, quando mi trovo ad aspettare da capo.
Non sono arrivato in Italia l’altro giorno, e tantomeno da clandestino. Ho vent’anni da poco compiuti e vivo in Italia con la mia famiglia dal 1993. Qui ho frequentato tutte le scuole dell’obbligo, e ora studio all’università. Qui ho la mia vita, i miei amici ed i miei affetti, l’italiano è la mia prima lingua, benché non la lingua madre. Questo è il mio paese, anche il mio. Eppure, dopo più di quindici anni di regolare residenza senza aver mai, né i miei genitori né io, violato la legge in maniera alcuna, mi trovo costretto di anno in anno a richiedere un permesso di soggiorno per motivi di studio. Perché ovviamente non lavoro, e secondo le leggi italiane, essendo maggiorenne, non ho più diritto ad un permesso per motivi familiari. La cittadinanza mi è pure negata in quanto, avendo appunto raggiunto la maggiore età, l’unico modo per ottenerla è un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Grato però allo stato italiano di questa situazione, sono ora ancor più felice di pagare (annualmente) questo nuovo “contributo” di stampo leghista, per un servizio che di certo non diverrà più efficiente, per non dire più giusto. Quando terminerò gli studi potrò solo sperare di trovare immediatamente un posto di lavoro, per non risultare allora scoperto all’ennesimo rinnovo del mio permesso di soggiorno, e quindi a rischio espulsione.
Quando terminerò gli studi, vista l’aria che tira in questo paese, probabilmente lascerò l’Italia per un altro paese europeo, nel quale avrò maggiori prospettive di ottenere la cittadinanza che non qui, dopo quindici anni.
D’altronde le pressioni celate e non a cui sono sottoposti ogni giorno gli stranieri, e questa nuova tassa ne è un chiaro esempio, hanno un unico scopo di fondo: dissuadere nuovi ingressi e premere su chi già regolarmente (e sottolineo regolarmente) risiede all’interno dei suoi confini, affinché abbandoni il territorio italiano. In una società sempre più globalizzata, dove l’ultima frontiera è l’abbattimento delle frontiere e lo scambio di merci, persone e capitali, l’Italia si chiude a riccio su posizioni dogmatiche e xenofobe, all’eterno grido di “Arrivano i barbari!”. Forse che la mia preparazione, scolastica prima e universitaria poi, non comporti comunque un costo allo stato. Eppure tale formazione non viene evidentemente recepita come capitale utile per questo paese, semplicemente perché bollato come straniero, con l’unico risultato di aggiungere un altro nome a quella “fuga” emorragica di menti a cui l’Italia è già da tanto, per altri motivi, sottoposta. Forse che per qualcuno in politica fa comodo costruire facili consensi sullo spauracchio di un immigrato sporco, ostile e pericoloso, dedito alla microcriminalità e al parassitismo spiccio. Per questi politici l’immagine di quello stesso straniero integrato perfettamente nella società è una spina nel fianco, perché dimostra quanto la costruzione di barricate sia inutile, inefficiente e lontana dalla realtà dei fatti, una lotta donchisciottesca alle pecore col solo fine di racimolare populistici consensi alle elezioni.

Con grande sfiducia nel futuro prossimo di questo paese,
Filip Stefanovic

Studente della facoltà di economia all’Università Commerciale “Luigi Bocconi” di Milano.

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Riascoltavo per caso un album di Bruce Springsteen, di giusto due o tre anni fa, per distrarmi dal polveroso tomo di diritto pubblico, e mi ero soffermato su una delle canzoni che da sempre preferisco.

In realtà si tratta di una bellissima ballata antimilitarista irlandese, risalente almeno al 1815, ai tempi delle guerre napoleoniche. All’epoca canzoni di questo tipo riscuotevano successo tra i repubblicani irlandesi, attivi nel dissuadere i loro giovani compatrioti dall’arruolarsi tra le fila dell’esercito britannico: parla di una vedova, Mrs. McGrath (o McGraw, come direbbero in Irlanda), e del suo unico figlio, partito per il fronte.

Ve la propongo in un video, dove ho incollato alcuni filmati originali dell’assedio di Vukovar, del 1991. Forse un giorno, con più tempo, vi parlerò anche della “mia” guerra.

“Oh, Mrs. McGrath”, disse il sergente,
“non vorrebbe fare di suo figlio Ted un soldato,
con una giubba scarlatta ed il cappello piumato,
oh, Mrs. McGrath, non le piacerebbe?”

Orbene, Mrs. McGrath viveva in riva al mare,
dopo sette e più lunghi anni
vide una nave entrare la baia
con suo figlio giunto da lontano.

“Oh Capitano caro, dove sei stato,
hai veleggiato per il Mediterraneo,
hai notizie di mio figlio Ted,
è vivo o morto?”

Lì venne Ted, senza gambe,
al loro posto due arti di legno;
lo baciò una dozzina di volte o due,
dicendo “Dio mio, Ted sei tu?!”

“Dimmi, ma eri sbronzo, eri cieco
quando hai lasciato le tue belle gambe andare,
o è stato solcando i mari
che le tue gambe belle si sono consumate?”

“No, non ero sbronzo e non ero cieco
quando ho lasciato le mie belle gambe andare,
una cannonata il cinque di maggio
ha tranciato le mie gambe belle di netto.”

“Teddy, ragazzo mio”, pianse la vedova,
“le tue belle gambe erano l’orgoglio di tua madre,
dei monconi di legno non le sapranno sostituire;
perché non sei scappato da quella cannonata?”

“Ogni guerra straniera, lo dico a chiara voce,
vive di sangue e del dolore delle madri:
preferirei riavere mio figlio così com’era
piuttosto che il Re d’America e la sua marina intera.”

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Esattamente dieci anni fa, la notte dell’11 gennaio 1999, all’Istituto dei Tumori di Milano moriva Fabrizio De André. Era affetto da qualcosa di più di una ernia al disco, come aveva alla sua solita maniera annunciato Fabrizio stesso, dovendo cancellare le ultime date di alcuni concerti già in programma.

Ironia della sorte, proprio allora mi avvicinai alle sue prime canzoni: all’epoca ero un bambino di dieci anni, seduto tra i banchi della quinta elementare di Pandino. Di quegli anni una delle persone che ricordo con maggior piacere era Rino Migliorati, maestro di italiano. Sarebbe un azzardo definirlo il migliore insegnante che abbia avuto in tredici anni di scuola, perché è impossibile confrontare oggettivamente gradi d’istruzione e età di studio così differenti, ma posso con certezza e convinzione dire che fu senz’altro più di un valente maestro: fu un insegnante di vita, una persona intelligente e simpatica, in grado come nessun adulto di instaurare un rapporto di parità con bambini così piccoli, stimolando la loro curiosità, la creatività, il rispetto per sé stessi e per gli altri. Comprendo che è difficile non risultare ridicoli nel dipingere l’infanzia a tinte tanto idilliache, ma chi con me ha vissuto quegli anni sa di cosa parlo.

Era qualche giorno dopo l’11 gennaio, ci aveva portato un registratore e distribuito delle fotocopie. Sembravano tante brevi poesie strette sullo stesso foglio, le leggevo a casaccio, senza rendermi conto di mescolare strofe in disordine, rapito dalla musicalità di parole dal significato dubbio. Il mio compagno di banco ridacchiava al pensiero di un vento che ti sputa in faccia la neve… Era La guerra di Piero. Due giorni più tardi mi presentai a scuola con una musicassetta vergine e la richiesta di registrarmi tutto l’album. Ebbi così indietro una ventina di canzoni senza titolo, che iniziai ad ascoltare ripetutamente. La cassetta già da anni è andata persa, e non sono nemmeno sicuro se fosse un album ufficiale o una raccolta artigianale di brani diversi, ma ricordo alcuni dei primi pezzi che mi affascinarono, vista l’età più per la loro marcata musicalità che per il contenuto: La canzone di Marinella, Bocca di Rosa, Andrea, Via del Campo, Maria nella bottega del falegname, Girotondo… Non ho più smesso di ascoltarle. Sono passati gli anni, sono cresciuto, sono cambiato nel corpo e nella mente, eppure in ogni stagione ho trovato una sua canzone, un verso, l’arrangiamento giusto non per darmi delle risposte, ma molto meglio: per porre le domande più appropriate.

Chi pensa che la poesia sia nutrimento dell’anima, della poesia e dell’anima ha capito ben poco. La poesia se entra nel corpo non sazia lo spirito, ma mette fame: fame di giustizia, fame di bellezza, fame d’amore. La poesia non offre nessuna risposta, perché i poeti, per quanto capaci, sono semplici burattinai di parole (Guccini). Una poesia è poesia se la sentite addosso, se letta vi sembra entri sotto la pelle, e forse vorreste strapparla fuori, ma lei resta, vi gratta, scivola nel sangue, lo avvelena. E allora urlatela, urlatela fuori! Provateci! Non c’è voce forte abbastanza per farlo, perché già in partenza siete succubi di quella mancanza, di quel vuoto, di quello squilibrio interiore che la poesia ha risvegliato. Se invece sapete comprendere, assaporare la dolcezza di questa malinconia sfumata, gioire della stupidità e dell’incoerenza di una vita a metà, sarà la più saggia compagna che possiate desiderare e trovare.

Per questa ragione considero De André il più grande poeta italiano del ‘900. I suoi testi non hanno tempo, le immagini che raccoglie, i dolori che racconta, i dubbi che pone sono eterni perché eterna e uguale è la natura umana. Faber era affascinato dai deboli, dai perdenti, dagli sconosciuti, dalle prostitute, dagli storpi, dai transessuali, dagli zingari, dagli assassini, dagli emarginati di ogni risma. Non perché fosse un provocatore, e nemmeno perché gli interessasse scandalizzare la società borghese e far parlare di sé. Era sinceramente attratto da questa colorita umanità perché sapeva che solo tra gli sconfitti, tra i perdenti e i dimenticati si nasconde la più vera natura dell’uomo. Chi sarà più onesto, più saggio e più sincero di chi tutto ha perso, o di chi mai ha avuto nulla, di chi è stato calpestato, di chi ha sofferto e vissuto il proprio dolore come imbarazzo, sotto gli sguardi giudici della società civile? Per questo motivo De André non ha mai espresso un solo giudizio sui personaggi delle sue storie, non ha mai descritto una prostituta come puttana, o un assassino come animale. Per fare un solo esempio, prendete una canzone che senz’altro tutti conoscete: Bocca di Rosa. Sin dall’apertura della canzone si capisce a che genere di donna alluda il narratore, eppure le parole che usa sono: Appena scesa alla stazione / del paesino di Sant’Ilario / tutti si accorsero con uno sguardo / che non si trattava di un missionario. / C’è chi l’amore lo fa per noia, / chi se lo sceglie per professione, / Bocca di Rosa né l’uno né l’altro, / lei lo faceva per passione.

Non traspare nessun giudizio morale su questa ragazza, nessuna condanna ma neppure un’apologia palese: quella vaga ironia non è rivolta contro qualcuno in particolare, ma contro tutto il nostro mondo costruito ad arte su farisaici valori e giudizi d’etichetta. L’animo umano invece, come Fabrizio aveva perfettamente colto, è molto più complesso e frammentato di quanto la divisione sociale tra buoni e cattivi, giusti e sbagliati, chi sta fuori e chi dentro il gregge faccia intendere. Non sono gli stracci a fare il povero, la coscia nuda una puttana, il colletto bianco del prete un santo, la divisa da Carabiniere un uomo giusto. Tutto questo in una canzone del 1967, attuale in ogni singola parola più di quarant’anni dopo…

Non voglio proseguire ulteriormente, perché già mi sono dilungato a sufficienza e dubito che qualcuno abbia avuto il coraggio e la pazienza di seguirmi fin qui, in questa noiosa disserzione. Su Fabrizio De André e la sua opera sono stati scritti libri e libri, e per tracciare un profilo completo del suo lavoro, della sua vita (altrettanto interessante), del suo pensiero, dello stile e di ogni singola canzone serve molto più dello spazio di un misero blog. In queste settimane e soprattutto oggi, radio, giornali, internet, TV, associazioni, teatri e quant’altro propongono un vasto programma per celebrare al meglio l’artista. Inoltre negli ultimi tempi si assiste a un sempre più chiaro interesse del pubblico, con conseguente lucro da parte di case discografiche ed editrici, su “nuove” ed in fretta improvvisate raccolte. Scremata tale tendenza da inutili quanto inevitabili operazioni di semplice marketing, considero molto positivo il rinato interesse nei confronti di De André: come già detto, per la stessa natura dei suoi testi si può considerare un autore atemporale, e sarebbe una incolmabile perdita culturale e umana lasciar scivolare nell’oblio un immenso lascito artistico. La sua voce, la musica, i testi sono l’eredità che ha lasciato a noi tutti, e fintanto che saremo capaci di amarla e mantenerla in vita, questa data dell’11 gennaio non significherà poi molto.

Fabrizio De André

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