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Archive for dicembre 2008

Vittorio Arrigoni, testimone diretto di un massacro in corso.

Sentitevi scomodi come mi sento io. La compassione non assolve.

E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le “verità” della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.

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Sea of solitude
No man is an island, entire of itself;
every man is a piece of the continent, a part of the main.
If a clod be washed away by the sea,
Europe is the less, as well as if a promontory were,
as well as if a manor of thy friends or of thine own were.
Any man’s death diminishes me, because I am involved in mankind.
And therefore never send to know for whom the bell tolls,
it tolls for thee.
Nessun uomo è un’isola, intero in sé stesso;
ogni uomo è un pezzo di continente, una parte del tutto.
Se anche una zolla venisse lavata via dal mare,
l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa.
Ogni morte di uomo mi sminuisce, perché io partecipo dell’umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana,
suona per te.

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Da quando sei partito c’è una grossa novità,
l’anno vecchio è finito ormai
ma qualcosa ancora qui non va…

Si avvicina il 31, ed è tempo di bilanci. Sono successe tante cose in questi dodici mesi, più di quante mi sarei mai potuto aspettare. Credo – spero – di aver imparato qualcosa, e spero altrettanto di averne disimparate altre.

Ho scoperto che il tempo è relativo, che certi mesi volano via come giorni mentre altri si trascinano per anni. Ho scoperto che il cuore ha una voce molto più alta e loquace della mia, eppure anche quando urla non disturba nessuno, fuori è silenzio. Ho scoperto che tradurne le vibrazioni in parola è non solo impossibile, ma spesso controproducente. Ho scoperto che non importa se a ragione o torto, se per una causa giusta o meno, quando dolore e paura ci attanagliano è difficile uscirne, perché resi sì ciechi ci chiudiamo al resto del mondo. Ho però scoperto che anche nei momenti più bui, a sorpresa, a tradimento può spuntare un sorriso. Sincero, onesto, aperto, limpido, innocente. Non importa se solo per un momento, se poi torna tutto come prima: per dirla con Paulo Coelho, tu non sei quello che sembri nei momenti di tristezza. Sei molto di più. Ho scoperto che è ingenuo aspettarsi di venire sempre ripagati, nel male ma soprattutto nel bene, con la stessa moneta: le persone, per quanto bene possiamo loro volere, non sono le risposte particolari ai nostri sogni personali… Sono semplicemente quello che sono: sé stesse, nella loro individualità, libertà, con altrettante prospettive, speranze e difetti, altrettanto insicure e braccate dai loro pachidermi d’aria. Pericoloso reggersi quindi sulle incertezze altrui, perché l’unica differenza rispetto alle proprie è che quando crollano ti trovano impreparato, col culo a terra e le gambe per aria. Ho scoperto che intorno a me ho più affetto di quanto immaginassi, e che tra tanta bigiotteria che luccica si trovano (o ritrovano) veri diamanti. Queste gemme le voglio ringraziare di cuore: per la vostra presenza, per il sostegno, per l’allegria, per l’attenzione e la pazienza che mi avete sempre saputo offrire, anche nei momenti più delicati, anche quando forse non me lo sarei meritato. Ho dovuto scoprire tutto questo sulla mia pelle, per poter comprendere e vedere quanto anche gli altri abbiano bisogno di calore, e di come spesso anche un piccolo gesto che per noi non conta molto, che non ci costa nulla, può significare tanto per chi è assetato d’attenzione. Ora vedo, vedo con chiarezza quanto una persona possa plasmare l’altra, e come tutte le nostre relazioni siano intrecciate, legate, attorcigliate da fila invisibili, così ingarbugliate tra loro che non possiamo mai sapere da che parte e quando le nostre azioni avranno effetto, in che misura e in che modo si manifesteranno riflettendosi nuovamente sulla nostra vita. Siamo anime di plastilina, e i sentimenti sono le dita che ci modellano, piegano, compattano, dando una forma invece che un’altra… Dobbiamo perciò stare sempre attenti a ciò che tocchiamo, cercando con le mani di scivolare soltanto, perché aggrappandoci c’è sempre il rischio di ferire.

Ho scoperto infine una cosa importante: i miei limiti. Inizialmente li detestavo, mi infastidivano, a tratti imbarazzavano. Ora ho smesso di leggerli in via negativa, ma al contrario come un perimetro, un contorno ben delineato che al suo interno racchiude una persona: me stesso. Non contano tutte quelle sfaccettature che non riesco a collegare, le mille contraddizioni che mi logorano da dentro, non importa se non sono rimasto ciò che ero ieri, e nemmeno se tra qualche passo non mi riconoscerò di nuovo più. Ho scoperto che sono un grande ignorante, che c’è così tanto da scoprire, vivere e imparare che ogni conquista, che ai miei occhi potrà anche risultare immensa e sudata, sarà nulla in confronto a ciò che ancora mi attenderà e che forse mai raggiungerò. Forse a torto, ma ho scoperto che ciò che sono mi piace, e che non sarà l’incognita del futuro a legare le ali dello spirito. Perché ciò che conta di più, ho deciso, non è la direzione del volo, ma volare.

L’anno che sta arrivando tra un anno passerà,
io mi sto preparando, è questa la novità!

Detto questo, auguro a quei quattro gatti che distrattamente dovessero capitare da queste parti un felice 2009: Lunedì parto per Firenze, quindi non potrò farvi gli auguri a tempo debito. Mi trovo costretto a seppellire la tristezza (?) sotto una buona tagliata fiorentina ed annegare il dispiacere (?!) nel  Montepulciano… si fa quel che si può! 😉

Ad maiora!!

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Mi consigliano di stare più allegro, andare per la leggera, che diamine!

La vita va presa con filosofia: elegante modo di dire per ammettere la propria impotenza nei confronti del mondo. Porsi troppe domande è sintomo evidente di un malessere interno, non può certo nascerne nulla di buono: inutile tentare di capire, inutile razionalizzare l’irrazionale, inutile star male per il corso degli eventi. Loro non badano a noi, e allora noi non badiamo a loro! Abbracciati in un allegro valzer pestiamoci i piedi ridendo, la sala da ballo è illuminata a festa, champagne a fiumi, ostriche e caviale, mentre il Titanic punta veloce l’iceberg in vista. Il mondo va alla deriva, ma non andiamo troppo per il sottile… ha precedenza il Natale!

Allora via, si parte! C’est la vie, direbbero i francesi…

Il valzer dei brutti tempi

Il valzer che ha dato il tempo!
si va, si parte!

Il mondo è fetido, senza valore…
Non è degno di niente… che della merda!

E andiamo!

E’ la vita, è la vita,
E’ la vita d’oggigiorno!
E’ il valzer dei brutti tempi,
Di chi con voi è vigliacco…

E’ la vita, è la vita,
Chi dice no, chi dice sì,
E’ il valzer dei brutti tempi,
Regina delle scocciature.

E’ la vita, è la vita,
E’ la vita d’oggigiorno!
E’ il valzer dei brutti tempi,
Bambini del Paradiso…

E’ la vita, è la vita,
E’ la vita d’oggigiorno!
E’ il valzer dei brutti tempi,
Di chi con voi è vigliacco…

E’ la vita, è la vita,
Chi dice no, chi dice sì!
E’ il valzer dei brutti tempi,
Che già danza signora Satana…

E andiamo…
E’ il valzer dei brutti tempi,
Di chi con voi è vigliacco!

E’ la storia d’un pover’uomo,
Nella sua povera casa,
che fotte la sua povera moglie
In molte povere posizioni,
Sul suo povero letto,
Col suo povero arnese.
Ha avuto una povera figlia
Che è vissuta poveramente.

E’ la storia d’una figlia,
innamorata d’un ragazzo,
Lui si chiamava Cerise,
Lei si chiamava Gaston!

E’ la storia d’un pover’uomo,
Nella sua povera casa,
che fotte la sua povera moglie
In molte povere posizioni.

E’ la storia d’una figlia,
innamorata d’un ragazzo,
Lui si chiamava Cerise,
Lei si chiamava Gaston!

Sul suo povero letto,
Col suo povero arnese,
Ha avuto un povero figlio
Che è vissuto poveramente.

Spegni la luce, amore mio…

Titolo originale: La valse à sale temps, dall’album Sibérie m’était contéee, Manu Chao, 2004.

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La Sava, vista dalla fortezza di Kalemegdan, confluisce nel Danubio.

La Sava, vista dalla fortezza di Kalemegdan, confluisce nel Danubio.

Sve ima svoje… I vatra i led
U kap se spoje… I čemer i med
Sve ima svoje… Vrlina i greh
Tuge postoje da bi prizvale smeh

Ogni cosa trova il suo posto… Sia il fuoco che il ghiaccio
In una goccia si mescolano… la tristezza e il miele
Ogni cosa trova il suo posto… la virtù e il peccato
I dolori esistono per richiamare il sorriso

Avete presente quelle persone che non sentite da molto, o che avete incontrato anni prima senza però, per un motivo o per un altro, aver mai stretto particolarmente i rapporti? Insomma, persone che vi ispirano fiducia, che piacciono, ma conosciute quando forse non c’era tempo, o semplicemente non era tempo. A volte il fatto di conoscersi poco però non è un ostacolo, ma anzi un incentivo a parlare senza timori, a pensare, a chiedere. Nel parlare di voi e nel raccontare fatti ai più noti, ma da un altro punto di vista, con una visione più lineare, più compatta, più decisa, vi ritrovate a riconsiderare tante cose, a domandarvi su vicende vecchie e nuove, magari anche a ricordare certe cose su cui non vi sareste mai soffermati.

Bene, proprio a una persona di questo genere ho scritto poco fa una lunga e-mail, l’ennesima di questi giorni. Da lì, collegando infiniti, insoliti flashback perfettamente incastrabili, sono uscito di casa e mi sono ritrovato a Belgrado, che non mi era mai parsa così bella e evocativa come quest’oggi. Eccomi di nuovo lì, nella città che ho sempre rifiutato, senza mai comprenderne il fascino e quanto in realtà mi rappresenti. Farà un freddo cane ora, nel grande parco di Kalemegdan che domina tutta la città, forse è nevicato, ma a me piace pensarlo come l’ho sempre vissuto, d’estate, con la gente in giro a mangiare gelati e i grandi alberi a fare ombra anche nei pomeriggi più caldi. La vista sulla Sava è da togliere il fiato, mentre lenta sfila sotto ai miei occhi, sicura di sé e del proprio fascino, prima di tuffarsi nel Danubio, ingrossandolo, dandogli e prendendo nuova vita, per proseguire uniti la via verso il mare.

Ci pensate? Dalla Foresta Nera, per quasi 3000 Km, sfiorando dieci paesi e tagliando quattro capitali, lo stesso fiume, sempre lo stesso eppure mai uguale, un possente panta rei che lega chissà quante anime perse a ricordare nelle sue acque, a rimescolare pensieri come vortici d’acqua. E’ soprattutto a loro che penso, l’unico dato che non riesco a trovare da nessuna parte, il numero più difficile da stabilire oggettivamente, per qualcuno forse anche il più futile: quante persone assorte nello stesso momento, intente a far scivolare le proprie paure, i ricordi… dubbi e rimorsi, tensioni e delusioni, ma anche felicità intravviste, a volte annegate, altre riemerse poco più a valle. Quanti destini legati, rimescolati, persi d’identità o con solo nomi diversi ma storie uguali? Quanti sospiri di fiati, che forse insieme potrebbero alzare un concerto di venti? Dove vanno, infine, tutte queste emozioni? L’acqua scorre al mare, ma per quanto concerne i pensieri raccolti lungo il percorso, dove vanno? Forse anch’essi, come acqua, non si perdono, ma si rimescolano e trovano nuova linfa in altre vite, in nuovi oceani. La Sava la vedo, il Danubio anche, solo che mi piacerebbe riuscire a distinguire così nettamente anche il corso dei miei pensieri, perché proprio come diceva l’amico di prima, l’essenziale è invisibile agli occhi.

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Ponte di S. Agata sul Bisagno.

Ponte di S. Agata sul Bisagno dopo l'alluvione

Liberamente ispirato a: Dolcenera (F. De André)

Dio come manchi… ma quanto ci metti? Quando arrivi? Impazzisco in questa stanza, mi sento un leone in gabbia – ma quale leone, solo un agnello! Sposto oggetti, tocco fogli, guardo le ore. Fuori piove, dalla finestra la luce entra sempre più scura. E’ fitta quest’acqua, cade e cade da mattina presto, ancora non si ferma, ancora la guardo e più la fisso più sembra rabbiosa, forte, incessante. Mannaggia, penso al traffico a rilento che avrà causato, penso a te che infreddolita probabilmente mi stai raggiungendo, ma coi mezzi è sempre lunga, figuriamoci quando piove. Ti sarei venuto a prendere da qualche parte, a metà strada per lo meno, ma tu no, non vuoi, non cedi mai. Anselmo, ti fa paura. Anselmo, che ti ama così tanto, così forte. Anselmo che può, che ne ha diritto, così bene e così onestamente che lo invidio, lo odio, lo compatisco.
Non mi piace pensarti quando non ci sei, per questo odio i tuoi ritardi. Lo sai questo, ma non capisci perché. Non capisci che non sei tu, ma tuo marito… Io non sono così, io non rubo, io non mento, io non faccio male a nessuno. Perché con lui sì? Non lo conosco, non ne ho bisogno, non voglio. Io non sono così, no, non sono come sono. Lui è il mio senso di colpa più grande, è la mia insonnia della sera tardi, è il cerchio alla testa la mattina presto, è quel riflesso nello specchio dal quale distolgo sempre gli occhi imbarazzato. Imbarazzato del mio riflesso, dei miei occhi!  Perché è il riflesso di un amante codardo, perché sono gli occhi di un bugiardo, un ipocrita che ogni giorno – ogni giorno! – dice “Ora basta, oggi la finiamo!”. Poi ti vedo, col tuo cappotto stretto e col tuo profumo: è la fine, non di noi due, ma della mia fermezza.  E’ inutile, sono debole, sono innamorato. Lo sai anche tu, l’amore ha l’amore come solo argomento, non riesco a fermarlo, non voglio farlo.
Vigliacco.
Mi sdraio vestito, con le scarpe, chiudo gli occhi. Ancora non ci sei, e il tempo corre trascinato dai miei pensieri, spinto dalle paure, tirato dai dubbi. Ancora quest’acqua, troppa! Sentila! Tap-tap-tap-tap-tap-tap-tap… picchia sottile, picchia terribile, non sente ragioni. Siamo lei e io, nient’altro. Dio, quasi ci spero che ti abbia sostituito per oggi, che la forza selvaggia di questa natura sia forte abbastanza per fermarci, senz’altro più forte di me. La natura è donna, c’hai mai fatto caso? Fermati, Amore, torna indietro, torna da chi ti aspetta, da chi ti prenderà i vestiti fradici e muoverà le dita tra le ciocche bagnate dei tuoi bei capelli. “Pazza,” – dirà – “dove pensavi di andare con quest’acqua?!”. Inventa qualcosa, una scusa, qualsiasi… tanto gli basterà averti lì, sarà soddisfatto. Sì, torna, vattene. Lasciami. Non ti servo a niente.
Intanto sento i tuoi passi, sono sulle scale e salgono. Si aggiungono al ticchettio della pioggia come il crescere della musica in un bolero. Sei arrivata, ce l’hai fatta. Il cuore mi batte come quello di un ragazzino mentre mi alzo. Entri col fiatone, il batticuore, chiudi la porta e mi salti al collo. “Scusami se arrivo ora! C’è l’inferno lì fuori!”. Sei fradicia, e stai perfino a chiedermi scusa! “Sei pazza?! Scusa di che?”, ti stringi addosso come una gatta infreddolita. Come devo fare, cosa ti posso dare se non tutto l’amore che sento dentro?
Ora siamo solo noi due. Chiusi dalla pioggia, lontani dal mondo che non bada, sommerso sotto quest’acqua: belìn, troppa ce ne vorrebbe ancora per lavare via tutta la sporcizia che ci circonda. Niente ha più importanza mentre ti prendo. Ti amo, ti amo con tutta la forza di cui sono capace. Più di ogni valore, più di ogni ragionamento mai intrapreso, mai fatto. Nemmeno Anselmo conta più, la sua ombra è uscita dalla porta che hai aperto entrando, nel momento esatto. Vi siete incrociati, tu non l’hai visto ma io sì. Ti prendo con tutta la forza di cui sono capace, che non mi basta mai. E’ troppa la vita che ci vorremmo scambiare, troppa la pelle tua che vorrei coprire di me. Intanto un rombo sordo, basso, cupo. Il mondo ruota, si capovolge, inclina, gira. Come un terremoto, trema con noi. La montagna sembra scricchiolare, cedere. Niente ci può fermare, niente! So cos’è, so chi ci chiama: è il Bisagno che si è svegliato, giudice di destino, torrente di fango che come noi, intrappolato da una città troppo stretta, decide di prendersi la sua rivincita, di scappare, di cercare il mare e la libertà. Scende, scende veloce e incurante della vita altrui. Come noi. Scende e afferra tutto, tonnara di passanti e di automobili, e più scende più sembra salire. Come noi. Prende, copre, avvolge ogni rumore, ogni dolore, ogni cosa; come noi. Sì, è come noi: inarrestabile. Siamo fatti della stessa sostanza, anime troppo grandi per essere fermate. Ci chiama, ci invita, ci cerca per indicarci la strada. Vuole me, lo so: mi vuole portare via per sempre, salvarmi, perché da solo non sono in grado. Ora però non posso, ora ho da fare, il tumulto del cielo ha decisamente sbagliato momento. Non ci fare caso, Amore mio, non ci badare: siamo sempre qui, ancora qui.
Siamo qui, e tutto passa. Anche l’acqua, senti? Si sta calmando. Scende la sua rabbia, più non si gonfia. Lascia solo fango, solo macerie alle sue spalle, e sguscia nei vicoli più stretti, in rigagnoli sempre più fini. Cosa resta dopo l’orgasmo di un momento? La vita di prima. Più difficile forse, forse da risistemare… ma sempre la stessa. E allora cos’è stato? L’evasione di un momento? E’ davvero stato così indispensabile? Doveva quel fiume maledetto strabordare? E di noi cosa dici? Era necessario? Inutile tentare di ripescare le ragioni di un momento, non saranno più le stesse. Non saranno così forti. Saranno meno vere, più traballanti, più complicate. Eppure tardi, ogni volta troppo tardi: solo il tempo per pentirsi resta sempre, anzi abbonda.
Vigliacco.
Siamo solo questo: due vigliacchi. Tolta la maschera, non abbiamo pudore. Dove sei adesso, dove?! Mi sveglio. Un sogno, è stato tutto un sogno, o forse no… guardo fuori, la pioggia è cessata, ma Dio, tutto quel fango! La strada del pomeriggio non è quella, non è la stessa. Irriconoscibile. Un tappeto di detriti la copre per tutta la lunghezza, da un muro all’altro, incollando mobili, pietre, carcasse di macchine. Gente per strada cammina a fatica, alza gli stivali appesantiti e sposta ciò che intralcia la via. Si chiamano a vicenda, si sollecitano. E tu dove sei? Devi essere tornata a casa prima che succedesse, devi aver capito che era impossibile arrivare, come avevo detto.
Non sarà tuo il cadavere di donna che domattina troveranno sepolto nella melma, a due chilometri da qui. Non sarai tu, ma un’altra, chiunque altra. Io aspetto una tua chiamata, lo so che ti farai viva appena potrai, appena troverai un momento adatto.
Ti aspetterò, come ho sempre fatto… Ti aspetterò.

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"Gli orologi molli" di Salvator Dalì

"Gli orologi molli" di Salvator Dalì

Sono così stanco… ogni volta che credo di essere arrivato al capolinea – finalmente si scende – il treno riparte: prossima fermata! Prossima, prossima… Fino a quando? La cosa peggiore però è che il mio treno corre all’indietro, e mi riporta a luoghi che non voglio rivedere, situazioni che non mi va di rivivere, emozioni che non desidero riprovare.
Ogni volta così, faccio un passo avanti per esserne ributtato due indietro: non ne posso più. Continuo ad arrovellarmi coi fantasmi del passato, ormai sembrano essere diventati la mia compagnia più stabile, su di loro posso contare sempre, soprattutto nei momenti di maggior solitudine. Mi fanno domande, mi chiedono e si interrogano, e mai che mi sappiano dare anche una risposta. Inutili bestie che mi divorano da dentro, col loro rimestare ricordi delicati in improbabili trame parallele: cosa sarebbe successo se, come sarebbe andata quando… Avrò forse sbagliato quella volta? Mi sarei dovuto comportare così o cosà, e nel caso, cosa avrebbe comportato? Sono stato forse troppo orgoglioso, troppo paziente, troppo debole, pavido, impacciato, testardo, fragile ottuso ciecobuonostupidomasochistaingenuo…. e via all’infinito, in una catena dove più punti di domanda batto e più me ne spuntano fuori, dai cassetti più reconditi, in via esponenziale.

Intanto non mi accorgo che il tempo passa, che le ore si accumulano con la stessa velocità di sempre, incuranti di me, e prendono nomi sempre diversi, sempre più pericolosi: giorni, settimane, mesi. Il mondo va, non aspetta chi vuol scendere un momento a sgranchirsi le gambe, e l’unica cosa che ottengo è ritrovarmi un attimo più vecchio, ma per nulla cambiato.

Non bisognerebbe mai ritornare:
perchè calcare i tuoi vecchi passi,
calciare gli stessi sassi,
su strade che ti han visto già a occhi bassi?

Devo spezzare quest’incantesimo, tagliare la testa al serpente che si morde la coda, uscirne per salvare me stesso, prima di diventare il ridicolo cavalluccio di una giostra che corre in cerchio, all’infinito, ma sempre intorno alla stessa monotona e breve pista. Persino i bambini dopo un po’ si stufano: figuriamoci l’equino.

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