Disamistade è parola sarda: sta per faida, inimicizia.
Disamistade è soprattutto una canzone di Fabrizio de André, che si presta a molteplici interpretazioni. Parla di uomini, parla di lotta, di sangue e dolore. Parla della discordia che nasce tra gli uomini, tra tutti gli uomini, per il semplice convivere a questo mondo: nell’incessante ricerca della giustizia originale si ottiene solo nuova violenza, il sangue si lava con altro sangue, in un perverso circolo vizioso senza fine.
Non c’è speranza per le genti, per i rapporti di e tra comunità – siano esse famiglie, città, stati. Le relazioni inevitabilmente tendono al peggio, si risvegliano i rancori, scoppiano le lotte. Urliamo tutti lo stesso dolore allo stesso modo, eppure sentiamo distinte solo le nostre voci, perché sempre il dolore degli altri è dolore a metà. Non ci salva la fede, perché già le chiese hanno chiuso le porte alla nostra pena, non ci salva la giustizia degli uomini, perché mai pareggia i conti, protraendo solo la scia di abusi e offese, quasi come un’epidemia dilagante. È uno scacco esistenziale, vorremmo il bene ma perpetriamo il male, non troviamo un modo di vivere senza dolore, riducendoci a macchie di lutto rinunciate all’amore. È la buffa natura dell’uomo, animale e arma sociale allo stesso tempo, incapace di vivere in solitudine e di accettare l’isolamento quale unica via di salvezza.
Perché ci tocca questo destino ridicolo? È mai possibile che nonostante tutti i nostri sforzi non siamo in grado di migliorarci, di salvare noi stessi e chi ci sta accanto? Da dove nasce la Disamistade? Forse è figlia dell’eterno dualismo conflittuale tra corpo e anima: l’impossibilità oggettiva di unire questi due binari paralleli, il vuoto che li separa, la traslazione dal mondo del pensiero, dell’intenzione, a quello del gesto, dell’azione. Il difetto nasce sempre nel momento in cui cerchiamo di tradurre il pensiero in realtà, perché tanto basta per macchiare definitivamente la purezza dell’idea, per rendere la nostra vita non specchio dell’anima, ma copia deformata di essa: come tutte le copie, un falso.
Eppure, a mio avviso, è proprio l’incessante attrito tra ciò che pensiamo di essere, ciò che siamo, ciò che vogliamo, ciò che risultiamo agli occhi degli altri, il vero motore che ci spinge avanti, la madre di quell’ansia di miglioramento che nel bene, o spesso nel male, ci porta al mutamento, al rinnovamento e alla riscoperta di noi stessi e del mondo.
Se questo processo cessasse di essere, saremmo perduti.
F.S.
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Qualche anno fa, ho visitato la casa di De Andrè in Sardegna, e mentre camminavo sui sentieri circostanti, dal mio iPod ascoltavo proprio questa canzone…….poi, ho parlato con i miei amici sardi…..non entro nei dettagli, ma posso dire che Disamistade mi ha lasciato sconvolta……e mi lascia pensierosa ogni volta quando la riascolto…..
si puo’ visitare la casa di andre’ in sardegna???’che emozione…dove si trova???
Antonio, oggi è un agriturismo, quindi sì, è visitabile (e pernottabile). È l’Agnata a Tempio Pausania (OT). Ti lascio l’indirizzo con tutte le informazioni: http://www.agnata.it/
Ciao! F.
Ciao Filip!
Ti linko subito, e se in futuro avremo occasioni di scambio e collaborazione, mi farà molto piacere!
Innanzitutto grazie per ciò che mi hai scritto. Ho guardato il tuo blog, mi pare veramente bello, soprattutto originale. Il concetto di “Disamistade” è molto interessante, poi De Andrè era veramente grande…
A presto
Andrea