
<<E’ come in Siria.>>
Così dice la madre di Tarek nella seconda metà del film, riferendosi agli Stati Uniti. L’ospite inatteso è un film dai toni lenti, caldi e umani. E’ la storia dell’atipico, eppure riuscito incontro di classi sociali assolutamente lontane: un professore americano di economia del Connecticut, Walter, una giovane coppia di immigrati, Tarek, musicista siriano, e Zainab, venditrice ambulante senegalese.
Walter è un professore sessantenne, vedovo, senza passioni e senza progetti, che lavora privo del minimo interesse per il proprio mestiere. Viene mandato a New York per presentare un libro di cui risulta coautore, senza averci in realtà apportato alcun contributo. A New York ha un appartamento di proprietà che non vede mai, vivendo nel Connecticut, e che in sua assenza è stato affittato per inganno a due giovani, Tarek e Zainab. I tre finiscono per qualche giorno a convivere, e tra di loro, ma soprattutto fra Tarek e Walter, si instaura un legame sempre più stretto, un’amicizia resa goffa dalla timidezza del professore, nonché dalla differenza generazionale e culturale. E’ soprattutto attraverso la musica ed il suono primordiale di un tamburo africano (djembe), al cui ritmo il professore si appassiona e prende lezioni, che il loro legame matura. Fino al giorno in cui casualmente, in metropolitana, Tarek viene fermato da due poliziotti e arrestato per un malinteso. Si scopre così che è un clandestino, e viene rinchiuso in un centro d’immigrazione in città. Da quel momento Walter si spende nel tentare di salvare il suo amico, anche con l’aiuto della madre del ragazzo, Mouna, arrivata a New York pochi giorni dopo l’arresto. I rapporti che si instaurano tra i vari personaggi sono raccontati in modo maturo e spontaneo, nella complessa casualità che guida vite mediocri, attraversate da conflitti interiori e lasciti del passato, ombre che si sfiorano senza conoscersi, senza aprirsi l’una con l’altra, eppure finendo irrimediabilmente per intrecciarsi. Il titolo dell’opera è ambiguo quanto azzeccato: chi è l’ospite? Il ragazzo siriano che vive nella casa del professore, o il professore stesso, che varca l’uscio di vite altrui, scoprendo realtà che altrimenti mai avrebbe conosciuto tanto a fondo? Il finale, assolutamente in linea con la pellicola, è lontano dai classici cliché cinematografici, che vedono all’ultimo momento sciogliersi tutti i nodi presenti nella storia, per mantenerci saldi a una realtà triste, ingiusta, eppure così concreta da poter solo essere accettata per quello che è.
L’America che alla fine ne esce fuori non è il paese delle grandi opportunità, e nemmeno la democrazia la cui forza sono i suoi immigrati, come recita un cartello al centro d’immigrazione nel quale Tarek viene rinchiuso. E’ invece un paese spaventato, sospettoso, incapace di chiudere le proprie ferite dopo l’11 settembre. La paura però, come sempre, rende ciechi e porta a scelte inefficaci. La diffidenza per lo straniero, per il diverso che in realtà diverso non è, la rabbia, l’incomprensione… a farne le spese sono sempre gli innocenti, perché come dice il ragazzo siriano in un momento di rabbia, <<che cosa pensano, che sia un terrorista? Non ci sono terroristi qui [nel centro], i terroristi hanno soldi, hanno appoggi.>> A pagare le conseguenze di politiche inflessibili sono solo gli indifesi, i poveracci che non hanno né il desiderio né la forza di delinquere, in cerca di una vita migliore, del proprio angolo di pace dove vivere con la certezza di poter costruire qualcosa di duraturo. L’ingiustizia è questo: non l’espellere chi non ha diritto di stare in un certo paese, ma colpire con forza solo e proprio quelle persone che non hanno modo di difendersi, né motivo di aggredire, ma che anzi sarebbero le prime e più volenterose nel seguire uno stile di vita onesto, nel costruire un futuro, proprio perché sanno quale grande fortuna ciò significhi, al contrario spesso di chi questo diritto già ce l’ha acquisito fin dalla nascita. E’ come in Siria, dove il padre di Tarek, giornalista, è stato rinchiuso per nove anni solo perché aveva osato scrivere un articolo contro il partito Ba’th. La madre ha quindi visto prima rinchiudere un marito innocente, e poi il figlio altrettanto innocente, in un altro paese, in quella democrazia che fino a ieri aveva vissuto come speranza, come possibilità di rivalsa e di pace. Ai suoi occhi quindi non c’è nessuna differenza. Non importa la matrice, né le giustificazioni o l’entità delle misure intraprese: dove dominano odio e paura non potrà che nascere e perpetuarsi l’ingiustizia.
Non ho potuto evitare di riflettere sulla situazione presente oggi anche qui in Italia. Tutto il mondo è paese.

